La voce vagabonda di Don Michele Pecoraro

Scritto da , 15 luglio 2018
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Appuntamento fisso, questa sera, alle ore 21, all’Area Archeologica di Fratte per il parroco del Duomo e la sua band, ospiti della XXI edizione dei Concerti d’estate di Villa Guariglia di Antonia Willburger

Di OLGA CHIEFFI

 Sarà un Don Michele Pecoraro in doppia veste ad animare questa sera, dalle ore 21, il sesto appuntamento della XXI edizione dei Concerti d’Estate di Villa Guariglia, firmati da Tonya Willburger e dal Cta di Salerno. Scambio di concerti tra cattedrale, dove la rassegna ha vissuto l’anteprima in una notte magica con la banda ginevrina La Lyre de Chene-Bougeries e il Preludio Noir con il bagno di folla per Maurizio De Giovanni e il suo ultimo volume “Il Purgatorio dell’ Angelo”, e Area Archeologica di Fratte ove questa sera i riflettori si accenderanno sulla voce di Don Michele Pecoraro, il quale si presenterà con il suo quintetto d’elezione che schiera Cosimo Palumbo al pianoforte, Germano Cosenza al basso, Gerardo Genovese alla chitarra, Matteo Masullo al violino e al mandolino e Roberto Pipolo alla batteria. La serata vivrà due intensi momenti principiando con un omaggio al grande cantautorato italiano. In musica, nella grande musica (dalla polifonia medioevale all’Ottocento), Dio è stato celebrato con afflati e trasporti spirituali che sfiorano il sublime (si pensi a Monteverdi, a Palestrina, ad alcune insuperate romanze) ma ne è venuto fuori sempre un Dio astratto, lontano, temuto e adorato, incapace di interagire col mondo, alto e inaccessibile. Anche nella poesia, nella grande poesia, Dio è vissuto nell’icona che lo vuole e lo trasmette universale, Dio di popoli, di nazioni o di umanità tutta, mai o raramente dall’uomo, del singolo, mai o raramente con una voce, un viso, delle mani, delle parole. E anche quando tutto ciò è in parte avvenuto (penso all’originalità di Prévert, ma ai surrealisti in generale) sempre stragrande, immenso, imbattibile, amato o odiato che fosse, su un altro piano, mai a tu per tu. Poi ci sono le eccezioni. Padre Turoldo, Madre Teresa. E forse proprio da queste eccezioni sono partiti i cantautori, per parlarne. Perché il Dio dei cantautori non è immenso, non è irraggiungibile, al contrario è un Dio con cui si parla, si litiga, si blatera, si chiede perdono a tu per tu. Un Dio che arriva nella canzone d’autore coi grandi autori di fine anni ’60, primi ’70. Don Michele spazierà, quindi dai grandi successi di Adriano Celentano a quell’Io Vagabondo dei Nomadi, sino a “Chiamami ancora Amore” che ha portato Roberto Vecchioni alla vittoria della LXI edizione del Festival di Sanremo. Quindi Don Michele ci trascinerà sull’onda sonora delle melodie napoletane che sono parte del nostro più intimo sentire. Con lui partiremo per un viaggio nella storia della canzone napoletana, attraverso arrangiamenti originali, che ispirandosi alla città e ai suoi mille volti, ha scelto la via della mescolanza, aprendo un dialogo con i diversi generi musicali che hanno incontrato il canto napoletano. Dalla Napoli dell’epoca d’oro, l’Ottocento, quando da un balcone aperto o dalla strada veniva, ogni tanto, una canzone, un ritornello, una frase, voci di gente comune, voci isolate, voci di chi cantava per sé. Un viaggio che inizierà con un ricchissimo canzoniere. Il canzoniere è una raccolta di musiche e versi che con i loro contenuti hanno raccontato semplicità ed erotismo, esoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari. in cui le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni di un vernacolo che è più una lingua che un dialetto, si trasforma in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica Partenope. Da Napule Ca’ se ne va a ‘O Paese do’ Sole, passando per Voce e Notte, Mare Chiaro, O Sole Mio, Funiculì, Funiculà, spediremo un acquerello di una Napoli a cavaliere tra Ottocento e Novecento. Giungendo quindi al secondo dopoguerra, con gocce d’America, di Flamenco, di Bajon a “speziare” un patrimonio musicale partenopeo ripulito da memorie imbalsamate. La canzone napoletana incontra gli stilemi d’Oltreoceano nelle canzoni di Renato Carosone. Il tributo al grande Renato, concluderà il concerto con uno swingante “Tu vuo’ fa’ l’Americano”, per poi passare a Guaglione, O’ Sarracino, Torero, Io Mammeta e tu e L’hai voluto tu, per rinverdire quel gioco inimitabile tra musica e parole, una forma di divertita e divertente dissacrazione, in particolare dei testi, che viene dalle antiche tradizioni popolari dei macchiettisti, sapientemente contaminata con i ritmi ballabili di tutto il mondo.

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