Il 25 aprile ieri e oggi

Scritto da , 26 Aprile 2020
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La direzione comune per sostenere lo sforzo di uscire dal disastro della guerra rimaneva e rimane una priorità, perché da essa dipende il destino del mondo del lavoro. Oggi c’è bisogno di non smarrire propositi positivi che non vanno immiseriti da polemiche tanto sterili quanto inutilmente distruttive

Di GIORGIO BENVENUTO

“Il desiderio di resistere alla oppressione è radicato nella natura umana” osservava Tacito, lo storico latino. E quando si ricorda la Resistenza ed il 25 aprile, queste parole sono appropriate perché permettono di allargare la visione di quel periodo agli anni precedenti all’ 8 settembre 1943, quando l’impegno contro la dittatura fascista era di una tenace minoranza, che si poneva l’obiettivo della ricostruzione dell’Italia dopo la liberazione dal nazifascismo. Proprio per tali ragioni non ha senso cercare di dare nuovi significati alla festa della Liberazione. Semmai l’errore che si rischia di commettere è quello di trascurare che da quel drammatico periodo prende le mosse una classe dirigente che, sia pure con diverse ideologie, ha saputo rimettere in piedi il Paese, la sua economia, le basi del vivere civile. La parola Liberazione andrebbe dunque, soprattutto per i giovani, associata a quella di ricostruzione morale, civile, economica e sociale. A mantenere viva la lotta per la libertà, prima della seconda guerra mondiale ci avevano pensato politici e sindacalisti del valore di Turati, dei fratelli Rosselli, di Pertini, di Amendola,  di Gramsci, di Foa, di Gobetti, di Giacomo Matteotti,  di Nenni, di Buozzi, di Di Vittorio e di tanti altri, assai meno noti, forse, ma capaci di non arrendersi in un periodo di libertà negate, di “pensiero Unico” e di controllo poliziesco, con la forza di rimanere opposizione morale e politica. Pagando, spesso, con una stentata sopravvivenza questa scelta. E, dal ’43 in poi, come non ricordare l’apporto dei lavoratori alla lotta contro il nazifascismo, con gli scioperi nelle fabbriche, ma anche con la difesa di esse, che volevano dire pane e lavoro per tante famiglie, specie al nord. Quando celebriamo il 25 aprile, insomma, rendiamo anche giustizia a questi sacrifici, a queste lotte. E sia pure fra varie differenze, questa data diviene il crocevia di aspirazioni ad un Paese diverso da parte di socialisti, comunisti, cattolici e liberali di varia estrazione, che confluiranno nella posa di pietre miliari per la rinascita dell’Italia: la Repubblica, la Costituzione, il voto alle donne, il ritorno alla libertà ed unità sindacale, solo per citarne alcune. Si possono avere giudizi discordanti sul significato del 25 aprile, ma non si può ignorare che, la nuova fisionomia politica e sociale del Paese, si realizza partendo dalla riconquistata libertà di cui quel giorno è simbolo storico. Non si tratta, allora, di ridurre questa ricorrenza al solo aspetto “distruttivo” della cacciata del nazifascismo, ma di fare un passo in più per comprendere che, quella forza messa in campo dall’antifascismo di diverse provenienze, divenne determinante per avviare la ricostruzione del nostro Paese. Questo spirito sopravvive addirittura quando il mondo si troverà diviso in due: Occidente ed Oriente. Palmiro Togliatti, segretario del Pci di allora, non a caso dichiarava, dopo la rottura dei Governi di coalizione antifascista, che il suo partito era “fuori dal Governo, ma dentro la Costituzione”. Perché era proprio la Costituzione che diventava il nuovo motore di un Paese che voleva lasciarsi alle spalle le macerie della guerra. Tanto che la sinistra, Psi e Pci, approvò nel 1948, nel pieno dello scontro ideologico e politico con la Dc, il provvedimento che rilancia il prestito per la ricostruzione, composto da titoli di stato. In quell’occasione dal PCI e dal PSI venne l’invito agli operai ad investire parte del loro salario acquistando quei titoli. Ed era da più di un anno che erano usciti dal governo De Gasperi. Non solo: nel 1945 un altro esponente della sinistra Ferruccio Parri , in qualità di Presidente del Consiglio, con il Ministro Soleri lanciò il prestito della liberazione anche al fine di assicurare la stabilità del credito. Come mai questa attenzione al risparmio in una realtà devastata da grandi distruzioni? Probabilmente perché c’era un forte legame fra quelle forze politiche ed il mondo del lavoro che permetteva di sostenere come credibili quelle proposte. Un legame di cui il 25 aprile, lo si voglia o no, era un simbolo reale.  La direzione comune per sostenere lo sforzo di uscire dal disastro della guerra rimaneva una priorità, anche perché da essa dipendeva il destino del mondo del lavoro.                                                                                                                                          