Giochi di Flauti con Alessandro Crosta e Nadia Testa

Scritto da , 30 marzo 2014
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Il consueto appuntamento domenicale con la musica a Sapri è firmato dall’Associazione “A.Vivaldi”. Nella sala concerti del sodalizio culturale, presso le scuole elementari “J.F.Kennedy”, intorno alle ore 19,15, si esibirà il duo composto dal flautista Alessandro Crosta e dalla pianista Nadia Testa. Il flautista proporrà un programma unito a filo doppio con il suo spirito di collezzionista di strumenti antichi, infatti suonerà diversi flauti quasi a dimostrazione della meccanica di questo strumento e della musica ad esso dedicata, in “Giochi di Flauto”.

La serata verrà inaugurata dalla Sonata in re maggiore, op. 17 n.1, del boemo Vanhal, che si pone a acavaliere tra il secolo XVIII e l’’800, che verrà eseguita con un flauto che si avvale di un sistema adottato dal flautista Robert Sydney Pratten nella seconda metà dell’Ottocento, che naturalmente ebbe vita breve. Tuffo nella Salon Musik ottocentesca, d’ispirazione operistica, che richiede ai suoi cultori una robusta preparazione tecnica, fantasia pronta e versatilità, doti non solo esecutive ma anche d’invenzione e soprattutto di solido mestiere e gusto sicuro. Pagine queste, che vedrà assoluto protagonista il flauto segnate da una forte carica di sentimentalismo, unito a uno spirito brillante che spesso trova espressione in forme di levigata eleganza, forse, in qualche momento, un po’ troppo alla ricerca dell’effetto esteriore, ma ricche di invenzioni sonore. “La pazzia di Lucia, questa pazzia garantita è il soffio più sottile, più leggero, più aereo che si possa dare, e il più gelido, pure. Un idillio a fili d’argento tra Lucia e un personaggio misterioso che lei sola vede, lei sola ascolta. Un gioco bianco in un bianco paradiso. E i gorgheggi, i ghirigori, i «chioccolii» di Lucia le escono di bocca a collana, a pallini sonori, esplodono in aria come minuscoli fiori, inseguiti dalle note rotondette e «soffiate» di un flauto solitario”. Così scrive della follia di Lucia, Alberto Savinio nella sua Scatola Sonora, a cui s’ispira questo divertissement composto da Joachim Andersen, che andremo ad ascoltare con un Besson “Bohem System” del 1890. L’ottavino, invece, evocherà il mare di primavera descritto in musica nel 1929 da Michio Miyagi. Passaggio in Francia con Olivier Messiaen e il suo virtuosistico “Le Merle noir”, datato 1951, l’unico lavoro da camera espressamente dedicato al canto degli uccelli. Nel brano si alternano sezioni lente e veloci, in queste ultime viene presentato il materiale legato al canto del merlo, sviluppato, poi, in vario modo nelle sezioni lente. Ed ecco il caldo e avvolgente suono del flauto in sol che delizierà l’uditorio con il Tango Etude n°4 di Astor Piazzolla, ove il timbro non userà il tango come classica rappresentazione dell’Argentina ma verrà scomposto per ricomporlo,  con il suo linguaggio: quello del jazz, del suono classico miscelati, ma sempre riconoscibili come le sabbie colorate nelle bottiglie, cercando di sottolineare il pathos del romanzo scritto dal genio di Mar del Plata. Finale strappapplausi con due classici della SalonMusik: il primo sarà la fantasia sul Ballo in Maschera di Paul Agricola Genin, che restituisce, in una delle sue numerose rielaborazioni di pagine operistiche, in un vivace, articolato pot-pourri, il dono melodico più genuino del capolavoro verdiano. L’autore, infatti, non mancò d’incontrare più volte Verdi nei circa sette anni che l’operista trascorse nei suoi soggiorni parigini tra il 1847 e il 1894. Genin punta in prima istanza sull’efficacia del dono melodico, proposto programmaticamente, senza preambolo alcuno, ad apertura della sua parafrasi, in cui si alternano le voci dei due rivali in amore, Riccardo e Renato, il cui canto, sempre appassionato, percorre una vasta gamma espressiva, dall’incanto erotico alla spensieratezza senza sospetti, alla nostalgia della felicità irrimediabilmente perduta rappresentata dalla sublime «O dolcezze perdute, o memorie», che già Verdi aveva colorato del timbro del flauto. Il secondo classico è “Il pastore svizzero” di Pietro Morlacchi che ci riporta alla sinfonia del Guglielmo Tell, e al belcanto italiano, brillante, fastoso e spensierato.

Olga Chieffi

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