Esponente del clan Contini arrestato a Capaccio

Scritto da , 31 Gennaio 2020
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di Pina Ferro

Esponente di spicco del clan Contini, latitante dal 26 giugno 2019, ammanettato in una villetta di Capaccio Paestum. Giuseppe Arduino, 32 anni è stato arrestato ieri mattina, dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli. I militari hanno scovato il nascondiglio di Arduino a seguito di una laboriosa attività investigativa. I militari hanno fatto irruzione, ieri mattina, all’interno della casa riuscendo ad ammanettarlo e a trarlo in arresto. Giuseppe Arduino era irreperibile dal 26 giugno 2019, quando venne data esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli nei confronti di 126 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso (clan Contini). Furono in totale 126 gli arresti effettuati dai carabinieri nella maxi operazione contro la camorra scattata lo scorso 26 giugno, nei territori di Napoli e di altre aree campane, ma anche Paesi esteri attraverso la collaborazione dell’Interpol. Colpiti in particolare i clan Contini, Licciardi e Mallardo, la cosiddetta “alleanza di Secondigliano”. Nel corso della medesima operazione, la guardia di finanza eseguì un decreto di sequestro preventivo, emesso sempre dal gip del tribunale di Napoli, avente a oggetto beni immobili e mobili, aziende, rapporti bancari e quote societarie per un valore complessivo di oltre 130 milioni di euro, riconducibili direttamente o indirettamente, ai destinatari delle misure cautelari fra cui spiccano, in particolare, gli esponenti apicali del clan. Il blitz, al quale sfuggi Giuseppe Arduino, arrestato ieri a Capaccio, arrivò al termine di una lunga indagine con intercettazioni, osservazioni, pedinamenti e anche avvalendosi delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Fu accertato il ruolo di vertice e l’operatività, anche dal carcere, degli storici capi considerati “eredi” della camorra di Carmine Alfieri degli anni ’80, del quale hanno portato avanti, secondo gli inquirenti, il modello organizzativo. La ‘base operativà dell’organizzazione criminale era l’ospedale San Giovanni Bosco, che di fatto i clan controllavano attraverso l’intermediazione della famiglia di Salvatore Botta. Èmerse infatti un collaudato schema di collaborazione con un meccanismo in cui da parte del clan veniva assicurata protezione, anche fisica, a coloro che ne facevano richiesta, e in cambio si potevano ottenere trattamenti di favore da parte dei medici e della struttura nei confronti di membri del clan o loro conoscenti che avevano problemi di salute, attraverso canali privilegiati. Tra le altre cose i clan gestivano o intervenivano nei processi decisionali delle attività sindacali, imponevano le assunzioni di affiliati nell’ospedale e avevano l’aiuto dei sanitari per medicare feriti da arma da fuoco del clan senza essere segnalati.

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