Federico Euro Roman, cavaliere di un’idea

Scritto da , 12 settembre 2018
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Abbiamo raggiunto il Campione Olimpico del Concorso completo di equitazione di Mosca, sul Ponty alla fonda nella baia di Sapri, tappa del periplo d’Italia a vela in solitaria, che si concluderà nella sua Trieste con la partecipazione alla Barcolana

Di OLGA CHIEFFI

Pubblichiamo solo oggi l’intervista al Campione Olimpico individuale e argento a squadre di Mosca Euro Federico Roman, raccolta nella baia di Sapri, tappa del suo periplo d’Italia a vela, in solitaria, sul Ponty, per offrire un talismano di piccole e grandi ebbrezze, donateci da un generoso campione, autorevole maestro, appassionato velista e infaticabile pellegrino, alla squadra italiana di completo che stamane inizia la sua avventura ai mondiali di Tryon.

O.C. Euro Federico Roman racchiude il vento nel nome, triestino, campione olimpico di Concorso Completo di Equitazione e argento a squadre alle Olimpiadi di Mosca, immaginiamo abbia imparato da subito a manovrare le vele, per poi scegliere il cavallo per competere.

E.F.R. “Che io abbia il nome del vento di Levante lo devo a mia madre, istriana d’origine. A Trieste viene distorto a tutti il nome che diviene soprannome e mia madre pensò di chiamare i suoi due figli Euro e Mauro per annullare questa abitudine. Riguardo la vela, è una disciplina alla quale mi sono avvicinato solo intorno al ‘73, quando da Gallarate mi sono trasferito a Roma, prima su piccole derive e barche di amici, fin quando non ho acquistato questo 15 metri, la più grande degli scafi che avessi potuto condurre da solo e ho cominciato a preparare la traversata atlantica, che ho affrontato nel 2009”.

O.C. Ordine, programmazione di un viaggio in solitaria o di una gara di equitazione su tre prove, come il completo ha diversi punti d’assieme?

E.F.R. “Certamente la routine, l’ordine, il sapere con precisione dove sia un attrezzo che in quel momento ti occorre, a terra, come in mare aiuta a faticare di meno. Ma la differenza tra la barca e il cavallo è basilare, il cavallo è vivo e deve partecipare, risolvere, aiutare se ci si trova in difficoltà o si commetta un errore, e il cavaliere parimenti, la barca è un mezzo inanimato. La nautica ha vissuto secoli di esperienza e possiede una letteratura infinita. Imparate le manovre, si affronta il mare che è la variabile, mentre in equitazione si apprendono delle azioni che fanno parte di un bagaglio tecnico comune a tutti, ma nulla è definitivo o marmoreo, poiché bisogna intendersi con l’altra mente e l’altro corpo, che sono quelli del cavallo”.

O.C.  Si dice che ogni cavaliere abbia il suo cavallo della vita, quale è il suo? Rossinian, che le ha regalato l’alloro olimpico?

E.F.R. “Certo, Rossinian mi ha permesso di realizzare quel sogno che è il traguardo principe di ogni sportivo, l’oro olimpico, ma a lui, che era un cavallo federale e che ho montato davvero per poco, devo aggiungere Shamrok, col quale ho vinto due titoli italiani e ho debuttato alle Olimpiadi di Montreal, giungendo nono individuale e quarto a squadre, solo perché Giovanni Bossi e Boston non superarono l’ultima ispezione e non potemmo scartare il peggior risultato. Il cavallo che è stato con me tutta la vita, infermabile e generosissimo è Pont a Didot, Ponty, il quale ha dato il nome alla barca. Affidatomi da puledro dalla Contessa Maria Sole Teodorani Agnelli, l’ho portato avanti sino alle categorie 3*/4* attuali, poi è passato sotto la sella dei miei allievi, Antonio Sanfelice sugli scudi ai campionati Yr e Diana Cosmelli, oro al campionato italiano Senior. Dopo poco lo ho acquistato e regalato a mia moglie Antonella Ascoli, la quale ha vinto con Ponty, il titolo italiano assoluto, risultando miglior binomio italiano agli Europei 1995, nonché best horse in tutti i trials per Atlanta 1996, cui non ha partecipato unicamente perchè le leggi sanitarie della Georgia vietavano tassativamente l’ingresso di cavalli positivi alla piroplasmosi. Sono legato anche a Noriac con il quale ho partecipato alle Olimpiadi di Barcellona, un cavallo certamente più pesante e strutturato degli altri, con il quale concorrevo in gran premio prestigiosi di salto ostacoli e che in seguito ho impiegato per il completo”.

