L’ irresistibile umorismo di Achille Campanile

Scritto da , 5 Agosto 2019
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Successo di critica e pubblico per “Delitti per gioco”, spettacolo che ha inaugurato la rassegna “La notte dei Barbuti” diretta da Brunella Caputo

Di Gemma Criscuoli

 

Un padrone inflessibile, come sostiene Manzoni? O un’imperdonabile volgarità, come vorrebbe Wilde? Di certo, se il vero delitto è vegetare sul binario morto della quotidianità o della logica più stantia, Achille Campanile è senz’ombra di dubbio innocente. È un omaggio a lui “Delitti per gioco”, lo spettacolo diretto da Brunella Caputo che ha aperto, presso la Chiesa di Sant’Apollonia, La notte dei Barbuti, sezione del Barbuti Festival. “Delitto a villa Roung” e “Misterioso uxoricidio in un caffè del centro o Una moglie nervosa” sono stati proposti all’insegna di una leggerezza che sbeffeggia ogni convenzione sociale e teatrale. L’elenco di citazioni sulla natura del delitto, da Balzac a Morrison, e la minuziosa definizione di gioco, letti con intensità sacerdotale dalla stessa Caputo, sono bruscamente interrotti dagli interpreti che, oppressi da tanta cultura, la portano via di peso. L’aura del regista è quindi sarcasticamente privata di ogni fascino, perché nessuna gerarchia resiste alla spudoratezza del paradosso. Gli interpreti, che gareggiano in generosità ((Mimma Virtuoso, Renato Del Mastro, Carlo Orilia, Alfredo Micoloni, Rocco Giannattasio, Augusto Landi, Matteo Amaturo, Salvatore Albano, Teresa Di Florio, Concita De Luca e Andrea Bloise) si scatenano in una briosa coreografia (curata da Virna Prescenzo insieme al disegno luci e alla selezione musicale), che è autopresentazione, preparazione dello spazio in cui agiranno e soprattutto desiderio di mostrarsi al pubblico con la compattezza di un’orchestra, dove ognuno conta se in armonia con gli altri. Che servano tramezzini agli spettatori o galoppino tra le acrobazie verbali di copioni decisamente inadatti a ogni pigrizia mentale, gli attori sono a proprio agio in quella giungla impervia che è il linguaggio, trappola mefistofelica che sabota e deve essere sabotata, perché l’assurdo, cioè la libertà libera anche da se stessa, trionfi. Se una moglie ostile al calzolaio ricorre a epiteti poco edificanti davanti al marito, senza che ci sia una benché minima intesa su inflessioni, sfumature, allusioni, spararle diventa legittima difesa. Se, nella ricerca di un assassino in una villa, si procede sì con la ferrea determinazione degli eroi polizieschi, ma a caso, la didascalia diventa personaggio e l’assassinato si finge morto per trovare un colpevole che non esiste, la scelta è chiara: perdersi in questo ammaliante delirio e abbandonare al suo destino quel triste figuro che è il pensiero lineare.

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