Ed in un certo senso il compimento del 25 aprile lo possiamo trovare nel testo della nostra Costituzione. In essa confluisce la speranza di coloro che si sono battuti per la libertà, ma anche di coloro che avevano ritrovato fiducia in se stessi ed avevano compreso la lezione di un passato che andava superato. Uno dei padri della Carta Costituzionale,  Piero Calamandrei, osservava che quel testo non andava celebrato, ma attuato. E citava l’esempio dell’articolo 3 nel quale lo Stato si deve impegnare a rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’esercizio concreto dei valori cui esso si ispirava, da quello della libertà a quello della dignità della persona. E per far comprendere che questa attuazione era possibile in presenza di una coesione di fondo della società raccontava  la storiella di quei due emigranti imbarcati su un piroscafo che faceva rotta verso l’America. Uno dei due mentre sul ponte osservava la burrasca che si avvicinava sentì un marinaio esprimere il suo allarme per i rischi che la nave correva. Si precipitò dal suo amico che dormiva e lo mise al corrente della situazione: “se la tempesta aumenterà di intensità, la nave potrebbe affondare”. E l’amico di rimando: “e cosa mi importa, non è mica mia…”. La nave nella interpretazione di Calamandrei era ovviamente l’Italia. E questa considerazione ci riporta all’oggi ed alle difficoltà che dobbiamo affrontare con la pandemia. Il primo spunto di riflessione è proprio collegato alla necessità di dare priorità, quando sarà possibile, alla ricostruzione. C’è bisogno di non smarrire propositi positivi che non vanno immiseriti da polemiche tanto sterili quanto inutilmente distruttive. Sappiamo bene che avremo a che fare con una economia stremata che produrrà disoccupazione, disagio sociale, chiusura di attività economiche. Si deve reagire nel solo modo possibile: rilanciare la sfida della crescita, con programmi, progetti, confronto aperto fra Istituzioni e forze sociali, idee nuove, mettendo il bene comune al di sopra delle ambizioni personali. Allora, il 25 aprile e dopo, l’Italia era in possesso malgrado  le vicissitudini della guerra e della dittatura di una classe dirigente composta da grandi personalità. Eppure, essi furono tanto lungimiranti da cedere il passo alle necessità  di un Paese che non poteva sopravvivere sulle parole, tantomeno sui monologhi.                                                                                                                                       Ma occorre, anche più che mai, avere un’ Europa che sappia andare oltre i nazionalismi, gli egoismi, le logiche meschine che suggeriscono di far passare in qualche modo ‘a nuttata. L’Europa ha bisogno anch’essa di una stagione di ricostruzione profonda che le restituisca un’anima vitale, ritrovando ragioni comuni per una coesione in grado di andare oltre il mantenimento di una economia di mercato e della moneta unica. Oggi il primato, come avvenne allora da quel 25 aprile in poi, deve spettare ad un progetto politico, alla politica. Ed infine, questo 25 aprile può essere l’occasione per ricordare che è sempre possibile ritrovare unità d’intenti. Oggi essa è necessaria e non si può ritrovare che in un ruolo attivo e definito dello Stato, ma non certo nella confusione istituzionale che vede lo Stato, le Regioni e gli enti locali antagonisti fra di loro, oppure il ruolo di partiti, Parlamento, corpi intermedi, ridimensionato dal pullulare di task force di consulenti, di tecnici, di esperti incapaci di fare squadra.  Va compiuto, invece,  uno sforzo serio di ritrovare una direzione di marcia ben definita.Le priorità che vanno fissate possono esse stesse divenire terreno di discussione e di competizione sulla scena politica. Ma devono essere tali da consentire di dare risposte concrete, realizzabili. E non si potrà non ripartire sul piano economico che  da una strategia contro la disoccupazione e per nuova, buona occupazione, evitando di finire impantanati per anni nella pratica di un assistenzialismo che a lungo andare logora anche la tenuta democratica.                                                                                                                                                          Ricordare nel modo giusto il 25 aprile può aiutare in questa ricerca di nuove strade, senza l’illusione che tutto potrà tornare come prima. Ma questo obiettivo vuol dire soprattutto impegnarsi nella realizzazione di un buon futuro soprattutto per le giovani generazioni. In quel giorno nel 1945, non dimentichiamolo, fra i  protagonisti della riacquistata libertà nelle piazze e nelle vie delle nostre città c’erano tanti, tantissimi giovani.

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