Il giorno del ricordo: le Foibe e l’esodo giuliano-dalmata

Scritto da , 10 Febbraio 2020
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Di OLGA CHIEFFI

Oggi desideriamo saldare un debito di conoscenza, andando con la memoria ad un passato che, in qualche modo ci appartiene, poiché appartiene ad una parte importante della nostra comunità, sono le persone, le famiglie originarie dell’Istria, della Dalmazia, di Fiume, di Zara, che dovettero lasciare i luoghi dove erano nati, persone costrette all’esodo, storia italiana ed europea su cui riflettere ed interrogarci non solo oggi, ma per l’intero anno. La prima parte del Novecento è stata caratterizzata dalla nascita e dallo straripamento di nazionalismi e totalitarismi che hanno alterato e distrutto luoghi, identità, persone, violando ripetutamente i fondamentali diritti individuali, diritti negati, dimezzati, dimenticati e fatti dimenticare, con disprezzo, oltre che con ferocia. Trieste e i suoi territori hanno conosciuto la repressione e la dittatura fascista, hanno sentito sulla propria pelle l’infamia delle leggi razziali, il campo di sterminio delle Risaie, hanno vissuto il dramma delle foibe, ha toccato con mano la sofferenza delle vicine genti istriane costrette all’esodo sotto la violenza del regime comunista di Tito. Non credo sia possibile fare paragoni con la Shoah, con il genocidio degli ebrei, richiamare l’orrore assoluto di quel preciso, lucido e folle disegno di annientamento di un intero popolo. Resta l’orrore delle foibe, alimentato da un intreccio di appetiti espansionistici di Tito, perverso odio etnico, nazionale e ideologico, un odio che colpì fascisti, antifascisti, persone senza una precisa posizione politica. Poi, iniziò la rimozione. Quasi tutta l’Italia, anche se non certo quanti hanno vissuto l’esodo e la sofferenza di quegli anni, anche attraverso le parole dei familiari, hanno rimosso. Da quelle terre proviene la lezione di quanto è costato e costa costruire la democrazia in terre plurali dove a lungo le istituzioni sono state adoperate per negare, violare, cancellare identità e diritti, superare steccati, rimozioni, prima di riconoscersi pienamente crocevia di culture. Avere memoria riconoscere la propria storia e il proprio dolore, serve a riconoscere la storia e il dolore degli altri. Per far questo ci siamo affidati alla parola “vera” di due testimoni di quei fatti, il senatore Giorgio Benvenuto, che ricordiamo tutti a capo della Uil, oggi Presidente della Fondazione Bruno Buozzi, e a Federico Euro Roman Oro Olimpico a Mosca 1980 del concorso completo di equitazione. E’ la prima ricerca da storici che verrà qui proposta, quella sulla propria famiglia, che dovremmo fare tutti, per conoscere meglio noi stessi.  “La prima grande virtù dell’uomo è la verità (secondo alcuni filologi deriva dalla radice iranica ver che significa fiducia realtà) – scrive il filosofo Aldo Masullo – solo cercandola con passione potremo, forse, risollevarci dalla nostra condizione che sta cedendo al Nulla”. L’ invito è a rompere il guscio d’isolamento, che non è materiale ma una volontaria reclusione dell’io. La passione non è la cecità di lasciarsi prendere da un’urgenza, ma patire, cioè vivere profondamente e dare spessore alla storia, ponendo un freno al frenetico correre, in modo da fermarci a riflettere su noi stessi, poichè l’uomo è libero e vive in quanto trascende con il proprio pensiero la stessa vita immediatamente vissuta. Riuscire a far questo significa poter guardare con fiducia al futuro, significa poterlo costruirlo insieme, offrendo ciascuno il proprio pesante contributo.

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