Generoso Andria, capitale umano

Scritto da , 26 Giugno 2022
image_pdfimage_print
di Matteo Gallo
Dal capitale economico al ‘capitale umano’. Dai numeri alle persone, come numeri primi,  prima di ogni altra cosa. E’ con questa precisa scelta  di campo, nel sentire e nell’agire, lungo il crinale di una dimensione «necessariamente» pubblica e privata allo stesso tempo, che il banchiere Generoso Andria abita da sempre la propria esistenza. Ottantadue primavere. Sposato con Anna Laura Dini,  padre di Jolanda,  Caterina e Antonio,   nonno di cinque nipoti.  Natali e residenza a Giffoni Valle Piana, l’amato borgo dei Picentini nella cui terra affondano le radici del suo albero della vita.  Cinquant’anni alla guida dell’istituto di credito di famiglia e successivamente, dopo la cessione al Gruppo Sella all’inizio degli anni Duemila, presidente della Backer Generoso Andria, nel cui acronimo resta iscritto l’amore autentico per una storia che gli appartiene nella carne. Politico di formazione democristiana con militanza nella  ‘sinistra di base’.  Parlamentare europeo con Forza Italia e assessore provinciale alle Attività produttive con il Pdl nella Seconda Repubblica. Uomo rigoroso nei conti che non fa sconti a se stesso, per buona pratica di crescita personale e professionale. Appassionato di arte, biliardo e calcio con una lunga stagione da presidente di quella Giffonese condotta fino al campionato di eccellenza. Il legame col territorio, in particolare la relazione con le persone e le imprese, è per lui questione centrale che ha l’esegesi in quei  valori immateriali che sono cifra unica e soprattutto decisiva nelle vicende di una comunità. Così come, allo stesso modo, considera decisive per il futuro dell’Italia la competenza maturata con lo studio e la formazione, giammai seduta sui gradini già saliti della carriera. Un insegnamento che è lascito della “docenza paterna”, interrotta da una dipartita prematura: «Ho perduto mio padre Antonio da giovanissimo. Avevo diciannove anni -racconta Andria-. Una perdita dolorosa che ha lasciato un segno indelebile nella mia vita, dandomi la spinta ad accelerare l’ingresso nell’età adulta, della piena responsabilità. Amavo profondamente mio padre. Devo a lui il sacro valore della famiglia e un rigorosamente etico senso del dovere. I suoi insegnamenti sono sempre stati una guida luminosa nei momenti meno felici, che appartengono all’esistenza di ognuno di noi.  Dopo la sua morte, per poter prendere le redini della banca di famiglia, ho dovuto prima terminare gli studi universitari in economia. Impiegai quattro anni per laurearmi alla Università  Federico II di Napoli. Nel periodo di transizione è stato Antonio Cataldo, nostro dipendente,  ad occuparsi di un po’ tutti gli aspetti dell’istituto. Ad Antonio, per quanto fece, saremo sempre grati».
Dottore Andria, come visse quella responsabilità professionale di vertice, verso la quale era consapevole di essere destinato, ma che irruppe improvvisamente e dolorosamente nella sua vita?
«La mia famiglia era titolare di un istituto bancario molto piccolo, locale al cento per cento, ‘monocellulare’ nel senso che aveva una sede solo a Giffoni. Quando ne presi le redini cominciai una politica di espansione conservando naturalmente i valori e lo spirito di sempre. Aprimmo un primo sportello a Montecorvino Pugliano, nella parte inferiore più vicina a Bellizzi, per cui la sua effettività operatività fu proprio nell’area compresa tra Bellizzi e Battipaglia. Negli anni Novanta aprimmo sedi anche a Salerno, in via Cuomo, e a Capaccio».
Quale il suo modello di banca?
«Una banca fortemente legata al territorio e orientata a valorizzare le persone, i talenti imprenditoriali, le idee e la passione del fare impresa. Le doti morali sono importanti come quelle imprenditoriali. Il  “capitale” umano è decisivo. Per accordare un credito valutavamo la progettualità dell’impresa, la morale e la storia del suo titolare. La credibilità dell’investimento era espressa da questi fattori tutti insieme, dopodiché bastava una semplice stretta di mano».
All’inizio degli anni Duemila la decisione di cedere la banca di famiglia al Gruppo Sella.
