Il Balletto del Sud e il simbolo iridescente delle arti

Scritto da , 4 febbraio 2018
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Successo per la performance dedicata a Vivaldi, Cage e Auden, che ha chiuso i grandi eventi coreutici del Teatro delle Arti

 Di OLGA CHIEFFI

“Non temete nuotare contro il torrente, è di un’ anima sordida pensare come il volgo, perché il volgo è in maggioranza”. La frase di Giordano Bruno ci è balenata in testa alla vista di un Teatro delle Arti pieno a metà, da un pubblico di veri appassionati della danza. In programma non il grande classico di repertorio, inadatto ad un qualsivoglia palcoscenico cittadino, che comunque e da chiunque venga eseguito fa il pieno al botteghino, ma, “Le Quattro Stagioni”, tra Vivaldi, Auden e Cage, con l’eccellente Orchestra di Stato Ungherese “Alba Regia Symphonic “, guidata dal primo violino solista Gabor Selmeczi, il prestigioso Balletto del Sud di Fredy Franzutti e l’attore Andrea Sirianni, protagonisti di un interessante e intenso progetto, tra musica, poesia e danza. Meraviglia degli organizzatori per non aver visto la sala affollata dagli allievi dei licei coreutici e musicali, e aggiungo dei Conservatori e dell’Università, ma le tre dame della danza cittadina, Pina Testa, Amalia Salzano ed Emma Ferrante hanno dalla loro parte la testardaggine di coloro i quali conoscono bene ciò che propongono e non si tirano certo indietro dinanzi, magari, una maggiore difficoltà di linguaggio, combattendo la propria battaglia contro la pigrizia di una parte del potenziale pubblico, nell’interesse dello stesso: “si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza” affermava Donna Prassede. Un plauso, quindi, in primo luogo alla direzione artistica che ha proposto due eventi “Night Garden”, con la Compagnia Evolution Dance Theater-creativity in Motion di Anthony Heinl, e queste quattro stagioni dell’anima. Il balletto con orchestra dal vivo forse, mancava dal 2005 con il solito Schiaccianoci, affidato al teatro dell’Opera A.Pushkin e la nostra formazione diretta da David Garforth. Al teatro delle Arti ci siamo trovati con l’Orchestra di Stato Ungherese schierata in palcoscenico con Gabor Selmeczi, solista che oltre le difficoltà proprie dei quattro concerti del prete rosso ha dovuto “accordare” orchestra e corpo di ballo. Fermezza della cavata nell’intonazione perfetta, varietà della dinamica e del timbro, agilità e dominio della tecnica, mai fine a se stessa ma al servizio della cantabilità, per queste Stagioni, eseguite secondo la scuola cosiddetta “romantica”, senza seguire i canoni di una pseudo-filologia che prescrive un suono generale secco e povero, ma una linea compromissoria di pura “filologia” “interpretata”. Il violinista ha sottolineato in particolare la variazione d’intensità di queste pagine, espressione di dinamica parola che deriva da “dynamos”, forza. E’ questo Vivaldi, al di là di ogni studio critico e filologico: è espressione forte di contrasti netti, di sentimenti chiari ed evidentemente contrapposti, non le emozioni più sottili dell’animo o i passaggi graduali da un’emozione all’altra. E’, il tempo vivaldiano, l’epoca degli stati d’animo, non dei moti dell’animo, in cui alla passionalità delle emozioni più violente e intime si preferisce la razionalità anche nel sentimento. Vivaldi, l’anticipatore della musica concreta, proprio nello splendido adagio dell’inverno, ha sposato la musica di John Cage, “Fontana Mix”, che è affermazione del principio di “non-volontà” del compositore, che lascia liberi esecutori e uditori di “sentire” a modo loro e la sua suite per Toy Piano, l’evocazione del preparated piano, qualche frammento delle sue stagioni. Al centro il verso di Wystan Hugh Auden, il poeta dell’incertezza e degli ultimi, anticipatore della nostra società liquida, della società Usa e getta – anche la coscienza e i sentimenti, disvivere più che vivere -, ossia la vita quotidiana intesa quale consumo veloce, consunzione oscura, spendita e ricarica inerti, abbandono, cieca soddisfazione, sopraffazione, con i versi ed un excursus della sua vita, attraverso l’opera declamata da Andrea Sirianni. Quindi, al coreografo Fredy Franzutti, il compito di plasmare il tutto tra i pezzi d’assieme delle stagioni eleganti e raffinati, che hanno posto in luce la danzabilità delle pagine strumentali del genio veneziano, i cui percorsi armonici e la densità della tessiture, con i ballerini a doppiare cellule melodiche e strumenti quali diversi personaggi di un bel dipinto, grazie anche ai costumi e in particolare alle scene di Isabelle Ducrot. Narrazione, ampia gestualità ed emozioni nei passi a due e nei soli, come quelli di Alice Leoncini, Elia Davolio e Monica Veri, o delle due star, Nuria Salado Fustè e Carlos Montalvan, o ancora di Gabriele Togni, che ha danzato con la bandiera americana, un solo dedicato a questa nazione dai mille volti. La particolarità della poesia, di Auden inoltre, è l’utilizzo del metro allitterativo di origine anglosassone, ed ecco allora il balletto su Funeral Blues sulla voce del poeta che si fa ritmo e musica. Ancora l’ekphrasis dei tre quadri di Bruegel il Vecchio, i cui temi sono l’indifferenza verso gli ultimi. Applausi per l’intera compagnia che, oltre ai solisti ha schierato, il salernitano Lucio Mautone, Martina Minniti, Alexander Yakolev, Beatrice Bartolomei, Federica Scolla, Ovidiu Chitanu, Letizia Cirri, Valerio Torelli, Bianca Cortese, Camino Llonch, Fabiana Serrone, Giuseppe Stancanelli, Letizia Rossetti e Giorgia Bergamasco, chiamati dal pubblico diverse volte al proscenio, insieme all’orchestra.

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