La parola che canta Napoli

Scritto da , 6 Novembre 2019
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Da domani sera, alle 21, sino a domenica, Toni e Peppe Servillo saranno ospiti del cartellone di prosa del Teatro Verdi di Salerno, sostenuti dall’eleganza dei Solis Quartet Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello

Di OLGA CHIEFFI

Ritornano al teatro Verdi Toni e Peppe Servillo che, dopo il successo di Sconcerto, incontreremo da solo, in un récital in cui ci donerà la ricchezza infinita della parola partenopea. Da domani alle ore 21, sino alla pomeridiana di domenica, alle ore 18,30, la lingua napoletana e, con essa, la città stessa, racconteranno loro stesse, attraverso diversi ingegni, tappe di un percorso in cui incontreremo Vincenzo De Pretore” ed Eduardo De Filippo, poema in chiave drammaturgica,  per passare all’evoluzione della lingua, con “A’ Sciaveca” di Mimmo Borrelli e   “Litoranea” di Enzo Moscato, che passa da una pittoresca sfilata di imprecazioni ad   una passerella frenetica di sensazioni e volti, in cui intravvederemo una Napoli futurista;  babele di parole in lotta per emergere l’una sull’altra, “L’ommo sbagliato” di Raffaele Viviani. Voci e suoni  che saranno resi ancora più vivi dalle infinite tonalità e sfumature  della voce di  Servillo: novello Socrate, capace di incantare e ammantare di fascino la platea suscitandone al momento  sorriso e commozione. Uno spettacolo in cui la protagonista sarà la lingua, letteraria, dialettale che sia, ricca di musicalità, armonia, che passa dalla freschezza espressiva del dire di Salvatore Di Giacomo fortemente intriso di elementi letterari, cercati a tavolino, al dialetto di Eduardo, esempio di chiarezza espressiva e di organicità, dal tono dimesso e colloquiale, forte e pertinente proprio per il suo significato didascalico, sino a “Fravecature” di Viviani, che è tutt’altra cosa, popolare nel senso che usa termini ed espressioni legate alla tradizione del vicolo, del popolo, ( le “voci” sono proprio uno dei tanti esempi).  Toni e Peppe – vicendevolmente l’uno spettatore dell’altro – si alternano recitando e cantando testi e canzoni della cultura partenopea. Il repertorio di Toni spazia da Mimmo Borrelli a Eduardo De Filippo, da Enzo Moscato a Raffaele Viviani fino a Michele Sovente. Toni Servillo riempie la scena con la sua voce di volta in volta sibillina, suadente, volgare, roca, nitida. Non a caso recita anche al buio o con luci soffuse, e proprio attraverso queste luci accennate, il fondale bianco sul quale proietta la sua figura, Servillo recita anche col corpo, con le mani creando immagini sfuggenti ma indelebili: “La musica aggiunge senso e la parola precisa col riso e col pianto, le orchestrazioni inscenano un improvviso teatrale come se la vicenda nascesse ora col canto e annunciasse il paradiso tra sonno e veglia. Insistiamo nel ricongiungere tessere alla nostra stanza napoletana che a volte gode di una vista bellissima scrive Peppe Servillo. Peppe si presenterà in palcoscenico cantando Canzone appassiunata, Dove sta Zazà, Maruzzella, Sogno Biondo, Te voglio bene assaje, facendo sua ogni canzone, interpretandole quasi recitandole col suo volto-maschera, che trasmette di volta in volta dolore, gioia, nostalgia, passione, sostenuti, dai Solis String Quartet, composto da Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello, i quali come bridge puramente strumentale con l’Allegretto Pizzicato del Quartetto n.4 di Bela Bartok e Minuano di Pat Metheny. Rumori, onomatopee, linguaggio allusivo, gergo della camorra, dei teatranti, pescatori, della strada, caratteristiche di una lingua che come nessuna risponde ad un criterio ritmico, che non va mai sottovalutato, al ritmo che sottende la parola, in un’altalenante prevalenza del parlato sulla musica e viceversa. Entrambe si infrangono nella successiva sequenza, aspra e feroce, di Napule, crudo ritratto della città scritto da Mimmo Borrelli. Risulterà, quindi, non facile fissare la specifica identità della lingua di Napoli, come d’altra parte la sua canzone, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. La parola, il teatro, la poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, hanno espresso, come è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo. Il fatto singolare è che la lingua, “porosa” come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da parole e sonorità appartenenti ad altre culture la lingua napoletana, che non è solo semplicemente termine, parola, ma sa farsi danza, teatro, canto, urlo, è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, come l’unica uscita di sicurezza da quell’infernale paradiso chiamato Napoli.

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