Il suono del Tempo: è “Quasi Natale”

Scritto da , 5 Gennaio 2020
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Grande successo di critica e pubblico pre la pièce di Francesco Lagi, scelta come anteprima della quinta stagione di ErreTeatro, il progetto Mutaverso, firmato da Vincenzo Albano, andata in scena al teatro Ghirelli di Salerno

Di GEMMA CRISCUOLI

Lo si può ignorare, deformare, tenere fuori dalla porta, ma si ripresenterà con la cocciutaggine di un bambino capriccioso. Il passato vuole riappropriarsi del presente e non c’è occasione migliore del rituale natalizio, che si impone inesorabile tra mandarini e continui tentativi di accendere l’albero. Storia solo all’apparenza semplice, “Quasi Natale”, scritto e diretto da Francesco Lagi, con Anna Bellato, Francesco Colella, Silvia D’Amico, Leonardo Maddalena, ha fatto da preludio, al Teatro Ghirelli, alla quinta stagione di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano. Una madre costretta in ospedale, che non compare, ma di cui si avverte di continuo la presenza, tenta invano di comunicare per telefono qualcosa ai tre figli: Isidoro, inquieto e sensibile spirito del focolare; Chiara, che fatica a fare i conti con la sua fragilità; Michele, non abbastanza dinamico e spregiudicato da avere la meglio sulle dinamiche familiari. L’infanzia ritorna nei gesti, negli scherzi, negli oggetti, persino nei rancori mai superati e nelle distanze che raggelano. Testimone e complice di questa regressione dolce e crudele è Miriam, la donna di Michele, non a caso somigliante alla madre, che, tra leggende navajo ed empatia, esorta a udire “il suono del tempo”, a cogliere ciò che si ostina a non morire. Gli interpreti alimentano una continua tensione emotiva, facendo emergere, con delicatezza mai innocua o con una sofferenza che tende a implodere, le ambiguità del quotidiano (un acquario che ricorda troppo da vicino le vite dei figli), le sensazioni di disagio e il bisogno di calore annidati nell’ordinario. Non occorrono riti propiziatori (la collana che Miriam strofina tra le mani con cura): ciò che è già accaduto è nelle viscere, vigila, mette in discussione, tende trappole. La messinscena lascia affiorare l’amarezza e lo struggimento propri di chi è sospeso tra un’epoca irrecuperabile e un equilibrio che tarda a concretizzarsi. Resistere, tuttavia, è inutile: il passato non è, come è stato scritto, un secchio di cenere, ma una porta che attende pazientemente di essere aperta. Le polpette materne conservate in freezer, cucinate e amorevolmente mangiate dai protagonisti, alludono alla necessità di nutrirsi di sentimenti creduti morti per (illudersi di) ricominciare. Il telefono ora può squillare quanto vuole, per annunciare il decesso della donna; tanto, “tutto ha un’anima e tutto rimane”.

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