«Una decisione che naturalmente aveva dentro di sé anche i sentimenti appassionati della storia familiare, con tutto ciò che implicava in termini di ricordi e partecipazione emotiva. Una decisione che si inseriva in un contesto storico nel quale la stessa Banca d’Italia invitava, con esplicito riferimento ai piccoli istituti di credito locali, ad unire le forze con le fusioni oppure a dismettere l’attività. Per una piccola realtà creditizia, nel quadro nuovo ed emergente di carattere mondiale, era diventato sempre più complicato resistere».
Chi sono stati i suoi maestri nella vita?
«Mio padre Antonio. Un maestro sotto tutti i punti di vista. Una guida luminosa e un riferimento solido per la nostra famiglia. Mio zio, Vincenzo Cerino che, dopo la  morte di mio padre, si prese cura di me come di un figlio».
La famiglia, a partire dai suoi genitori, ha un ruolo decisivo nella sua esistenza.
«La famiglia è un dono e come tale l’ho sempre vissuta. Da figlio, da padre e ora anche da nonno. Mia figlia Jolanda ha il nome di mia madre, Antonio quello di mio padre. Caterina si chiama così in onore di una donna straordinaria che mi ha cresciuto quando era piccolo. Una donna non sposata e non vedente».
Quale il suo rapporto con Giffoni?
«Sono legatissimo a Giffoni. Da banchiere e da uomo politico ho sempre sostenuto le nostre attività imprenditoriali e il loro capitale umano, gli uomini e le donne, le famiglie che le portavano avanti. Le relazioni tra persone, imprese e territori determinano il vero valore di una comunità e contribuiscono alla sua crescita in termini complessivi. Bisogna tornare a investire sulle persone.  Le imprese e i territori che crescono sono infatti quelli capaci di valorizzare i propri uomini e le proprie donne, le loro idee, la loro voglia di fare. Il capitale umano, in questo senso inteso, supera di gran lunga ogni altra considerazione».
Tutti la chiamano Genè. Come nasce la ‘contrazione” affettuosa del suo nome?
«In famiglia c’erano altri due Generoso, figli di altrettanti fratelli di mio padre Antonio, entrambi medici.  Il più grande, venuto purtroppo a mancare, faceva l’otorino ed era figlio di Domenico, primario dell’ospedale di Santa Maria Loreto Mare, a Napoli. Poi c’ero io, il banchiere. E infine il più piccolo, primario di pediatria sempre a Napoli, figlio di Tommaso. Per distinguermi cominciarono a chiamarmi Genè. Ho sempre scherzosamente detto che,  avendo  lavorato nel settore  bancario e non in quello medico come loro, la pecora nera della famiglia sono stato io».
Tra le sue passioni giovanili c’è la politica.
«Mi sono formato nella Democrazia cristiana. Ho fatto vita di partito e sono stato anche presidente della sezione ‘Aldo Moro’ nel mio paese, a Giffoni. Di quel periodo ho ricordo intenso. Lo scontro politico era connotato da una certa durezza e spesso veniva vissuto con scontri fisici. La nostra sezione di partito, proprio  mentre eravamo in riunione, fu colpita da bombe molotov. Io stesso fui minacciato dalle Brigate Rosse: sopra alcune schede elettorali, accanto al simbolo delle Br, uscì anche il mio nome. Fu un momento difficile e di particolare apprensione personale. Vivevamo con passione e impegno la militanza ma anche con la paura di violente aggressioni».
Cosa ha rappresentato per lei la Dc?
«Innanzitutto condivisione profonda dei valori democristiani. La Dc è stata un grande partito politico con una vera cultura politica. Una forza politica interclassista nella quale convivevano senza alcun tipo di disagio persone di estrazione sociale differente, dal banchiere al contadino. E tutte si sentivano protagoniste. Non come oggi che si passa da una parte all’altra del campo politico, da destra a sinistra, con una facilità che mortifica la politica nel suo significato più alto e autentico. La principale molla è ormai il carrierismo fine a se stesso. Ricordo che quando ero parlamentare europeo un professionista di Napoli mi disse che avrebbe voluto cominciare a fare politica. Nel corso della conversazione gli chiesi a quale partito si sentisse più vicino e per quali ragioni. La sua risposta fu lapidaria: “La scelta del partito non è rilevante. A me interessa solo che ci sia spazio per fare carriera”».
Come si collocava all’interno della Dc?
«Aderivo alla corrente della ‘sinistra di base’.   La consideravamo, con un po’ di snobismo, il serbatoio culturale del partito».
Leader della ‘Sinistra di base’ era Ciriaco De Mita.
