L’antropologa Annalisa Di Nuzzo: «Turismo esperienziale può fermare lo spopolamento dei borghi»

Scritto da , 17 Agosto 2022
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di Arturo Calabrese

Antropologa culturale presso l’Università Suor Orsola Benincasa, Annalisa Di Nuzzo è una studiosa anche del fenomeno delle migrazioni ed in particolare dello spopolamento, piaga che da decenni ormai colpisce il Sud ed il Cilento.

Professoressa, il Sud negli ultimi anni ha perso ben due milioni di giovani che hanno deciso di costruire il proprio futuro altrove. Cosa significano questi dati?

“Significa che se non si interviene per modificare questo andamento, molti paesi rischiano di sparire nel nulla. Le nascite sono prossime allo zero e non può esserci un doveroso ricambio generazionale. Ovviamente se manca il capitale umano iniziano a mancare anche i servizi, le attività chiudono e aumentano le difficoltà di vivere in un borgo. Lo spopolamento c’è sempre stato: il flusso dall’entroterra alla città è stato costante negli anni, ma oggi non si emigra più verso una delle città del Sud bensì verso il Nord o addirittura all’estero. Se così non fosse, il meridione non avrebbe fatto registrare questi tragici numeri”.

Alcuni borghi del Sud contano anche 40 abitanti nei mesi invernali. Come stanno queste realtà interne?

“In estate abbiamo i ritorni e il problema del calo demografico, vedendo la piazza di un paese in questo periodo ferragostano, non si evince. Abbiamo un capitale sociale che va via costantemente dai luoghi. Le realtà dell’interno non stanno per niente bene perché faticano a vivere e a sopravvivere. Un paese con quaranta abitanti, la cui maggior parte è sicuramente anziana, non può avere possibilità di sviluppo. Dobbiamo dunque porre in essere delle politiche atte a recuperare i cervelli e le energie in fuga”.

Come si può fare ciò?

“Soltanto recuperando quello che l’antropologia definisce le mappe di comunità ritrovando cioè la possibilità di studiare la propria memoria, le proprie radici e le proprie origini, di valorizzare quello che in genere non si vede. Chi vive in un posto, determinate cose non le vede e per questo ci vuole uno sguardo critico ed esterno. Così facendo ci si può accorgere di tutte quelle potenzialità invisibili agli autoctoni. Alla possibilità di andare via a studiare, al Nord, all’estero o in città poco importa, si deve affiancare quella di poter tornare e investire sul proprio futuro mettendo in pratica le esperienze acquisite”.

È possibile farlo?

“In parte si sta già facendo e sta già accadendo in alcune parti del Cilento. Un fenomeno che avviene grazie ai cosiddetti mediatori di ritorno. Coloro i quali partono, studiano, lavorano, acquisiscono conoscenze ed esperienze per poi tornare al paese d’origine e metterle in pratica con forme di eco sostenibilità, con forme di promozione territoriale in ambito turistico, che fanno sì che si rivaluti il territorio di partenza. Un singolo paese, però, non riesce a fare ciò perché non ha la forza per farlo da solo. Si deve dunque creare una rete oppure un distretto di paesi e di borghi. In tal modo si ha la forza per creare tutti quei presupposti utili alla rinascita delle piccole e frammentate realtà. Si creano scuole di formazione, eventi continuativi, una serie di continuità capace di portare presenze in vari periodi nell’anno e non soltanto negli scampoli estivi, quando tutto sembra più leggero, facile e accessibile”.

In questo ambito cosa ci ha insegnato la pandemia, oltre ad una riscoperta del paese?

“A livello mondiale, e di conseguenza in Italia, c’è una fuga dalle città, dalle chiusure, dal caos, dagli spazi stretti, dallo smog. Si assiste ad un processo inverso e cioè dalla città al paese. c’è la possibilità di vivere a contatto con l’ambiente, di lavorare in maniera più lenta e tranquilla, di condurre una vita sostenibile sotto numerosi punti di vista, si può vivere in piena armonia con lo spazio e con il tempo. Si deve usare la tecnologia per aprire le porte ad un nuovo umanesimo, così essa non diventa soltanto spaesamento ma un “appaesamento” e dunque un ritorno alle proprie origini”.

Una ricetta per fare ciò può essere puntare sull’enogastronomia tipica?

“È un totem identitario. Il percorso enogastronomico fa parte di quelle tipologie di turismi che noi abbiamo nella riflessione antropologica. Il buon mangiare e il buon bere sono sicuramente dei pezzi forti italiani nel mondo. Bisogna però stare attenti a come lo si fa”.

Cosa vuol dire?

“Se diventa la sagra del paese o se c’è un fin troppo pesante folklore, non funziona e anzi produce un danno. Si deve avere una ricostruzione della memoria anche attraverso un prodotto tipico. Da questo punto di vista, il Cilento sta ottenendo ottimi risultati ed ha un’attenzione molto particolare. Ci sono tantissimi imprenditori che investono su questi valori dell’identità e, valore aggiunto, c’è una forte presenza femminile in questo comparto, altro elemento tipico. Tutto questo produce un sapere se la rivitalizzazione è fatta con competenza e si costruisce dunque un turismo esperienziale. Al turista si deve offrire una vera e propria emozione anche attraverso il gusto”.

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