Gigino Esposito, lo “spacciatore” di teatro

Scritto da , 2 Maggio 2021
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di Olga Chieffi

All for Gigino, ieri sera, sul palcoscenico virtuale de’ Le Cronache, con quanti hanno lavorato con Gigino Esposito e hanno inteso ricordarlo ad un anno dalla sua scomparsa. L’uomo, l’amico, il regista, l’uomo di teatro, il sorriso, la parola, che aveva il potere di assolvere e di fermare il tempo, quando si era in quel luogo-non luogo che è il teatro. Non bisogna esser schiavi delle proprie tradizioni, della passione dei propri remoti sentieri, dei propri amati spazi, suole ripetere il principe di Serramezzana, Ruggero Cappuccio, è necessario aprire i cassetti, lasciar andare i ricordi le emozioni, in modo che possano vivere per sempre. Ieri sera i cassetti di Gigino Esposito li abbiamo aperti noi, insieme al figlio Arturo, alla nuora Imma Caracciuolo, Claudio Tortora, Antonio La Monica, Claudio Lardo, Ugo Piastrella, Enzo Tota, Ciro Girardi e Gaetano Troiano, che ha preso in mano le redini del teatro Arbostella e i suoi laboratori, e non possiamo non ritrovarci nella riflessione di quanti tra attori e pubblico abbiano frequentato i “suoi” spazi teatrali di aver scoperto dentro di noi una nuova, particolare qualità d’animo, un patrimonio di sentimenti e valori ricchissimo, quell’educazione all’amore per l’arte che Gigino, col suo esempio, nel suo passaggio terreno è riuscito a trasmetterci. Gigino “spacciatore” di teatro, la simpatica definizione di Ciro Girardi, poiché tutti potevano e dovevano essere catapultati in palcoscenico, per provare le sue stesse ineffabili emozioni. E di “iniziati” Gigino ne ha avuti tanti, coi suoi laboratori, le sue collaborazioni, i famosi post-spettacoli e post-prove, che sono i momenti più belli e intensi dopo la performance, poiché l’adrenalina continua a circolare, pensando al giudizio del pubblico e a quelle piccole limature che nelle repliche porteranno a migliorare la recitazione. La scomparsa fisica, materiale, di Gigino, è avvenuta in pandemia, e la ripresa, ha sottolineato il figlio Arturo ed è stata più difficile da sostenere, unitamente alla responsabilità di mantenere sempre vivo il ricordo del fondatore del teatro Arbostella, uno spazio che era diventata la sua prima casa. Il seme Gigino Esposito lo ha gettato e tante sinergie nell’ ambiente teatrale salernitano sono state create anche dalla sua opera, dal suo “fare”, che sta per poieo e, quindi, per poesia e toccherà a tutti coloro che abbiamo incontrato ieri sera, mantenerle vive e forti, ad iniziare da questa stagione estiva, per la quale si immagina già uno spettacolo con tutte le cosiddette “vecchie glorie” che, oggi, hanno una propria compagnia. Tre gli aforismi con cui Enzo Tota ha schizzato indelebilmente Gigino Esposito “Quante più doti interiori ha l’uomo, tanto più vale la sua persona”, “Non amo gli arroganti e i convinti che fanno mostra di sé. Preferisco l’umiltà degli invisibili. Quelli che sono qui non per spaccare il mondo ma per riattaccarne i pezzi”, “Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”, perfettamente calzanti con l’estetica di vita dell’amico. A sigillo della serata il dono della visione della messa in scena del 2014, firmata da Gigino Esposito de’ “L’ultimo scugnizzo” di Raffaele Viviani, datato 1932. Giovanni Bonelli veste perfettamente i panni di ‘Ntonio Esposito, lo scugnizzo, «cresciuto alla scuola della strada, dove si passa senza esami», che, nell’imminenza di diventare padre, sente la responsabilità di trovare un’occupazione qualsiasi per sposare la ragazza incinta e dare uno stato civile al bambino atteso. Palcoscenico aperto, semplici elementi scenografici, le scelte di Gigino Esposito, nel suo asciutto rigore, poiché Viviani ha conosciuto per propria esperienza, in Napoli poverissima, la condizione del più povero; e gli basta, talvolta, una battuta, un distico, per descriverla e vendicare il suo popolo dalle umiliazioni, dalle offese, dalla secolare ingiustizia. La sua, però, non è mai una parola ribelle, ma è sempre una parola amara, tagliente, dolorosa, è quella dell’uomo del popolo che sta dalla parte del popolo, e del poeta che sa dirne il dolore. Un mondo che ha come centro la strada, perché la strada è il cuore di Napoli, la strada dai mille vicoli che sono le arterie da cui fluisce ed in cui rifluisce la vita, la strada con i suoi “palazzi” e “palazzielli”, con i suoi bassi e le sue botteghe: di giorno fra i mille frastuoni, con le sue friggitorie, le sue pizzerie, i suoi “posti” di verdura e di frutta, i venditori ambulanti e la folla che pullula e vocia; e di notte è legata al mito della serenata e dei guappi. Anche se l’azione, per caso, si svolge in ambienti chiusi, la strada è sempre il presupposto e lo sfondo dell’azione; maestra di vita, origine e spirito animatore di un’arte inconfondibilmente popolare, che nasce dall’osservazione poetica di una realtà che interessa al di là dei confini cittadini; ed è, perciò arte nazionale. Autentici, carnali, sarcastici, a tratti dolenti, e in questa loro assoluta autenticità, assai moderni, tutti gli attori della compagnia da Rita Cariello, che interpreta Maria, un eccezionale Vincenzo Galdo che dà voce all’Avvocato Razzulli, Titty Mangrella il ruolo di Donna Rosa, moglie del Razzulli, Nicoletta Romano, nei panni di ‘Nnarella, madre di Maria e prossima suocera di ‘Ntonio, Mariarosaria Milito, interpetre di Donna Palmira, amante dell’avvocato e moglie di “Peppe ‘o navigante”, un convincente Franco Montinaro. A completare il cast, Annamaria Milito, Freddy Trevisone, Nando ed Enrico Cerenza, Sara Bisogno, Rosanna De Bonis, Massimo Santoro, Susi Pavolillo, Emilio Melfi, Cristiano Candurro, Michele Rega, Lina De Santis, Laura Garzione e il piccolo Luca Santise, interpreti di una promessa d’arte fa a se stessi e a Gigino Esposito.

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