Esercizio di lettura a margine

Scritto da , 18 Maggio 2020
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Di Nicola Balzano

 

Lettera al padre in forma di sonetto

papà ci ripensavo in questi giorni

da bambino alle lacrime che ho spese

ferite antiche sono aperte e accese

anche se in arte le sublimi e adorni

 

dì sado e masochista quando torni

a replicare tue paterne imprese

io ti ho sognato con le mani tese

per uccidermi e tu non te ne scorni

 

dalla tua morte è già passato un anno

della mia vita mi soggioga il giogo

di padre amante e odiante feroce

 

viva e morta tua voce reca affanno

all’io precario mio in ogni luogo

sono figlio di Kafka messo in croce

Federico Pier Maria Sanguineti

 

In limine il testo si apre verso un orizzonte ma si chiude in un’intimità. La prima parola del titolo (“Lettera”) è chiave e serratura nello stesso tempo: “serratura”, nel senso etimologico del termine, è il “serrare”, il chiudere in un canale privato l’oggetto della comunicazione; ma “chiave” è ciò che dis-serra, apre, sia in senso fisico, sia in senso semantico (una “chiave di lettura”, pensiamo anche alle chiavi del rigo musicale). Una lettera al padre, richiamo esplicito a un rapporto (ne vedremo poi le forme) e a una tradizione mitica e letteraria di enorme portata. Richiamo ribadito dalla forma di sonetto, che della storia della poesia italiana è la quintessenza.  Il bordo, il confine tra versi e pagina, appare sfilacciato, sfrangiato, in parte strappato: l’assenza di maiuscole a inizio verso e l’assenza di punteggiatura (almeno quella grafica) rendono i versi (torniti, cesellati) tessere, anzi, listelli di papiro. Questi listelli “entrano” ed “escono” dal tessuto della pagina, in parte intarsiandola in parte lacerandola, anche se gli enjembement della seconda strofa mimetizzano e sfumano l’intarsio. Ma tutti insieme non si dispongono a formare un kóllema come nel foglio di papiro antico: assumono una disposizione a raggiera, e convergono, apparentemente, verso un nucleo, la “cosa”. L’apostrofe dell’incipit dà subito corpo all’altro capo del filo (papà), ma l’attacco parte da lontano, dalla dimensione labirintica della memoria (“ripensavo…”): uno sviamento (evitamento) o una rincorsa per colpire meglio? Il testo è esemplare nella sua duplice dimensione di racconto e di evocazione: alla puntigliosa attenzione al dato reale corrisponde l’evocazione della trama segreta, da leggere in controluce, o attraverso la lente della letteratura.  La “cosa” non può essere affrontata (o l’autore non vuole affrontarla) andando subito al centro, colpendo al cuore, afferrando il nucleo centrale per dipanarlo, poi, “more Thesei”, nel labirinto dei sensi, fino alle più sottili implicazioni psicologiche. Anche se la “cosa” è detta, ripetuta e gridata, non è affrontata, non colpita, non sconfitta: e torna a replicare e a replicarsi anche in forma onirica. È la sua permanenza, sia pure al livello della coscienza, che mette in moto l’impulso comunicativo della lettera, una disperata richiesta di senso, mentre l’inquadramento da prospettive e angolazioni differenti ne restituisce la cogenza, quel tanto di gravezza che rende drammatiche le ultime parole degli ultimi versi: giogo, feroce, affanno, ogni luogo, croce. Ma è anche la sua sublimazione, che crea poi nella lettera una serie di richiami intertestuali al sistema della letteratura e della cultura, richiami che a loro volta forniscono gli agganci esterni alla ragnatela del testo, fili che convergono sempre verso lo stesso centro, in un gioco di rimandi speculari, anzi caleidoscopici. Le immagini evocate dai versi, mentre ispessiscono il tessuto semantico con atmosfere cólte, dall’altro forniscono al lettore tracce, icone, indici (per dirla con Peirce) per ricostruire la cifra del testo (come quella del tappeto di Henry James). La “cosa” è un rapporto, un legame, un conflitto, “il” rapporto per eccellenza da Edipo in poi (ma anche da Urano, se proprio vogliamo archetipizzare). Rapporto-legame-conflitto tra “un padre” e “un figlio”, tra “il padre” e “il figlio” e tra “padre” e “figlio”. Non è un vuoto gioco di parole: un padre concreto a cui si rivolge un figlio concreto; un padre che va a costituire un sistema (stavo per dire “una struttura”, ma mi sono fermato in tempo) di cui il figlio è elemento e da cui il figlio cerca valore; l’idea di padre a cui si rivolge l’idea di figlio. Un gioco combinatorio più sottile potrebbe ricombinare questi sintagmi polari per ottenere accostamenti inediti e fecondi, e nulla vieta che il lettore vi si cimenti: “il significato di ogni creazione bella dipende egualmente da chi l’accoglie come da chi l’ha creata: è forse l’osservatore, che più di ogni altro presta all’opera migliaia di significati, la fa miracolosa e la mette in relazione con l’epoca, così che diventa parte della nostra vita” (Jan Mukarovsky). “Il padre” concreto è evocato dalle lacrime, dalle ferite rievocate nella prima strofa, ma soprattutto dal giogo che opprime ancora il figlio concreto: l’esser-ci dei due termini del rapporto è nella storia delle persone nel loro collocarsi (o essersi collocate) nello spazio e nel tempo, in uno spazio e in un tempo. Ma di ogni opera d’arte, pensiamo solo alla Beatrice dantesca, ciò che mette in moto l’elaborazione a un certo punto trasfigura, come se lume a lume fosse aggiunto, e la concretezza lascia il posto all’evocazione, la persona sparisce, e resta l’arte. “Un padre”, senza scomodare tutta la letteratura novecentesca da Svevo e Tozzi in poi, è la figura le cui aspettative il figlio cerca di soddisfare, non riuscendoci, e non intuendo neanche che tali aspettative non erano mai state né formulate né espresse dal padre. È il processo mentale dell’inetto, che è tale perché si confronta con una figura cui attribuisce aspettative che magari questa non nutre e che in ogni caso egli non riesce a soddisfare. E mi sovvien l’idea: “padre” è colui che incarna affetto, insieme ad autorità e autorevolezza (“Padre, anche se tu non fossi il mio”, di Camillo Sbarbaro), modello da imitare o da rifiutare (“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”, Saba), voce concreta e voce della coscienza, voce che “figlio” non ascolta e che magari recupera a parti invertite quando toccherà a lui essere “padre”. L’ascolto tardivo di quella voce a questo punto non rassicura, reca affanno, attiva un senso di colpa perenne, le Erinni eschìlee che tormentano l’io in ogni luogo.  Potrebbe sembrare che la poesia di Sanguineti sia dominata dall’intersezione di scompaginate tensioni (pur presenti): eppure la convergenza sulla croce, sull’essere messo in croce (però va chiarito “chi” è messo in croce, l’ambiguità forse è qui voluta), rappresenta il punto di convergenza di tutte le linee di fuga del testo: punto profondo, nascosto, che, nel momento in cui tutto raccoglie e coagula, fa intravedere la prospettiva ulteriore, e quindi mostra il nucleo generatore di tutto il testo, ovvero ciò che mette insieme “il figlio”, “un figlio” e “figlio”: la ricerca dell’innocenza primigenia e irrimediabilmente perduta. 

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