Il dottor Ascierto: “Bisogna tenere bassi i livelli di infezione”

Scritto da , 7 Marzo 2021
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Di Andrea Orza

 

Il Covid-19 è stato un disastro inatteso per tutti. In un primo momento i cittadini sono stati vittima di distorsioni massmediatiche per poi rassegnarsi alle restrizioni imposte dalle istituzioni. I telegiornali raccontavano senza spiegare la natura del virus influenzale, mentre il pubblico di spettatori sentiva il bisogno di una guida, delle parole esperte di un medico che prendesse un ruolo civile e che provasse quanto c’era di catastrofico entro i perimetri delle strutture sanitarie.

Il Dottor.Paolo Antonio Ascierto, Direttore dell’Unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori – fondazione Giovanni Pascale di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma, ha avuto un ruolo insostituibile per la costruzione di una sfera pubblica partecipata e coesa. Sostenendo campagne di sensibilizzazione e informazione per i cittadini, offre uno spunto su quanto accade oggi negli ospedali italiani. Stimola le famiglie a collaborare senza limitarsi alla contemplazione dei notiziari, ma rivendicando l’esistenza di vincoli tra le persone unite da una responsabilità reciproca alla lotta Covid-19.

 

 

Dottore, come ricorda il primo incontro con il virus?

“Oramai è passato un anno dall’inizio della pandemia e ricordo ancora il mio stato d’animo di questi tempi, ma non avrei immaginato uno sviluppo simile. All’epoca avevamo davvero poche notizie dalla Cina e quindi abbiamo dovuto organizzarci tutti quanti insieme per studiare il nemico che avevamo di fronte. Il problema del Covid-19 è che rispetto alle altre influenze provoca delle complicanze che obbligano l’ospedalizzazione del paziente. Li dove non ci sono gli spazi per accogliere i cittadini in terapie intensiva, si origina un’aporia nel sistema sanitario. Per questo motivo, posso garantire ai lettori che non ci siamo mai fermati. Non mi riferisco solo ai medici del nostro Istituto Oncologico, certo sapevamo che i nostri pazienti sarebbero stati quelli più a rischio, ma perché escludere le emergenze cardiache o qualsiasi altra malattia. Per noi medici è come vivere ogni giorno “un primo incontro” con il virus perché le difficoltà che causa alle strutture, sono diverse a seconda della malattia che prendiamo in esame.”

Come si è evoluta la vicenda entro gli ospedali?

“Bisogna distinguere una prima fase e una seconda fase. All’inizio è stato come urtare contro qualcosa di molto più grande di noi. Un virus imprevedibile generava ogni giorno molte vittime. Spesso chi circola tra i corridoi delle strutture sanitarie non si da tregua e non ha neppure l’occasione di riflettere su quanto sta accadendo. È paradossale ma i medici seppur in trincea sentono molto di più l’alienazione e il silenzio in questa trama horror. Nonostante le notizie confuse abbiamo subito stabilito delle priorità. Priorità significa trattare tutti quelli che ne hanno un’urgenza immediata: pazienti con metastasi o chi deve fare trattamenti esclusivi o le chirurgie importanti. Per i pazienti in follow up invece, poichè gli ambulatori sono stati chiusi per motivi di sicurezza, abbiamo scelto una sorta di telemedicina, insomma abbiamo avuto modo di sperimentare anche questa nuova tecnologia. Nella seconda fase, avevamo già familiarizzato con il virus e vennero istituiti nuovi protocolli di sicurezza. L’attività è stata ripresa, incessante e concentrata sull’obbiettivo, ma è chiaro che il gap dei tre mesi iniziali, in cui non sapevamo come muoverci, ha avuto conseguenze fatali su gli sviluppi successivi.”

Il gap potrà essere colmato entro la fine dell’anno?

“Ma certo, senza dubbio. Si potrà colmare lì dove il territorio comprende di dover dare una mano. La partecipazione dei cittadini è alla base per una buona organizzazione. In caso contrario se il Covid-19 continua a creare problemi senza che ci sia l’appoggio tutti, le strutture ne risentiranno in modo significativo. A chi mi domanda se a creare maggiori difficoltà sia la portata dal virus o la risposta sanitaria inadeguata, rispondo che è difficile da stabilire. I programmi di screening vengono concepiti da un piano di prevenzione a livello nazionale. Il percorso che ci porterà fuori dalla spirale del virus procede ormai da tempo e anche se in alcune zone il servizio può essere più carente che in altre, la collaborazione tra regioni è molto efficace. L’unione tra forze diverse è essenziale se si vogliono dei risultati in breve tempo, la moderazione dei cittadini che restano a casa sarebbe d’aiuto per noi.”

Secondo sondaggi recenti, l’umore dei suoi colleghi è molto cambiato. Quali conseguenze ha avuto il Covid-19 sulla psiche dei medici?

“Sicuramente il Covid ci ha travolti senza preavviso creando un impatto traumatico non indifferente. Anche chi come me fa ricerca è stato colto di sorpresa. Io di riflesso ho vissuto l’emergenza SARS del 2002 e viaggiando per lavoro ricordo i miei colleghi canadesi e cinesi in isolamento. Noi abbiamo avuto sempre molte paure ma non hanno mai preso posto nella realtà come stavolta, quindi molti potevano non sentirsi all’altezza. Lo stress prima o poi sarebbe arrivato. Ogni giorno trovarsi da soli per strada, sentirsi sopraffatti da molte criticità che non lasciano un momento di tregua. A questo si aggiunge che alcune strutture al Nord, sature di cittadini influenzati hanno trasferito i loro pazienti al Sud da noi. L’etica mette gli ammalati al primo posto, non si può mica lasciarli a loro stessi e bisogna prepararsi ad accogliere anche una richiesta maggiore. È stato difficile farsi carico di tutte le situazioni collaterali ma ugualmente importanti. Prima del vaccino, ci sentivamo a contatto ravvicinato con il virus e la tensione era molto alta, oggi è siamo più sereni, dopo un anno è il nostro pane quotidiano ma non ci abitueremo mai. Il virus deve essere debellato.”

 

Quale appello farebbe ai cittadini?

“Anzitutto voglio ricordare che il Covid-19 non è una semplice influenza perché impatta sulle strutture sanitarie tenendo impegnate delle risorse utili ai cittadini. Al momento bisogna mantenere i livelli di infezione bassi e quindi preferire l’isolamento alle passeggiate con gli amici. Mi rendo conto che il problema economico è un disagio che colpisce ogni settore e soprattutto i nuclei familiari, ma se la sanità viene messa in ginocchio ci vorrà più tempo del previsto. In altri paesi dell’Europa, dove i vaccini procedono velocemente, secondo i notiziari la vita è ritornata alla normalità. Questo significa che una soluzione c’è, ma bisogna rispettare delle tempistiche prestabilite che metteranno al sicuro tutti quanti.”

 

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