Il fallimento della cultura salernitana

 di Alberto Cuomo

E’ sicuramente un caso ma accanto ai manifesti del Festival di Salerno Letteratura, appena concluso, è comparso il poster della Sagra della Pennetta Ogliarese, con le date quasi in continuità. Sarà stato quindi per non far destare confusioni che, lo scorso febbraio, è stato allestito un forum sulla cultura salernitana, onde tentare di tracciare le linee di un coordinamento di strutture ed eventi. In realtà i partecipanti, organizzatori di presunte manifestazioni culturali, limitate ai ristretti confini cittadini e prive persino di un riscontro provinciale, più che essere rappresentanti di qualche campo del sapere, tra registi dilettanti, ex giornalisti ed ex tutto, presentavano quale più significativo tratto comune l’essere deluchiani con incarichi istituzionali e finanziamenti per attività varie onde tenere viva, principalmente, l’immagine del loro signore. E chi sa, sia stato il presidente regionale ad invocare una maggiore organicità tra le manifestazioni, tanto che il forum è apparso propedeutico al ripristino di un assessorato ad hoc affidato, poche settimane fa, al fedele Ermanno Guerra, forte del suo piccolo e utile plafond di voti che la pur brava Willburger non possedeva. I segni del decadimento della cultura nella nostra città ad opera di uomini del carrozzone di De Luca sono diversi ed evidenti. Si va dagli sperperi segnati dai molti debiti contratti dalla Fondazione Salerno Contemporanea, alle indagini della magistratura sulla gestione dello Scabec, l’abbandono del Museo dello sbarco, inaugurato nel 2012 da Napolitano, il cui direttore, Edoardo Scotti, a segnare il proprio fallimento, ha proposto sia trasferito nell’ex stazione marittima progettata da Zaha Hadid. Ed è stato forse grazie al suo (in)successo con il museo che Scotti è stato messo a dirigere il teatro Ghirelli, il cui programma, sebbene sostenuto nel sodalizio con riconosciute organizzazioni napoletane, ha deviato sovente dall’indirizzo teatrale verso manifestazioni ad usum delphini. La palma del ruolo propagandistico però non può non riconoscersi al “Festival Salerno Letteratura” che, come si ricorderà, l’anno scorso, presentò tra gli scrittori invitati, il figlio di De Luca, Roberto, autore di un testo sulla sua presunta persecuzione politico-giudiziaria mossa da un incontro, riguardante lo smaltimento della spazzatura, avuto con un ex pregiudicato per reati di camorra legati agli affari sui rifiuti. Si ricorderà anche che, contemporaneamente al festival, Roberto Saviano avrebbe dovuto calcare le tavole degli “incontri di Ravello”, impedito a farlo, a suo dire, perché censurato dal presidente della Regione. Una defezione obbligata, secondo De Luca, per contrasti con i dirigenti della Fondazione Ravello, che provocò le dimissioni di Antonio Scurati appena nominato alla presidenza, il quale, vincitore del Premio Strega, invitato anche al Festival di Salerno, si limitò ad offrire un’intervista online di poco più di due minuti senza che nessuno degli organizzatori abbia avuto la sensibilità di toccare l’argomento-Ravello. In tale occasione De Luca tenne a dire che i contrasti tra Saviano-Scurati e la direzione della Fondazione non fossero dovuti a una censura quanto a “una diversità di opinioni degli organi dirigenti… che hanno voluto rimarcare la differenza fra un festival della musica e un marchettificio”. Una chiara “proiezione” dal momento proprio il festival di Salerno è apparso, negli anni scorsi, quasi allestito direttamente dalle case editrici. Il Festival ha compiuto10 anni fondato, da Francesco Durante, sull’interesse per la scrittura letteraria che va sempre più affievolendosi. Venuto meno Durante, con il sostituto, Gennaro Carillo, esso si è per così dire “allargato” investendo altri settori i quali appaiono privi di omogeneità, come è per esempio per la sezione “Classica” ispirata forse dalle suggestioni offerte da Eva Cantarella, dove però trovi l’antropologia, il design, il teatro che non si sa in che modo siano “classici”. La sezione più coerente appare essere quella della “Filosofia” più cara a Carillo (il festival non era aperto ai filosofi e nell’edizione del 2019, Roberto Esposito fu relegato in un luogo e in un orario concomitante con altri eventi sì da parlare alle sedie vuote) introdotta ufficialmente lo scorso anno con un “pensatore” italo-francese di non grande spessore ma à la page, Emanuele Coccia, il cui successo deve aver suggerito di ampliarla. Quest’anno, sebbene sia di maggior interesse, vede susseguirsi filosofi eterogenei, coinvolgendo accanto a quelli di tradizione europea come Esposito e Cacciari, i neorealisti angloanalitici come Ferraris, cui si uniscono sulla scia di Coccia, filosofi improbabili come Emanuele Dattilo o la popfilosofa Lucrezia Ercoli, attenti maggiormente alla popolarità che non alla riflessione. Tra tutti l’intervento di Cacciari è stato certamente il momento più alto del festival anche per la partecipazione del pubblico che ha riempito i quadriportico del Duomo. Nell’illustrare i temi del suo testo su L’uomo senza qualità di Musil, dal titolo “Paradiso e Naufragio”, Massimo Cacciari ha tenuto una vera e propria lectio magistralis riguardante la crisi dell’Europa e dell’Occidente dopo la prima guerra mondiale cui il capitalismo, rappresentato nel romanzo dal personaggio Arnheim (Rathenau) non ha saputo corrispondere con un progetto culturale concentrandosi solo sul possesso-successo economico. E’ probabile quindi che il festival sia ad una svolta e se la filosofia, con studiosi come Cacciari, ha dato smalto a una manifestazione che l’anno scorso appariva asfittica, certamente dovrebbe sfrondare le troppe sezioni omogeneizzando le discipline, dal momento si presenta come una sorta di insalata russa principalmente rivolta ad offrire una vernice culturale utile a coprire la rozzezza del potere sovrano a Salerno.