Il Comune diventa un’aula di Tribunale

Scritto da , 16 Novembre 2021
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di Michelangelo Russo

C’è in corso una metamorfosi sorprendente a Palazzo di Città. Varrà la pena di andare alle sedute del Consiglio Comunale per assistere, più che ai soliti dibattiti un po’ noiosi tra una minoranza in deficit di aggressività e una maggioranza silente e sorniona della vecchia gestione, alle piccanti frecciate spedite con apparente fair play tra l’avvocato Sarno e la nuova Giunta.

L’esordio dell’opposizione ha già un leader, che è un noto penalista di professione. Peggiore sventura politica non poteva capitare al buon Sindaco, che si trova a giocare con la sua partita già in difesa per i noti motivi, ma che rischia di trovarsi nel ruolo di imputato sul suo stesso scranno; che è il più alto dell’aula, e postulerebbe quindi una funzione arbitrale. Ma non è così, perché l’accusato è lui e il Pubblico Ministero è di mestiere un avvocato difensore. Mentre il difensore del Sindaco è un Presidente di Corte d’Appello, in missione di trasparenza ma pesce fuor d’acqua nel ruolo di difensore. Insomma, un’aula di Tribunale stravolta; con l’inversione dei ruoli, ma con l’attrattività a questo punto di un processo di Corte d’Assise di risonanza mediatica. Il primo punto di questa partita lo ha segnato l’avvocato Sarno, il Pubblico Ministero; ha notificato subito i primi due capi d’imputazione, l’Editto Tringali sulla stampa e il dramma dei disoccupati delle cooperative sociali.

Sull’Editto Tringali è stato categorico, e per la Giunta non c’è via d’uscita: la norma è illegittima, anzi, è inesistente perché emanata da un organo (la Giunta) che non ha alcun potere normativo. E la Giunta farebbe bene a ritirala immediatamente, dice Sarno, o rischia possibili denunzie dei giornalisti per abuso di ufficio in loro danno come categoria. Uno a zero! Poi, la questione dei disoccupati. Saranno stati i beneficiari di appalti truccati da altri, ma comunque il problema rimane: persone che avevano un posto di lavoro arrivato con la commissione di un reato adesso devono mantenere le famiglie. Problema politico che grava però giudiziariamente su quelli che adesso possono fare ben poco nel Comune perché inquisiti. La partita qui si complica, e un successo di Sarno varrebbe punto doppio. Come si fa a dare lo stesso lavoro ai disoccupati senza infrangere un’altra volta la legge? In verità, la memoria storica delle cose salernitane potrebbe fornire lo spunto per una via d’uscita. Il Comune di Salerno ha già visto questo scenario di assunzioni di massa incriminate dalla Magistratura. Accadde molti anni fa, nel 1980. Era il tempo della politica consociativa del Centrosinistra, che associava pure la destra in certe cose, che passavano poi all’unanimità in Consiglio Comunale. Dunque, in quell’anno, nei ranghi degli impiegati comunali erano stati assunti 130 dipendenti precari, con contratti trimestrali. Questi contratti furono prorogati dal 1979, salvo brevi interruzioni, di tre mesi in tre mesi, per quello che ricordo (fu uno dei miei primi processi, appena arrivato dalla Procura di Milano a quella di Salerno). Fino a quando, trascorso un anno, il Consiglio Comunale all’unanimità trasformò con delibera autonoma il contratto precario in assunzione a tempo indeterminato per tutti i 130. Quando l’avviso di garanzia per abuso in atti d’ufficio raggiunse il Sindaco e tutti i Consiglieri Comunali, da sinistra a destra, che avevano votato la delibera, successe il finimondo. Perché, nel silenzio di tutti al passaggio del Re un bambino nella folla aveva gridato “Ma il Re è nudo!”. Il processo finì con la provvidenziale amnistia del 1981. Ma è interessante guardare cosa successe ai 130 impiegati. In linea teorica, avrebbero dovuto perdere il posto perché l’assunzione era stata illegittima. E mentre i Consiglieri Comunali incriminati sfilavano davanti a me come P.M. e al Giudice istruttore Giovanni Volpe (c’era il vecchio codice, e quindi il Giudice istruttore e non il GIP), i 130 precari, ormai disoccupati, annaspavano assediando gli uffici di tutti gli assessori. In sintonia con il Giudice istruttore, fu esclusa da subito ogni ipotesi d’incriminazione per i malcapitati 130 giovani, che volevano solo lavorare, ma, dicemmo, erano stati male accontentati da amministratori fallosi. La palla rimbalzò, come risultato, alla Politica. La caparbietà e la capacità risolutiva di chi, a quell’epoca, guidava quei 130 giovani, e cioè l’architetto Bianca De Roberto che fu poi ingegnere capo del Comune, riuscì’ nel tentativo di stimolare le funzioni cerebrali dei responsabili del Comune; che avevano solo voglia di fuggire dal problema occupazionale che loro stessi avevano creato, ma che messi alle strette sistemarono le stampelle di salvezza di un problema umano in apparenza irrisolvibile. Sarebbe forse utile per l’assessore alle politiche sociali De Roberto (che credo abbia qualche parentela con la De Roberto architetto) consultarsi con l’ex ingegnere capo omonima per avere qualche dritta su come fu risolto quel vecchio problema. Di cui comunque, alla fine, beneficiò l’apparato degli Uffici Comunali, atrofizzati da un bel pezzo.

Dr. Michelangelo Russo

 

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