La fiamma del Trovatore per il ponte d’Ognissanti

Scritto da , 30 Ottobre 2019
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Il capolavoro di Verdi torna al massimo cittadino, questa sera alle ore 21, per una prima, che saluterà nei panni della Zingara Violeta Urmana

 Di OLGA CHIEFFI

Si andrà a chiudere, da questa sera, alle ore 21, sino al 3 novembre, con Il Trovatore, capolavoro giovanile e romantico, la trilogia popolare, ideale, che è spesso ospite con gli altri due titoli del teatro Verdi di Salerno. E’ un periodo particolare questo d’Ognissanti in cui il velo che separa il mondo dei vivi da quello del soprannaturale si fa molto sottile, tanto da poter facilmente trapassarlo e, così, le anime dei morti più facilmente riescono a raggiungere e far visita ai loro cari ancora in vita, seguendo la luce di torce e fiaccole, segnalanti il cammino, in modo da agevolare loro il ritorno. L’incontro con Azucena, la reminiscenza delirante dei racconti e il fuoco di Verdi, la sua musica, impreziosirà questi giorni di riflessione e festa per il momento in cui la natura inizia il suo riposo, per preparare la sua rinascita. Con “Il Trovatore”, Verdi raggiunge il pieno dominio dell’architettura drammaturgica e musicale cresciuta in Italia negli anni del belcantismo rossiniano, belliniano e donizettiano, ma insieme con ciò rivela tratti inconfondibili della propria personalità, lo slancio irruente e febbrile; la malinconia dolente che si accompagna a tutti i ruoli e, allo stesso sfondo atmosferico dell’opera, che è notturno e cavalleresco, e il rilievo dei personaggi che, allo stesso tempo, sono archetipi delle passioni: l’amore, la gelosia, l’eroismo, l’affetto materno e filiale. Il Trovatore compendia l’intero il melodramma ottocentesco e dispiega torve vicende: l’infanticidio, i due fratelli rivali in amore e in guerra, che non sanno di essere legati dal vincolo del sangue, la donna contesa, una figlia che vuole vendicare una madre e che, al contempo, vuole essere madre difendendo a tutti i costi un figlio che, però, non è suo. E quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Raramente Verdi ha eguagliato l’enfasi corrusca e, insieme, l’elegia luminosissima di tante pagine del Trovatore: “Mal reggendo”, “Ivi povera vivea”, “Ah! Si ben mio”, l’intero quarto atto, una collana di gemme musicali che è un tracciato di inarrestabile corsa verso l’Assoluto. Non possiamo sorvolare sulla perfetta concatenazione fra recitativo, declamato e aria che il racconto della Zingara offre, mutandosi in “scena drammatica”, e, ancora, di episodi in cui quell’urgenza di accadimenti, della quale non si conosce la sorte, si registra in splendidi pezzi d’assieme, tutti avvampanti di fuoco: il terzetto Leonora-Manrico-Conte di Luna del primo atto, la scena del chiostro, il duetto Leonora-Conte di Luna del quarto atto, il duetto Azucena-Manrico, con successiva entrata di Leonora, precedente il finale. Capolavoro in sé, l’intera ultima scena, introdotta da accordi in Re bemolle che comunicano il senso di un misterioso e immoto destino che rende compiuto il dramma di queste quattro solitudini, simboli di quel sentimento romantico verdiano verso quel mondo ossianico, illuminato da una vampa narrante, accesa nell’oscurità della coscienza.

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