Il new tango di Galliano

Scritto da , 30 novembre 2018
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di Olga Chieffi

Dopo l’eccezionale esibizione del Klassik Italian Swing Quartet, che ha rivelato il meraviglioso suono e la creatività del fisarmonicista Fabio Rossato, in splendido dialogo con Ivan Tibolla, con il suo tocco intenso che canta e non spreca neanche una nota, con il contrabbasso di Ivano Avesani, e con il violino classico di Gunther Sanin, che nell’improvvisare, mantiene una sua cifra che lo contraddistingue, fatta di un andamento viscerale, ma elegante, domani sera ritornerà nel nostro massimo Richard Galliano. Trentadue anni di carriera per Richard Galliano, alle ore 20, risalirà sul palcoscenico del Teatro Verdi, dopo quell’indimenticabile concerto, che aprì la prima edizione degli Incontri Internazionali della musica, Italia-Francia, in compagnia di Enrico Pieranunzi e Martial Solal, in un massimo strapieno, sin sul palcoscenico, ripercorrerà la sua vita artistica “battezzata” da Astor Piazzolla, che per molti aspetti scorse in lui una sorta di continuatore del processo di modernizzazione della fisarmonica e bandoneon. Lo stesso Piazzolla incoraggiò Galliano a rendere contemporaneo un genere come il “Musette”, che altro non è se non l’incontro tra la tradizione popolare italiana e quella francese, uno scavare nelle radici di questa musica che sta al tango argentino e alla musica blues e folk americana. Nostalgia e integrazione fuse per elaborare un nuovo stile e suoni aderenti alle mutate condizioni di vita, conseguenze di emigrazione e sradicamento. Galliano, assieme ai suoi musicisti, riesce a evocare e creare immagini, con fervido umore e sentimento, di una toponomastica parigina che abbraccia musica, tradizione, sogni e nostalgie.
La Senna scorre attraverso la sua musica, testimone oculare di anime jazz riparate a Parigi, di fumosi club tzigani, di attori e scrittori persi nella loro arte e vita. Il fisarmonicista spazierà tra diverse pagine di Piazzolla, immancabile il brano che lo lanciò come suo pupillo “Tango pour Claude”.
Amava ripetere, Astor Piazzolla che tra la fisarmonica e il bandoneon c’è la stessa differenza che passa tra un limone e un’arancia: per il grande musicista argentino lo strumento di noi italiani era effervescente, acuto, allegro, al contrario dell’interprete privilegiato del tango, segnato da un’aura di malinconia. Piazzolla incontrò Richard per la prima volta intorno al 1980 in un concerto all’Olympia e l’unica cosa che gli rimproverò fu unicamente di non suonare il bandoneon. Domani sera, Richard Galliano, ci regalerà un consistente portrait di Astor Piazzolla, musica segnata da momenti regolarmente in bilico – dato caratterizzante della musica argentina – fra un lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, e picchi di alta drammaticità e forza penetrativa, pagine che fanno parte del sentire di tutti noi, il cui segreto è completamente svelato nella loro introduzione, in cui il pubblico rimane incantato, proprio nel suo non offrirgli troppo facili, e in fondo rassicuranti, appigli transtilistici, ma calandole in un ideale momento di sintesi tra i molteplici rimandi che il musicista intende riecheggiare nel suo stile. Stile alla cui riuscita non sono ovviamente estranei uno spiccato senso della tradizione jazzistica, simbolo del suo personale viaggio, alla scoperta di due fortissimi radici popolari, quella argentina e quella nero-americana, di cui il tango di Piazzolla si nutre e trae quel profilo così marcato. La ricchezza dell’apparato tematico delle opere di Piazzolla, sarà vivificato dal cimento e dall’invenzione del fisarmonicista, nonché dalla propensione trasparente per un eloquio diretto, in cui la perizia strumentale prevarrà sullo scavo concettuale e sulla transidiomicità del repertorio tematico, la forza propulsiva del sentire argentino, quella ripetizione ossessiva in progressione, di alcuni temi, quasi a voler significare che il normale spettatore deve ascoltare più volte quella particolare espressione musicale prima di poterla gustare, simbolo di quel popolo che si è messo finalmente in moto, in “Viaggio”, con la sua musica, il suo simbolo, il “Mito” del tango che allora nasceva.

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