Il sì di Zampino alle case sul mare Per il taglio del pubblico ci pensa Miccio

Scritto da , 1 agosto 2018
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Andrea Pellegrino

Parte tutto da un silenzio assenso e da un plastico. L’inizio del Crescent può racchiudersi in queste due fasi: il via libera della Soprintendenza di Salerno, senza se e senza ma, e l’esposizione di un plastico – con tanto di scorta dell’allora gruppo della protezione civile – alla galleria Capitol, dove De Luca mostrò i muscoli e chiese il consenso ai cittadini. E se il plastico (poi riproposto in piazza quando il cantiere venne sequestrato) ha avuto una risonanza mediatica, la decisione della Soprintendenza ha avuto il suo impatto tecnico e concreto sulla realizzazione dell’opera. Un semplice silenzio assenso (poi annullato dal Consiglio di Stato) per autorizzare un condominio – con due torri pubbliche a supporto – a pochi passi dal mare e nelle vicinanze di un torrente che fu triste protagonista dell’alluvione del 1954. In questi anni più che la difesa di Zampino (allora Soprintendente), che ha paragonato l’edificio privato sul mare all’opera di edilizia disegnata da Fuksas nel quartiere di Fratte, sarebbe stato utile raccontare qualche disavventura di cittadini di provincia che da parte della Soprintendenza non ricevono lo stesso trattamento dei salernitani. O meglio ancora di Giuseppe Galasso, papà della famosa legge che ha vietato costruzioni di cemento a pochi metri dalle coste. Che la Soprintendenza di Salerno abbia avuto un ruolo chiave nella vicenda Crescent si evince anche dalla costituzione di parte civile del Mibact che, in caso di condanna, ha richiesto un risarcimento danni da 200mila euro, contestando – già in sede di costituzione – il comportamento di soprintendenti e funzionari salernitani. Le Cronache, oltre ad aver pubblicato atti ed autorizzazioni, evidenziò anche la vicenda di Fausto Martino, ex assessore all’urbanistica (dimessosi nel 2003) della giunta De Luca, ex funzionario della Soprintendenza di Salerno che per aver definito il Crescent “un crimine l’umanità” fu destinatario di una nota a firma del sempreverde vicesindaco Eva Avossa, con la quale se ne chiedeva l’incompatibilità. Ma se Zampino autorizzò l’opera senza colpo ferire, Miccio – dopo l’annullamento da parte del Consiglio di Stato dell’autorizzazione paesaggistica – ne ha eliminato definitivamente l’interessepubblico, tagliando le due torri (che sarebbero servite al Comune e all’autorità portuale) e l’edificio Trapezio per la Capitaneria di Porto, trasformando così la mezzaluna di Bofill (pare di “nascosto” dalla stessa archistar) in un condominio esclusivamente privato. Questo anche senza il via libera del Consiglio comunale, che avrebbe avuto il potere di proseguire o bocciare il nuovo Crescent mutilato. Quanto al plastico, per ora gli unici ad essere rimasti a bocca asciutta pare che siano stati i guardiani della protezione civile, finiti anche al centro di polemiche aspre. Infine, negli uffici della soprintendenza pare che il silenzio assenso non sia passato di moda. Dopo il Crescent è toccato anche al nuovo edificio che dovrà sorgere al posto della storica Vitologatti.

(2.continua)

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