Il quattro mani di Angelica Sisti e Giulia Flora

Scritto da , 23 marzo 2014
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Di OLGA CHIEFFI

 

Giro di boa per il cartellone dell’Associazione “Antonio Vivaldi” di Sapri. Questa sera, alle ore 19, i riflettori dell’Auditorium delle Scuole Elementari “J.F.Kennedy” abituale cornice degli incontri musicali sapresi, si accenderanno su di un quattro mani al femminile, composto da Angelica Sisti e Giulia Flora. Il programma verrà inaugurato dalla petite suite di Claude Debussy, una pagina composta tra il 1886 e il 1889, debutto quasi ufficiale del compositore per questa formazione, se si esclude un inedito Andante. Di essa Debussy andava molto fiero, tanto che nella primavera del 1889 volle eseguirla con Dukas di fronte alla classe di Guiraud. Semplici nella forma e piacevoli per musicalità, i quattro pezzetti risentono delle influenze stilistiche sul giovane Debussy e anticipano la ricca produzione del suo peculiare impressionismo.: Debussy nel pianoforte rivoluziona il precedente indirizzo culturale: le pareti del confortevole salotto borghese vengono abbattute e lo sguardo si proietta lontano. Celeberrima come immagine della malinconia slava è la seconda danza dell’ op.72 di Antonìn Dvoràk. L’autore non impiega temi tratti dal folklore, ma ne inventa lui stesso uno immaginario perfettamente plausibile. Tecnicamente, è una Dumka, cioè un pensiero, una riflessione tradotta in musica con la forza della tradizione popolare boema, ispirata ad un canto popolare ucraino, che tuttavia risulta immediatamente “sincera” anche nel cuore di ascoltatori che sono nati lontani dalle tradizioni slave, perché ha in sé la natura istintiva, ottimistica, anche un po’ genuina, semplice, spontanea di Dvořák un compositore che non aveva nulla di cerebrale o intellettuale, in cui tutto scorre in modo limpido sul pentagramma. Dvořák scrive con un linguaggio assolutamente vicino a una nostra sensibilità innata, dunque amico delle nostre corde più intime e immediatamente fruibile sul piano del canto melodico, con ricchezza di temi freschi e generosi che incontrano un’orchestrazione assai descrittiva e densa di colori, di timbri e di suggestioni popolareggianti. Sullo stesso solco il Brahms delle Danze ungheresi da cui verrà proposta la più amata e conosciuta, la n°5. La scrittura a quattro mani di Brahms non differisce sostanzialmente da quella di Schubert, che sul duetto si era impegnato più di qualsiasi altro compositore. Un vero sviluppo, uno sviluppo di segno virtuosistico lo si nota proprio nelle Danze Ungheresi. La coloratura, che in Brahms troviamo raramente e che viene impiegata a velocità moderata e nella parte più acuta dell’oggetto sonoro, compare anche nella posizione intermedia, centrale, e a velocità elevata. Le Danze ungheresi sono amate per la creazione di ricalchi del lessico folclorico, ma anche perché nella ricerca di soluzioni inusitate, introduce nella musica a quattro mani, tradizionalmente destinata all’esecuzione familiare, il concetto di bravura e quindi la dimensione concertistica. Finale affidato al Concertino op.94 per due pianoforti composto da Dmitrij Sostakovic nel 1953, per il figlio Maxim che studiava per diventar pianista e che divenne invece direttore d’orchestra. Il pezzo, in un solo movimento articolato in più parti contrastanti, usa formule pianistiche tipiche ed è brillantissimo, gradevolissimo da ascoltare, ma non si può dire che la sua stesura abbia mosso alcunchè di inesplorato nell’animo di Sostakovic.

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