Incontro col secolo breve

Scritto da , 23 Ottobre 2020
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Questa sera, alle ore 18, il Teatro nuovo di Salerno ospita “Storie di Teatro” gli incontri di Corpo Novecento, curati da Alfonso Amendola e Pasquale De Cristofaro

 

Di Olga Chieffi

Si torna in teatro, oggi, con Pasquale De Cristofaro e Alfonso Amendola, per riprendere le fila degli incontri di Corpo Novecento, dialoghi, con video e reading, che si terranno a partire dalle ore 18 sul palcoscenico del Teatro Nuovo. S’inizierà con una riflessione sull’ultima fatica di Paolo Puppa, “Cinediario. Cinema in forma di fiabe un po’ patologiche”, con l’introduzione di Gino Frezza, in libreria per le Edizioni Oèdipus. “Il racconto è un racconto di malattia – scrive Vincenzo Del Gaudio – e un racconto malato allo stesso tempo: un padre narra a un figlio allettato alcuni film che l’hanno toccato nel profondo per motivi diversi, non glieli mostra, in una sorta di cinema senza il cinema che diventa spazio dell’immaginazione: la malattia del figlio diventa il racconto della malattia. Le immagini cinematografiche che vengono descritte dal padre, infatti, vengono spostate in prima istanza dallo schermo al racconto e in seconda istanza dallo schermo alla pagina. Qui si inserisce il gioco di Puppa che prende alcuni capolavori della storia del cinema: da Ombre rosse a Shining, da Edward mani di forbice a La valle del destino passando per Sentieri Selvaggi, Paisà e molti altri per farne materiale del racconto, per mostrare la sempre parzialità del punto di vista dello spettatore che interpreta, che guarda, e che nel guardare produce”. Seguirà la presentazione de’ “I Cenci” di Antonin Artaud. Tragedia in quattro atti e dieci quadri dopo Shelley e Stendhal, nella traduzione e adattamento di Gennaro Vitiello, con l’ introduzione di Rino Mele, Edizioni Titivillus, 2020. Il 1 maggio 1935 Antonin Artaud scriveva sulla rivista La Bête noir: “I Cenci non sono ancora il Teatro della Crudeltà, ma lo preparano”. I Cenci sono dunque questo: un “non ancora..” che prefigura un percorso interrotto bruscamente dai travagli di un’anima suicidata dalla società. Artaud si aspettava molto da questo suo testo che anticipava un’innovazione radicale della messa in scena; una drammaturgia pensata in funzione della regia teatrale e scritta vedendo l’azione già viva sul palcoscenico. Il debutto avvenne il 6 maggio 1935 al Teatro Folies-Wagram dove rimase in cartellone per diciassette repliche. La regia era curata dallo stesso Artaud che interpretava la parte del conte Francesco Cenci. L’opera fu ben accolta dalla critica rilevando la riuscita delle scene del banchetto, dell’assassinio e della tortura e condanna di Beatrice. Risultò scarsa l’affluenza di pubblico, fattore che ne minò il successo. La delusione di Artaud fu così profonda tanto da far credere a fattori decisivi che diedero avvio a quella parabola dolorosissima di cui siamo tutti a conoscenza. Al 64° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia  abbiamo applaudito  “I Cenci” in musica, un lavoro di teatro musicale composto da Giorgio Battistelli nel 1997, in prima esecuzione nazionale in lingua italiana, nato da una rielaborazione dell’omonimo “I Cenci”, scritto da Antonin Artaud con la regia di Carmelo Rifici. Un vero e proprio melologo dove appunto il melos, la melodia, si congiunge e dialoga con il logos, la parola. La musica colma di cupezza e contrasti è personaggio vivo, che apre spazi non solo immaginativi ma di vera propria azione, soprattutto con gli inserti di suoni concreti e spazializzati. E’ prevista per le ore 20, l’incontro sul capolavoro di Julian Beck, “Rivoluzione e controrivoluzione”, a cura di Sergio Iagulli e Raffaella Marzano, pubblicato dalla Multimedia Edizioni. Un’opera fondamentale del ’68, per una rivoluzione anarchica e non-violenta, scritta dal fondatore (con Judith Malina) del Living Theatre, con opere pittoriche dello stesso autore. Un tributo a chi ha saputo immaginare la rivoluzione di un’arte che non racconti la realtà ai suoi spettatori, ma la incrini, la sposti, la sconfessi, la rigeneri, per e con loro, attirandoli nel cerchio della propria inattualità. La serata verrà sigillata da un reading affidato ad Andrea Palladino ed Alessandro tedesco da “La pietra oscura” di Alberto Conejero, a cura di Simone Trecca, per le edizioni Oèdipus,  un testo interessante e intenso ambientato ai tempi della guerra civile spagnola: Rafael è un prigioniero in attesa di fucilazione, Sebastian è il suo giovane carceriere. Nella realtà, Rafael Rodrìguer Rapun è stato segretario del gruppo di teatro universitario “La Barraca”, diretto da Federico Garcia Lorca e suo ultimo compagno. In un serrato confronto tra i due, Rafael tenterà di coinvolgere Sebastian in un duplice compito, portare alla sua famiglia un messaggio di speranza e recuperare un inedito manoscritto di Lorca salvaguardandone la memoria presso le generazioni future. Un dramma avvincente sul valore della memoria come concime per un futuro meno violento e più democratico.

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