Gianrico Carofiglio alla ricerca della parola piena

Scritto da , 6 marzo 2018

Mercoledì, alle ore 21, il Teatro Verdi ospiterà la piece teatrale “La manomissione delle parole”

 

Di OLGA CHIEFFI

Ritrovare la parola piena, il significato verace di esso, questa l’essenza de’ “La manomissione delle parole”, titolo omonimo di un libro di Gianrico Carofiglio del 2010, diretto da Teresa Ludovico che andrà in scena al Teatro Verdi di Salerno, domani sera alle ore 21, 00. In palcoscenico lo stesso Carofiglio, l’attore-autore dell’opera, in costante dialogo con la versatilità espressiva e un po’ burlona del fagotto di Michele Di Lallo, intreccerà brani tratti dal libro a improvvisazioni tematiche in una partitura fluida e lieve. L’intento è quello di riabilitare parole che sono state rese, per via di usi impropri e abitudinari, sgualcite e inefficaci come “bozzoli vuoti”. Ma il testo farà dell’altro: mostra, e non solo sul piano teorico, la sottovalutata potenza dello strumento linguistico. “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico” scrive Carofiglio citando Victor Klemperer, autore di LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo. Sono tanti gli intellettuali cui l’autore fa riferimento: dai più distanti Tucidide, Sallustio, Platone, Aristotele e Dante, ai più vicini Primo Levi, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Golino, Nadine Gordimer, John Rawls, Albert Camus e molti altri; persino Bob Marley fa capolino nella sua lista di ispiratori. Poiché quello che essi hanno saputo raccontare, in un arco temporale tanto esteso, non avrebbe altrettanta forza e chiarezza se parafrasato, e in certi casi non mostrerebbe con altrettanta evidenza l’universalità degli effetti nocivi di una lingua manomessa. Uno dei testi di cui l’autore si serve sapientemente è 1984 di George Orwell, romanzo nel quale The Big Brother, al fine di sottomettere gli abitanti di Oceania, impone l’uso di una Neolingua che svaluta e annichilisce gli ideali più pericolosi per la sopravvivenza del regime semplicemente facendone dileguare il nome. La riduzione delle parole porta alla riduzione del pensiero nella distopia orwelliana, e la riduzione del pensiero alla docile accondiscendenza al volere altrui. Proprio con questa chiave di lettura va interpretato l’invito di Carofiglio a guardare al linguaggio come a un termometro di civiltà oltre che di cultura, come a un salvadanaio di valori oltre che di semplici vocaboli. Invito da non prendere sottogamba, nell’era di Facebook, dei termini abbreviati e polivalenti di un italiano pigro e frettoloso, che tende ad assorbire verbi e parole e si diffonde per lo più attraverso i media. La stessa riabilitazione delle parole, promessa non è lasciata a stagnare su un piano teorico, ma viene messa in atto. Carofiglio sceglie di riabilitare cinque parole, per cominciare: Vergogna, Giustizia, Ribellione, Bellezza, Scelta, termini che emanano tanta forza ed emotività che il loro abuso tende invece a compromettere e far sbiadire. Niente di nuovo, ma l’invito forte al rispetto del termine per evitare quei processi di degenerazione linguistica che lasciamo progredire senza obiettare, dall’ utilizzo improprio di termini tecnici, che sminuiscono la gravità di provvedimenti legislativi, in maniera apparentemente solo formale, sino a quelle parole che crediamo di conoscere da sempre, ma di cui forse abbiamo perduto il senso.

Olga Chieffi

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