Festival di Ravello: omaggio al grande bardo

Scritto da , 23 Luglio 2016
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Questa sera, alle ore 20 e domani, alle 21,30 l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da James Conlon e con ospite d’eccezione Tim Robbins, evocherà l’amore di Romeo e Giulietta e il sogno mendelssohniano. In orchestra due giovani violinisti salernitani: Valerio Iaccio e Roberto D’Auria

 Di OLGA CHIEFFI

 Week end nel segno di William Shakespeare alla LXIV edizione del Ravello Festival. Questa sera, alle ore 20, sul palcoscenico a getto sul mare salirà l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da James Conlon, che dal prossimo ottobre ne diventerà direttore principale. Tra i violini due giovani salernitani, Valerio Iaccio e Roberto D’Auria, appena ventunenne, il più giovane della formazione, che desidereremmo avere ospiti da solisti a Salerno. Le due serate offerte dall’unica Orchestra ufficiale della Rai, in cui si entra per concorso (quelle televisive sono formazioni d’occasione), eseguiranno due gemme della letterature musicale ispirate da due capolavori di William Shakespeare, il Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev, il cui Masque è la chiave universale dell’opera e il Sogno di una notte di Mezza estate di Felix Mendelssohn-Bartholdy, che domani vivrà della voce di Tim Robbins. Questa sera, i programma verrà inaugurato dal Preludio all’atto I del Parsifal di Richard Wagner. La pagina, è costruita su tre motivi fondamentali: il primo tema, sacro e solenne, è quello dell’ultima cena dei cavalieri, che Wagner ci propone quattro volte di seguito. Il secondo tema è la melodia dell’Amen di Desdra su cui i cavalieri intoneranno un inno nel corso del primo atto. Il terzo è quello dell’invocazione dei cavalieri che nel primo atto accompagnerà le parole: “O eterno amor! Al redentor la pia colomba invita, Dono divin, gustate il vin e il pane della vita!”. L’atmosfera è vibrante, carica di emozione, il cromatismo è in alcuni momenti così vivo da far presagire la dissoluzione della tonalità che caratterizzerà le correnti musicali del secolo. Sulle note sempre più flebili e acute del primo tema, quasi un’ascesa verso il paradiso, si chiude questa straordinaria pagina wagneriana. A seguire “La mer” trois esquisses symphonìques, schizzati da Claude Debussy. Il maestro francese è uno di quei compositori mai sazi di sperimentare, di cercare i propri limiti, di capire le verità più nascoste del linguaggio musicale. La mer è figlia di questa visione dell’arte e proprio in conseguenza di questa ricerca estetica e intellettuale deve essere qualcosa di nuovo, di non ancora mai scritto. «Solo ricchezza, e nessuna enfasi, nessun eccesso, nessuna confusione. Ecco infine il mare; ecco la sirena e l’orizzonte di libertà che il mare canta per il desiderio dell’uomo. Ecco i sogni di luce, d’addio e di speranza che le sue onde portano, l’infinito che scorre con i suoi flutti, sia che lo cullino o lo sollevino in tempesta fino alla gota salata dei cieli». Le parole di Debussy si riflettono nella celebre pagina per orchestra composta fra il 1903 e il 1905, a Bichain, in Borgogna. I tre schizzi possono essere letti come una sorta di sinfonia in tre movimenti senza tempo lento – cioè Allegro, Scherzo e Finale – e con una vaga presenza tematica “ciclica”, in considerazione della ripresa di alcuni elementi del primo quadro nel terzo. Quando in Dialogue du vent et de la mer riappare il corale degli ottoni esposto in De l’aube à midi sur la mer, si capisce anche che l’intenzione di Debussy è creare una sorta di straniamento emotivo, e quindi sganciare quella “voce” strumentale che ci ricorda il muggiare misterioso e cupo del mare da qualsiasi verosimiglianza. Del primo quadro deve colpire la perfetta architettura progressiva che struttura un magnifico crescendo orchestrale accorpando materiali musicali con apparente casualità, seppure calibrandone la natura timbrica. Il procedimento risulta ancor più scientifico in Jeux de vagues: le “onde” sono materiali musicali eterogenei che traggono ragion d’essere oltre che dal fascino ineludibile del disegno di base, da come la tavolozza orchestrale li rilancia di continuo facendoli risuonare come nuovi, in un tragitto di avventurosa suspense coloristica. Finale con pagine scelte dalla Suite Romeo e Giulietta di Sergej Prokofiev. Una sola parola è sufficiente per qualificare questo capolavoro dell’arte musicale: poesia. La partitura, infatti, è tutta soffusa di meravigliosi “Leitmotive”, ora dolcissimi, ora tragici, ora drammatici, che delineano la psicologia e l’indole dei personaggi con mirabile precisione. La tavolozza di cui disponeva Prokofiev era incredibilmente smisurata, e sapeva dar voce in modo impareggiabile agli umori e agli accenti di cui stati d’animo e idee si nutrivano, con sbalzi improvvisi e inattese accensioni. Ideatore scaltro di impennate timbriche e di armonie roventi, Prokofiev intendeva lo stesso virtuosismo, la sovrabbondanza dei materiali, l’eclettismo e l’umorale scabrosità del suo modo di comporre come una conseguenza di ineluttabili categorie storiche, a cui il compositore doveva rispondere tendendo verso la creazione di dimensioni nuove per la musica, dal punto di vista armonico, melodico, ritmico, timbrico e così via. “Prokofiev scrive una musica “plastica” -scrive Einstein- che non si accontenta di essere illustrazione, ma rivela il movimento interno dei fatti e la struttura dinamica, cioè l’essenza e il significato di ogni evento”.

 

 

 

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