Kent Nagano prima a Ravello in punta di bacchetta

Scritto da , 7 Luglio 2021
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di Olga Chieffi

Torna l’estate, torna Ravello, con il suo belvedere a strapiombo sulla divina, luogo d’incantata e incarnata bellezza. Un pubblico giovane e internazionale ha riempito la tribuna, montata finalmente, per intero, pur nel rispetto per il distanziamento, ha salutato il ritorno di Kent Nagano, al festival con la Deutsches Symphonie-Orchester di Berlino. La musica, dopo la vacuità delle parole, scritte e dette, nelle giornate precedenti, ha esordito con il Siegfried-Idyll, WWV 103, un omaggio a Richard Wagner e alle ragioni estetiche del Festival. Una pagina, questa di grande fascino sonoro, che accanto all’intensità timbrica dello strumentale, evidenzia la profonda verve-creativa melodico-armonica di colui che ha rappresentato lo snodo più importante dell’evoluzione musicale occidentale, aprendo la via alla modernità compositiva in linea con la storia che cambiava. La compagine orchestrale tedesca ha messo in vetrina tutta la solida compattezza delle proprie sezioni, sottolineando le intenzioni narrative della pagina musicale e valorizzando i tessuti connettivi di lirismo e poesia che tengono energicamente la composizione, sotto la direzione di Nagano, efficace, precisa e al tempo stesso sciolta ed elegante. Si è formata sul palco del Ravello Festival una coppia si artistica che reale, Kent Nagano ha diretto sua moglie Mari Kodama, nel concerto n°4 di Ludwig Van Beethoven. Reattiva ma istintiva, la Kodama ha dimostrato di essere una solista dal gusto impeccabile e dalla grande concentrazione. In questa performance ha gestito le diversità ritmica di Beethoven senza ricorrere a quella urgenza espressiva non necessaria. È stata audacemente avvincente ed espressiva nel Finale, ben interpretando quel Rondò con la sua scrittura marcatamente percussiva. Tocco concreto, tempi generalmente veloci, visione brillante anche se non eccessivamente approfondita. Tono “chiaro”, veemente, chiaroscuro appena accennato, certo, alla prima nota non credo riusciremmo a riconoscerla, come usiamo con un Pollini o una Argerich, ma nonostante qualche intemperanza dell’audio a causa del vento che ha fatto gracchiare un po’ le casse, la ricorderemo per la purezza della sua esecuzione, che ha trascinato con sé empaticamente anche Kent Nagano, che ha depurato la partitura da ogni concessione. Finale affidato alla Sinfonia n°3 di Franz Schubert, una composizione breve e concisa che, dopo un’introduzione maestosa, affida i suoi temi alle voci argute ed evocative del clarinetto e dell’oboe e, passando per un minuetto giovane, impertinente e un po’ spettinato, termina a passo di danza con una giocosa e scintillante tarantella. La lettura è risultata translucida, grazie ad una concertazione limpidissima, che ha lasciato così gli strumentisti cercare nuovi equilibri e nuovi colori a definire fresche soluzioni di fraseggio, a vagliare criticamente la tradizione esecutiva. Due le chiamate al proscenio per le quali il direttore ha ringraziato devotamente il suo pubblico, con uno stralcio di una sinfonia concertante di J.C. Bach e ancora il finale della terza schubertiana, un ascolto attento lega le due pagine in un involucro galante in cui ha rivelato omogeneità e compattezza di suono notevoli, richiamando al contempo dettagli espressivi che la compagine ha risolto con versatile prontezza, realizzando una esecuzione fluida, gioiosa, che ha impreziosito la prima serata ravellese.

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