Il realismo visionario di Homologia

Scritto da , 31 marzo 2016
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Trionfa lo spettacolo della Dispensa Barzotti che ha stregato il pubblico della stagione Mutaverso al Centro Sociale “R.Cantarella” di Salerno

 

Di OLGA CHIEFFI

Segreto, indicibile, innominabile, illusione, tutto è presente in Homologia, un evento che ha inaugurato la nuova location della stagione Mutaverso, diretta e organizzata da Vincenzo Albano e dal suo ErreTeatro, al Centro Sociale “R.Cantarella”, andato in scena dinanzi ad un folto pubblico attento e stregato dallo spettacolo della Dispensa Barzotti. Uno spettacolo questo, che ci ha ricordato il teatro del silenzio di Maeterlinck, un racconto su cosa possa omologare l’uomo e renderlo tale, la morte. Lo spettacolo è costruito sul segreto, che corrisponde all’afasia dei personaggi, sul silenzio del soggetto, e sull’innominabile che è il silenzio sull’oggetto attorno al quale ruota il dramma, la morte, la sua attesa. L’anima riscopre parte del proprio segreto nell’accedere al mondo della memoria attraverso un corpo senile da marionetta. Da questa mancanza di dinamismo nel discorso (non c’è testo) e nell’azione trapela un’inquietitudine metafisica che pare prolungare se non addirittura annullare il tempo, assumendosi il duplice obbiettivo di mettere in evidenza la passività dei personaggio, vittima di un destino più grande di loro, e di creare un malessere. Questi gli assunti di “Homologia” della compagnia Dispensa Barzotti, un intenso spettacolo che è stato presentato a Generazione Scenario ottenendone soltanto una segnalazione speciale, creato da Rocco Manfredi, Riccardo Reina, Alessandra Ventrella. Sulla scena buia con la luce centellinata sapientemente, la possibilità di cogliere l’essenza fantasmatica del reale, restituirci la realtà come fantasma, evanescente spettro di luce sottratto al tempo, eppure imbevuto di tempo, intersezioni di epoche diverse, dissolvenza incrociata di corpi e oggetti, l’inconsistenza della nostra quotidianità, i fantasmi delle perdute speranze, sue, nostre, di tutti? Fantasmi, certo, di noi stessi, dei nostri corpi, dei nostri miti, di ieri e di oggi, della storia e dell’utopia. Fantasmi risucchiati dall’ombra, da uno spazio dominato dal nero che beve avidamente la luce, la inghiotte e non la restituisce, circondata però da un’aura d’indefinite memorie, di seducenti e perturbanti suggestioni e simbolismi sottesi da fiabesco eclettismo, ottenuti da una fervida visionarietà magico-inventiva che si arricchisce di forti tensioni sperimentali, d’inesausta ricerca, su di un palcoscenico su cui si incrociano i linguaggi del mimo, dell’illusionismo, del teatro delle marionette, da cui il gruppo ha iniziato in quel di Parma. Il protagonista dietro la maschera da vecchio burbero vive, vegeta, in questa situazione surreale, in una dimensione che oscilla tra la vita e la morte, tra la realtà e l’immaginazione, tra la purezza e la dannazione, sino a quando scatole regalo, una radio gracchiante, una mosca, un doppio, con la sua stessa maschera, con i suoi stessi movimenti, con la sua stessa artrite, lo scuotono, lo emozionano.  “Morire, dormire. Dormire, forse sognare”, dice Amleto. Anche il confine teatrale tra pubblico ed attori vacilla: non c’è lo scudo del palco, ed i personaggi trascinano gli spettatori nel loro mondo. Alla fine il doppio che sembra il vero vivo in palcoscenico si scopre un fantoccio, abbandonato sotto un simbolico specchio, lo specchio in cui si intuisce, in una sagoma rovesciata, la morte, illuminata dal chiarore della candelina della torta di compleanno. Applausi entusiasti del pubblico e promessa di una replica straordinaria per quanti non hanno potuto assistere al meraviglioso spettacolo in una serata di pioggia.

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