La parola iridescente e musicale di Enzo Moscato al Nuovo di Salerno

Scritto da , 9 Ottobre 2021
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di Olga Chieffi

La figura poetica, drammaturgica e d’attore di Enzo Moscato è, nella scena italiana, una tra le più vive e affascinanti ma resta ancora controversa, ribelle e in continua evoluzione; nonostante questo – anzi, forse proprio a causa di questo – resta un autore definito, dalla critica meno aperta e disponibile, con una imbarazzante facilità. Napoli, con le sue facce, ferite e stereotipi, si imprime nello sguardo di chi osserva l’opera di Moscato più che nella sostanza dell’opera stessa e stenta a staccarsene, anche quando – quasi subito, in effetti – si comprende che il suo lavoro porta in sé, in un’unica soluzione, l’antidoto a Napoli e il suo veleno. Di fronte ad un autore che per temi, lingua e provenienza si presta tanto facilmente ad essere tipizzato, è stata forte, negli anni, la tendenza a limitare a pochi termini, perennemente ritornanti, la portata del suo discorso, e costringerlo, nella valle della sua tradizione teatrale, dentro gli stretti argini della Nuova Drammaturgia. Moscato va certamente oltre questi confini e potremo toccare con mano la sua visione, in questo weekend, nel corso del terzo appuntamento della rassegna “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli” organizzata dal Consorzio La Città Teatrale di Salerno, che vedrà rappresentata sul palcoscenico del teatro Nuovo, sabato alle ore 21 e domenica alle 18,30, “Trianon”. L’opera che è un ampliamento di Luparella, pensata per il volto e la voce di Isa Danieli, vedrà la regia di Gaetano Stella, con in scena Serena Stella, Annarita Villacaro, Gaia Vicinanza e Lucia Voccia, per un confronto con la tradizione, rappresentata dalla “memoria” scarpettiana impersonata da Raffale Milite e il contemporaneo, con la “voce” di oggi che è di Marco Bartiromo. Le espressioni di Moscato sono sempre quelle di un mondo discriminato e offeso ma ricco di intensità, di verità, di suoni veri. C’è Nanà una meretrice che più che altro è un transessuale e le tre donne che si chiamano tutte Lulù: insieme raccontano pezzi di esistenza, ricordi di mestiere. Danno la sensazione d’ essere in un ospedale, ma si scoprirà che condividono una cella. Sembrano nude ma non lo sono. C’è chi prima era uomo, chi è tisica, chi aggressiva, chi ragazzina. Le puttane hanno tutte rappresentato un punto fermo e privilegiato nel dare voce e corpo al concetto/prassi di una scena tesa a smascherare, con malinconia ma anche con tanta ilarità, la presunta insufficienza e marginalità di ciò che viene detto il femminile. Soprattutto quello ferito, venduto, comprato, mercificato, ingannato e mistificato da una storia gestita da millenni, in assoluto, dal maschile. Il linguaggio è napoletano stretto con squarci di cultura, mai volgare malgrado i toni forti. Parlano, cantano, soffrono, si divertono e sognano tutte le luci del Trianon, un locale leggendario. Corpi «frantumati, senza legami, decaduti e martoriati», che si scatenano in canzoni popolari e sceneggiate, esponendo col corpo, anima, sensazioni e sentimenti. Il regista ha trasposto dell’intero testo, solo alcune cupe suggestioni contaminandole con una rassicurante presenza di scarpettiana memoria e in più, da lontano, evocando moderne voci e suoni per commentare in contrappunto il racconto. “Trianon” era solo una parola che rimandava a immagini violente e tristi, ma era una parola fascinosa e per questo spaccato di umanità disperata era quella speranza agognata, perché: “…Loro so’ ‘nnammurate sule d’ ‘e parole, ‘e chilli sciuscie d’aria senza consistenza, ca so’ ‘e parole, meglio ancora si sonano furastiere…”.

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