Federico Euro Roman: Istria terra rossa

Scritto da , 10 Febbraio 2020
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“ I miei genitori e i nonni ci hanno tenuti lontani dal peso e dalla sofferenza del loro essere “Esuli” – scrive l’oro di Mosca 1980 di concorso completo di equitazione – Solo vedendo e rivedendo il film “Red land” ho capito che Visinada teatro di una delle tante tragedie, era a 15 km da dove nacque mio Padre e viveva mia Madre: Cittanova d’Istria”

Di FEDERICO EURO ROMAN

 A casa, a Trieste , non se ne parlava. Almeno non certo con i toni drammatici e tristi che la recente verità avrebbe concesso. Forse, per dimenticare, forse perchè eravamo piccoli.  L’unico ricordo certo è che iugoslavo a casa nel vocabolario non esisteva da solo: come in Friuli si bestemmia senza volerlo fare, l’esclamativo della mia  fanciullezza era sempre accompagnato da un aggettivo di insulto, lo slavo era “sciavo”,   ed oltre confine, benevolmente, detto “ injugo”. Ricordi di quando avevo 4-6 anni , nomi ripetuti intorno al tavolo, dopo mangiato,  mentre noi piccoli giocavamo sotto o nel corridoio accanto, voci lontane,  Visinada, la Rivarola , i Drusi , in zona B…..
E ricordi di noiose visite a parenti, che vivevano nei due campi profughi di mia memoria, in riva a Trieste e  verso Prosecco, baracche di legno  grigio azzurro, con un recinto in muratura attorno, come un lazzaretto, unico rifugio per chi in Istria aveva perduto tutto, ed in Italia non era riuscito, nella estrema povertà del primo dopoguerra, a trovare altre strade per sopravvivere. Solo ultimamente, superati i sessant’anni, ho capito meglio i drammi vissuti dai miei genitori e nonni, che ci hanno tenuti lontani dal peso e dalla sofferenza del loro essere “Esuli”.   Solo vedendo e rivedendo il film “Red land” (la terra istriana è rossa, rossa con pietre bianche)  ho capito che Visinada dove è stata rapita torturata uccisa ed altro  Norma Cossetto, assieme ai tanti concittadini, era a 15 km da dove nacque mio Padre e viveva mia Madre: Cittanova d’Istria. Solo ultimamente, dai racconti di cugini triestini su testimonianze dei loro genitori, ho saputo che quel Varin palombaro che andavamo a trovare a Monfalcone, aveva un fratello trucidato solo ventiquattrenne  a sassate dai suoi  coetanei sulla spiaggia di fronte la diga di Cittanova, perchè di sentimenti italiani. E su quella spiaggia di ciottoli, come tutte le spiagge istriane, ero arrivato più volte a nuoto partendo dalla punta della diga, ignaro in quei 300 metri di mare di andare verso un angolo testimone della crudeltà dilagata contro gli italiani dal 1943 in poi . La scorsa primavera ero a Cittanova con la barca, ed in una piovosa giornata di maggio ho cercato a lungo nel cimitero vecchio la tomba di Giuseppe Varin, date precise, motivo della morte  neutro  politicamente: “rapito da crudele destino”. Accanto Cittanova d’Istria c’è Daila, e sul finire della borgata, in riva al mare al centro di una piccola baia, un gruppo di case ed una chiesetta minuscola,  con 15 venti posti a sedere al massimo. E’ il villaggio dei Roman,  dove i miei bisnonni e fratelli, nonni, prozii erano vissuti. Ed in quella chiesa si sposavano , andavano a Messa la domenica ed ai funerali dei congiunti. Mio Padre Antonio Virginio era lì, nato, lì andato a scuola e sulle lisce pietre di quel mare passato le estati. E da lì era partito  a 17 anni per Pinerolo volontario in cavalleria. Scelta che avrebbe condizionato tanto della nostra vita. Da Daila era partito suo Padre, nonno Luigi, allora suddito dell’Impero Austro-Ungarico, allo scoppio della Grande Guerra. Fuggendo  in barca da punta Salvatore, era arrivato con un amico a remi in Italia, verso Grado, per arruolarsi e sotto falso nome combattere contro l’Austria. Tale era forte il sentimento italiano di quelle popolazioni.  Per ironia della sorte sul fronte avverso, austriaco, c’era il mio nonno materno di Pola che, italianissimo anche lui Isidoro De Bianchi, ma meno impavido di fronte il rischio di fare la fine di Cesare Battisti, aveva servito nelle retrovie col chiodo in testa. Passata, ormai, la generazione che ha vissuto le guerre, gli Istriani di oggi dicono “Noi”, non si sentono né troppo Croati, né troppo Italiani, tantomeno austriaci.  Parlano intercalando vocaboli italici e slavi con termini unici del dialetto istriano.  Nei giorni di festa a Cittanova, da quando l’amico di gioventù Sergio Stoinich era  Sindaco sventolano in Comune le due bandiere, oltre quella della Città. Ma le tensioni sono oggi rinate sul confine tra Croati e Sloveni dove collidono gli equilibri politici delle due capitali. A metà degli anni ’90, in un incontro con la popolazione del luogo, per definire il confine tra le due Repubbliche divenute Stati indipendenti,  alle richieste della commissione preposta, un vecchio nato sotto l’Austria replicò:  “Non mi sono mai spostato dal mio paese e dalla mia casa ed ho cambiato cinque passaporti.  Se oggi vi dico che voglio essere sloveno o piuttosto croato, e poi Lubjana e Zagabria si rimettono d’accordo per spostare il confine, “cossa fè ? me impichè?”. Come scrivevo sopra, scoperte tutte acquisite di recente, grazie al silenzio di allora dei miei ed anche per la distrazione del mio vagabondare sportivo e scolastico, che mi ha allontanato dalla Trieste della mia fanciullezza a metà ginnasio. La storia del confine  croato-sloveno l’ho raccolta nella pioggia della mia visita per mare,  in un bar  sotto le mura romane, chiacchierando con  Sergio Stoinich: Madre di origini italiane, il  Padre pescatore croato, critico verso gli eccessi del regime nell’immediato dopoguerra, morto in mare  con ancora e cima della barca scomparse,  e circostanze mai chiarite.  Istria terra rossa difficile e sofferta di passioni ancora oggi accese.

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