«La sua morte mi ha profondamente addolorato. Tra di noi c’è sempre stato un rapporto di stima e affetto. Abbiamo anche condiviso  la quinta legislatura al  Parlamento europeo. Mi chiamava  Genì e si divertiva a fare ironia sulla mia età, pur conoscendola bene.  Gli rispondevo sempre la stessa cosa: “Ciriaco, ho due legislature e mezzo meno di te”».
I suoi riferimenti nella Dc?
«Aniello Salzano, al quale sono legato da un’antica amicizia. Giuseppe Gargani, mio riferimento politico nella Prima e nella Seconda Repubblica. Un uomo di elevata statura intellettuale e morale.  Anche se…»
Anche se?
«Ci fu un periodo in cui all’interno della Dc stava prendendo sempre più forza l’ipotesi di una mia candidatura al Senato. Allora Gargani era il segretario regionale del partito in Campania e naturalmente aveva  un ruolo decisivo nella composizione delle liste. Alla fine non fui candidato. Così, gli chiesi ragione di quanto accaduto: lui, allora e anche in altre occasioni quando è uscito fuori l’argomento,  ha sempre negato di avere assunto posizioni contrarie alla mia candidatura».
Anno 1992, Tangentopoli. Vero e proprio spartiacque della politica italiana.
«Una stagione di drammatiche generalizzazioni che ha segnato per  sempre la storia della politica italiana e di molti suoi protagonisti. Gli esponenti della Dc, ma anche del Psi, furono fatti passare complessivamente per disonesti,  con una feroce disinvoltura che poi la storia giudiziaria si è incaricata di certificare come sbagliata  nella stragrande maggioranza dei casi.   Certamente esistevano dei fenomeni corruttivi. Ma erano collegati a singole persone e non al sistema nel suo insieme, che invece come tale fu processato e condannato prima del tempo».
Dopo lo tsunami di ‘mani pulite’, che spazzerà via dalla scena  pubblica italiana Psi e Dc, lei scelse il progetto politico di Silvio Berlusconi aderendo a Forza Italia.
«Come democristiano, al netto dell’apertura al dialogo con la sinistra che apparteneva ad una inclinazione naturale del mio carattere, praticata in particolare negli anni della militanza nella sezione di partito a Giffoni, ho sempre vissuto una forte contrapposizione con il partito comunista italiano. Per questa ragione, dopo Tangentopoli, la scelta di una formazione di moderata, di centro, che guardava a destra, fu per me naturale».
Con Forza Italia è stato parlamentare europeo nella quinta legislatura, dal 2000 al 2004, subentrando da primo dei non eletti a Raffaele Fitto, diventato nel frattempo governatore della Puglia.
«Una esperienza meravigliosa. A Strasburgo ho portato la mia competenza specifica nelle  materie economiche e nel settore creditizio. Sono stato membro effettivo della commissione ‘economica’ e della commissione ‘controllo dei bilanci’ e mi sono  complessivamente impegnato a favore delle economie europee più deboli, in primis quella italiana. Partivo per Strasburgo il lunedì e tornavo a casa il venerdì. Ho lavorato gomito a gomito con Renato Brunetta, un gigante su questi temi. Prima di allora in commissione economica gli italiani erano poco ascoltati, a differenza invece dei  tedeschi.  Io e Brunetta ci facemmo rispettare».
Forza Italia aderiva al gruppo del Ppe.
«Ho sempre lavorato in piena armonia con il gruppo del Partito popolare europeo, senza però mai venire meno ai dettami della mia coscienza rispetto ai provvedimenti da votare, sostenere e promuovere. Ricordo in particolare che una mia relazione sui valori mobiliari e sulle commissioni transnazionali, nella quale ipotizzavo una sorte di ‘no profit’, adirò molto i conservatori del mio partito. Alla fine quella relazione fu sostenuta da Verdi, Liberali, esponenti di destra e di sinistra. Solo un terzo dei parlamentari del Ppe la sostenne.  In un’altra occasione mi capitò, invece, di sostituire un collega nella commissione ambiente proprio quando in discussione c’erano le norme di indirizzo in materia di inquinamento  delle imprese. Mi schierai con i Verdi contro l’orientamento del mio gruppo. Un parlamentare inglese, al termine dei lavori, mi disse: «Se passa la vostra linea molte aziende anche italiane saranno costrette a chiudere». Gli risposi con semplicità: «Se continuiamo a non agire responsabilmente verso il pianeta, non verrà solo la fine di quelle aziende ma di tutti».