O.C. “Credo che il riferimento filosofico della grande prestazione sia bergsoniano, ovvero il giusto mix tra tempo-vissuto, tempo-interiore e tempo-spazio. Quando il gesto artistico o sportivo è perfetto l’istante diventa infinito, non crede?”

E.F.R. “Si, credo che solo due volte abbia potuto avvertire questa sensazione: da piccolo in una delle mie prime competizioni e sul percorso olimpico di Mosca, durante il quale mi sembrava di diventare sempre più bravo, man mano che superavo gli ostacoli”.

O.C. “Vela ed equitazione restano due sport individuali anche se si è in squadra?”

E.F.R. “Si è così, vela ed equitazione restano sport individuali, anche se la squadra in equitazione segue una strategia comune, che va rispettata ponendosi completamente a servizio di essa. Il cavaliere, l’atleta che rappresenta la propria nazione, deve essere generoso, sacrificandosi per il fine comune, altrimenti non sarà mai un vero campione. Penso al Ronaldo infortunato che urlava da bordo campo incitando la compagine portoghese, con tutte le sue forze, sino all’ ultimo secondo”.

O.C. “ La nostra è una società “usa e getta”, ci porta a bruciare il nostro tempo e a dover bruciare le tappe in ogni campo. Quanto è cambiato l’insegnamento, la preparazione, nell’equitazione, in questi anni?”

E.F.R. “Tutto si è ammorbidito, anche il completo, che da prova militare, si è adattato alla società moderna. Dicevamo, è quasi abitudine acquistare il buon cavallo già pronto, che può favorire certo, può far faticare di meno, aiuta, ma sicuramente lascia il tempo che trova. Riguardo l’insegnamento è stato infarcito di mille corsi dai nomi e dalle sigle difficili. Tutte le parole complesse rappresentano un fallimento. Bisogna conoscere in modo estremamente profondo la materia, poi applicarla, sbagliare anche, ma aver fiducia nel proprio istinto e nella esperienza acquisita, da quando si è saliti per la prima volta in sella, per poi riuscire ad essere soprattutto se stessi, senza cercare di scimmiottare chi si ritiene più esperto, facendo fluire e trasmettendo quella passione che ti ha portato fino lì, a scegliere questa missione speciale. Con i ragazzi sono di poche parole, con coloro a cui tengo particolarmente sono burbero, mi arrabbio, ma loro sanno, dopo ci chiariamo, poi, man mano che progrediscono nell’apprendimento dell’arte equestre, le spiegazioni, il confronto aumentano. Prima il come, poi il perché.”

O.C. “La tempesta in mare ha un suo doppio a cavallo?”

E.F.R. “La tempesta in mare va anticipata, l’importante è essere pronti tecnicamente, fisicamente e, soprattutto, mentalmente. Nella mia traversata atlantica, scendendo verso le Canarie, ho trascorso otto giorni nel pozzetto senza poter mettere mai il naso fuori, con la barca tutta inclinata, in bolina, l’unica certezza era che si volava. A cavallo, la tempesta non esiste e l’idea non ti deve nemmeno sfiorare, si va e basta”.

O.C. “Non è che durante quegli otto giorni di fortunale ha fatto voto di diventare pellegrino e intraprendere il cammino verso Santiago di Compostela?”

E.F.R. “Quel cammino, bellissimo e intenso, l’ho compiuto due volte, la prima di ritorno dalla traversata atlantica, la seconda quando mi sono ritrovato con i miei due figli Pietro e Luca in squadra per Rio, un passaggio di testimone, dopo Mosca con me e Mauro, gli altri due fratelli Roman. Lì sul Meseta guardando la strada compiuta dall’alto mi è balenata l’immagine di quanta strada avessi fatto a piedi e nella vita”.

O.C. “Prossima sfida Capo Horn?”

E.F.R. “No, per ora, termino il periplo dello stivale, a settembre lascerò la barca da qualche parte per seguire mio figlio Pietro e Barraduff ai mondiali di Tryon, quindi parteciperò nella mia Trieste alla Barcolana, che è giunta alla 50° edizione e, per l’occasione, spero di avere a bordo del Ponty, l’oro olimpico di Tokyo e bronzo di Roma della 50 chilometri di Marcia, Abdon Pamich e Manuela Di Centa, la trionfatrice delle Olimpiadi invernali di Lillehammer. La prossima estate “cabotaggio” lungo le coste dalmate”.

O.C. “ Cosa occorre per far felice Euro Federico Roman”?

E.F.R. “Una buona alternanza di socialità e solitudine”.

Buon vento Signor Roman, ultimo cavaliere di un’idea di sport romanticamente pura.

 

 

 

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