I tesori nelle terre dei Lucani e dei Sanseverino

Scritto da , 13 Agosto 2022
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Lo splendore del passato come volàno per il futuro nell’opera di Nicola Femminella, presentato tra le antiche pietre del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Diciassette itinerari nel parco del Cilento tra le bellezze di 56 comuni

 Di OLGA CHIEFFI

Serata inaugurale, giovedì sera, per la X edizione di “Storie in Piazza”, una rassegna ideata da Franco Maldonato, direttore del Polo museale di San Giovanni a Piro, il quale ha inteso partire dalle radici, dalla storia del Cilento, dialogando con Nicola Femminella, autore di un’opera preziosa, “I tesori nelle terre dei Lucani e dei Sanseverino” – un lavoro di ricerca su 56 comuni degli Alburni, Cilento, Golfo di Policastro e Vallo di Diano, una imponente opera letteraria e fotografica, in libreria per le edizioni Grafiche Zaccaria di Lagonegro, che ha avuto principio nel dicembre 2013 e conclusione nel 2020, comprendente ben 850 pagine, raccolte in due volumi che, grazie al lavoro di Lucio Mori  e di Michele D’Alessio sono stati assemblati in un  elegante cofanetto – e Felice Grieco, tra le antiche pietre del cenobio basiliano, con la partecipazione di Daniela Paladino, guida ufficiale del sito e le letture, a cura di Michela Riviello e Patrizia Cetrangolo dell’associazione Controluce, presieduta da Costanza Florimonte. La serata è stata aperta dai saluti istituzionali del vicesindaco e consigliere della Provincia di Salerno con delega al Turismo, Pasquale Sorrentino,  il quale ha lanciato un chiaro invito, testimone di un tempo “pieno”, saturo come il nostro, che, come ricorda il Meister Eckart dei sermoni tedeschi, è il tempo della fine, come quelli che stiamo vivendo. Si sa che in questi tempi particolari deve esplodere l’ umanità di ognuno di noi, bisogna ritornare alle origini per rinascere e riconoscersi, annunciando anche una vera e propria chiamata alle Arti, nell’ambito della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si svolgerà a Paestum dal 27 al 30 ottobre, per riaccendere i riflettori sui tesori della nostra provincia, da Villa Guariglia ai diversi piccoli musei come quello di Roccagloriosa o ai siti archeologici meno noti del Cilento, da Roscigno a Caselle in Pittari. Il dialogo ha preso il via proprio dall’insediamento dei monaci Italo-Greci, sbarcati in Sicilia, ma risaliti sino al Cilento e qui fermatisi, proprio per i suoi fenomeni carsici e, quindi, le sue grotte, tra il IV ed il IX secolo. Il Sud, la ripresa di un territorio messo a ferro e fuoco dai saraceni, ebbe come protagonisti proprio i centri monastici, da monaci che prendevano ispirazione per la loro vita religiosa dagli scritti ascetici e teologici di S. Basilio, dai quali partirono le opere di bonifica, di messa a coltura dei campi e la formazione di piccoli villaggi agricoli che avevano il compito di assistere viaggiatori, mercanti e pellegrini. Diciassette gli itinerari catalogati in quest’opera dall’autore, il quale ha spaziato dagli insediamenti rupestri sugli Alburni, all’ abitato lucano sul pianoro di Caselle in Pittari, che va a costituire, probabilmente, un centro territoriale del V secolo a.C. come documentano i rinvenimenti di un’antefissa a protome femminile, e ancora, sua la teoria fascinosa e misteriosa sulla magnificenza inusitata dalla certosa di Padula, nonostante l’enorme ricchezza dei Sanseverino, che il Femminella ipotizza costruita coi tesori dei templari sfuggiti a Filippo Il Bello e tanti, innumerevoli spunti, dalle raffinatissime 24 statue lignee di Giacomo Colombo ospiti delle chiese del Cilento, all’idea di collegare i vari siti archeologici da Paestum, a Velia, da Roscigno a Padula sino a Laurelli. Il messaggio del libro e della serata stessa è chiaro ed iridescente perché realizzati con spirito di fiducia, nella speranza di stimolare nelle giovani generazioni dei Cilentani quell’impennata di orgoglio per le proprie radici, strabilianti, anche solo per la nascita della scuola Eleatica di Parmenide e Zenone, quanto il salto mortale che il Didatta Nicola Femminella eseguiva per i suoi giovanissimi studenti. E nel dire le cose, nel dire il silenzio presente nel romanzo delle cose, la parola nel suo domandare deve riaccendere la meraviglia. Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia della parola nel suono delle cose. L’invito dei relatori, stimolato anche da un giusto intervento di Agostino Ingenito, presidente nazionale Abbac, è di riavvicinarsi all’accoglienza consapevole dei monaci basiliani, dei lucani, abbandonando, quella ritrosia un po’ selvaggia, quanto questa amara terra verso il “forastiero”, che fece, comunque innamorare i romantici: movendo le emozioni e ritrovandosi in esse, l’erosione del tempo scomparirà, i rapporti saranno nuovamente possibili, grazie alla “differenza”, ovvero alle diverse identità e al dialogo, che si risolverà in discorsi d’Amore, unico viatico valido per il futuro dell’ Umanità.

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