D’altro canto abbiamo aspettato tanto…

Scritto da , 13 Novembre 2021
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Esplode il teatro Verdi per Vinicio Capossela che porta i giovani al massimo, trasformandolo in piazza Dante. Un viaggio attraverso i suoi successi di sempre con un grande gruppo strumentale quale compagni con il percussionista Giuseppe Leone. Parterre de Roy con Sindaco al suo posto, e in platea Antonio Bottiglieri e Antonia Willburger

di Olga Chieffi

Un viaggio in versi e note nell’aldilà, tra creature mitiche, bestie, eroi e, soprattutto, peccatori. Tra Battiato e Ciampi e Bob Dylan, la balena bianca di Melville, ma con l’Alighieri su tutti: in salsa Capossela, Vinicio declama dalla tolda di una nave, con inediti e vecchi successi, tra sperimentalismo e inconfondibile identità. Una rilettura dei tre mondi ultraterreni, intorno a temi come la convivenza, l’accoglienza, i diritti civili, il libero arbitrio e la responsabilità personale degli uomini, il diritto alla felicità. Il teatro Verdi di Salerno riapre le sue porte al pubblico con un concerto in omaggio ai 700 anni dalla nascita di Dante affidandolo alla “Bestiale Comedia”, di Vinicio Capossela, un viaggio che vorrebbe sembrare allestito ad hoc per questo evento, ma che non è altro che una rievocazione dei suoi diversi successi degli ultimi vent’anni, infarciti di quel Dante che tutti pedissequamente ripetono, da Paolo e Francesca a Ulisse, da Tiresia a Virgilio, Minosse, la lupa, l’arrivo in Purgatorio con Casella, Matelda, Beatrice, per ascendere all’Empireo. Accompagnato da una mini band in cui il violino di Raffaele Tiseo gioca un ruolo centrale, con Vincenzo Vasi come spalla melodica e ritmica che si destreggia tra theremin, percussioni e campionatore, e un eccezionale Giuseppe Leone alle percussioni, ci introduce nella selva oscura invitandoci a lasciare il reale per entrare nel vero, con una versione dura e abrasiva di “Le Loup Garou”. Qui il povero cristo rappresenta l’affrancamento dalla bestialità, in una versione acustica basata su violino, pianoforte e percussioni. Entriamo nell’inferno, dove ognuno è chiuso nella sua dannazione, che per Vinicio è anche il moderno inferno dell’algoritmo e di Amazon: sono le Nuove “Tentazioni di Sant’Antonio”. Nella discesa all’inferno il primo incontro è con Minosse, assimila al carcere del fine pena mai, delle torture di Santa Maria Capua Vetere, carcere e lager, proponendo il suo adattamento in italiano della “Ballata del Carcere di Reading”, tratta da Oscar Wilde. Come Dante venne condotto da Virgilio e salvato dalle fiere, così Capossela racconta che il suo piccolo Virgilio è stato Amedeo Modigliani, al quale ha dedicato l’intensa “Modì”, accompagnato da violino e theremin. Se l’Ulisse di Dante viaggia verso Itaca senza far più ritorno ne “La Madonna delle Conchiglie” marinai e naviganti pregano la propria protettrice, mentre in “Dimmi Tiresia” la conoscenza si paga con la solitudine. Capossela sale quindi sulla prua del vascello che nasconde un secondo pianoforte, e guida l’equipaggio nei marosi, tra rumori di mare in tempesta, per eseguire “Nostos”, un altro brano che cita apertamente la Divina Commedia. Si entra così nella parte più intensa e affascinante di questo viaggio, in un rimando continuo tra Dante e Omero, tra la Divina Commedia e l’Odissea. Nelle parole di Capossela ogni uomo che oggi attraversa il mediterraneo su un gommone è come l’Ulisse che nel suo viaggio incontra i mostri, ma le ragioni sono totalmente diverse. La figura dantesca di Ulisse è citata anche da Primo Levi, e parlando dello scrittore torinese Vinicio ricorda che quando si chiama nemico uno straniero, alla fine c’è il lager. Anche il capitano Achab di Melville è come Ulisse nella sua lotta contro il mostro: adesso il rumore delle onde si fa più sostenuto, la barca ondeggia, e la balena la rovescia, poi va ad arenarsi sulla spiaggia per il finale de’ La Dolce vita. D’altra parte “Chi lotta con i mostri – scrive Nietzsche – deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.”. Inizia quindi, la salita verso il Purgatorio: Capossela prende la fisarmonica e regala una perla, “Resta con me”, la prima canzone del suo primo disco, e delle cover: prima il Dylan di “When the Ship Come In”, nella sua versione in italiano, poi, parlando del Dolce Stil Novo, omaggia Battiato, con “La Torre”. In Purgatorio troviamo i lussuriosi e i loro amori malati, come quelli raccontati dai trovatori, poi c’è l’amore che per un verso ferisce e per l’altro guarisce, come quello di Beatrice, come quello de “La lancia del pelide”, come il suo sguardo che nemmeno le erbe officinali della Schola medica salernitana sanno guarire. Con l’apparizione di Beatrice i suoni si fanno più sereni, compaiono canzoni più festose, come “Il testamento del maiale”, e “Il paradiso dei calzini”. E’ un lento avvicinamento all’Empireo, al quale si arriva con “Con una rosa”, nella versione per piano e violino con l’arrangiamento di Raffaele Tiseo, che cita il moto barocco di GiovanBattista Pergolesi. Quello dell’Empireo è l’ultimo cielo, dove risiede Dio e pare che lì si balla la rumba di “Che cos’è l’amor”, speziata con “Besame mucho”. Il viaggio termina e sappiamo che Dante, come noi, deve venir meno, per “vedere”. Non scappa mai dal bicchiere di vino Vinicio Capossela e ci consegna ad un grande diabolico solo di tamburello di Giuseppe Leone, dopo un concerto che ha camuffato tante imperfezioni d’intonazione nella voce del protagonista e innalzata una maschera dantesca di versi e riflessioni che lascia non certo convinti, per poi trasformare il Verdi in una grande piazza. Capossela torna al piano-vascello, che ora diventa pulpito, per “L’uomo vivo”, e il concerto se ne va in gloria, con nella marcia finale anche la citazione rotiana dalle Tentazioni del Signor Antonio di Fellini. Poi, i generosi bis, “D’altra parte abbiamo atteso tanto….” ed ecco “Il ballo di San Vito” , simbolo dell’infinito eccesso, di quel mistico smemorarsi, di noi con Dante usciti a riveder le stelle, nel nostro eterno ridire, ricordare, ascoltare, criticare. Il bis non poteva essere che la benedizione finale di Vinicio Capossela: “Ovunque proteggi”.

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