Da Strasburgo a Palazzo Sant’Agostino: assessore alle Attività produttive con il Pdl. 
«Qualcuno mi consigliò di non accettare quell’incarico perché, dopo aver fatto il parlamentare europeo, avrebbe rappresentato un ridimensionamento. Io non ho mai ragionato così. Per me, in politica, conta solo la possibilità concreta di operare al servizio del territorio. Vissi quel ruolo esattamente con questa finalità adoperandomi, tra le altre cose, per promuovere un prestito di venti milioni di euro alle imprese del territorio. Il prestito, inserito nel circuito delle banche di credito cooperativo, aveva un tasso di interesse del 2,5 per cento; l’uno per cento del quale a carico della Provincia».
La politica le ha dato senza dubbio grandi soddisfazioni, riconoscendole in particolare un’autorevole competenza nelle materie economiche. Quale, invece, la delusione più grande?
«La mancata riconferma al Parlamento europeo nel 2004. Presi sessantamila voti, il doppio della prima volta, ma non furono sufficienti per essere eletto. Perdemmo complessivamente undici parlamentari, sia a causa dell’allargamento a est dell’Europa, che ebbe dei propri rappresentanti nel consesso europeo, sia per una contrazione del consenso da parte di Forza Italia. Se fossi stato eletto avrei potuto ambire anche al ruolo di responsabile economico del partito».
L’attualità politica ci restituisce la volontà, da parte di molti ex democristiani, di costruire un nuovo grande partito di centro.
«Gli italiani sono un popolo di moderati. Per questa ragione la base elettorale esiste e sicuramente rappresenta la maggioranza del Paese».
Quale il leader possibile?
«Mi piace Carlo Calenda per la sua competenza in campo economico. E’ un moderato. Potrebbe essere uno dei leader di questo processo».
Il governatore della Campania Vincenzo De Luca, nel suo ultimo libro, afferma che la “democrazia è al bivio”, se non proprio “al tramonto”. Da uomo del fare condanna l’incapacità decisionale della politica italiana a tutti i livelli.
«Gli aspetti decisionali sono importanti.  Oggi la politica si muove prettamente sulla base della convenienza elettorale, in previsione esclusiva del consenso. Questo continuo tentennare favorisce posizioni estremiste e sicuramente gioca a prescindere a favore di chi dimostra, nell’esercizio del proprio ruolo, specie quello di amministratore pubblico, un certo decisionismo».
Il  suo rapporto oggi con la politica?
«Non mi appassiona più. La politica sconta un deficit assoluto di competenza. Le logiche della convenienza e della lealtà al capo hanno sostituito quelle del merito e delle capacità.  Io devo la mia formazione agli studi, agli insegnamenti della mia famiglia e a quelli maturati attraverso quasi sessant’anni nel settore creditizio. Ho sempre preso parte a tutti i convegni formativi dell’Abi. Non ho mai smesso di studiare, di formarmi. E lo faccio ancora oggi».
Lei ha sempre avuto, oltre a quella politica,  una grande passione per l’arte. In occasione del centenario della fondazione della Banca Generoso Andria il patrimonio artistico dell’istituto di credito fu raccolto in una pubblicazione editoriale di particolare pregio.  
«L’arte arricchisce lo spirito e ci aiuta a coltivare il sacro valore della memoria. Dopo aver chiuso il contratto di vendita della banca al Gruppo Sella, chiamai Maurizio Sella manifestandogli la volontà di rientrare in possesso del patrimonio artistico che negli anni avevamo “costruito” con grande amore. Fu fatta una stima del suo valore e la cifra venne defalcata dall’acquisto, così da consentirci di ritornarne in possesso».
Di cosa ha bisogno l’Italia, ora più che mai?
«Di una classe dirigente competente, capace di raccogliere le sfide del tempo presente e di costruire, con una capacità di visione del domani, ponti solidi con il futuro migliore possibile. L’Italia ha bisogno dei giovani, dei nostri giovani, che però vanno guidati, aiutati, sostenuti, formati con rigore e serietà, accompagnati nel processo di crescita e infine messi nella condizione di realizzare un virtuoso cambio generazionale per il bene del Paese. Io sono presidente onorario di Giffoni Experience,  una realtà strepitosa nata grazie alla capacità creativa, visionaria e alla tenacia di Claudio Gubitosi, che da oltre mezzo secolo accompagna in maniera luminosa le giovani generazioni facendole sentire protagonste e puntando su di loro. Ecco: questa è la strada maestra».
Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->