Enrico Dindo: strategie narrative

Scritto da , 26 novembre 2015
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Incantevole il concerto offerto dal cellista torinese in duo con la splendida pianista Monica Cattarossi, protagonisti del penultimo appuntamento della stagione cameristica del teatro Verdi

Di OLGA CHIEFFI

 Serata familiare, lunedì sera, al teatro Verdi di Salerno per il penultimo dei concerti da camera, una scelta davvero raffinata, che ha costellato l’intera stagione lirica, che ha avuto quali protagonisti il violoncellista Enrico Dindo e la pianista Monica Cattarossi. Non nascondiamo di essere andati a teatro per ascoltare Enrico Dindo, ma ci siamo trovati dinanzi una pianista superlativa, che è andata a comporre un duo di estrema eleganza ed empatia, in particolare nell’esecuzione dell’intero repertorio schumanniano dedicato a questa formazione. Apertura affidata a quella Stimmung improntata ad una fervida tenerezza e alla notevole carica evocativa dell’Adagio e Allegro dell’op.70 di Robert Schumann, che ha dato vita ad una pagina notturna, intensamente cantabile. Si è passato, quindi, alla personale lettura dei Phantasiestucke op.73 di Robert Schumann, caratterizzata da un confronto dialettico molto aperto. Monica Cattarossi, sottraendo aggressività e “quantità” all’esecuzione, rivelando possibilità straordinarie di canto, in una raffinata ricerca di sonorità adatte all’atmosfera schumanniana, controllando, in particolare nei pianissimo, la quantità di armonici, per cui il suono si è espanso anziché schiacciarsi e decadere, ha creato un terreno pudico e fecondo, affinché la voce preziosa del cello si sia potuta esprimere al meglio, ricamando questo grande catalogo del canto, con quel suo Adagio straordinariamente liquido e misterioso. E’ senza dubbio il suono italiano del violoncello quello di Enrico Dindo, che ha dimostrato con l’esecuzione degli Stucke im Volkston, per intero l’autentico amore che il violoncellista nutre per il suo strumento. Un amore espresso attraverso l’instancabile ricerca di mirati pesi sonori, per schizzare queste strane cinque pagine soprattutto nel proprio lato strofico. Un gioco di specchi che si è concretizzato in un miracoloso incremento linguistico, dove tutte le idee del compositore, non solo quelle musicali, ma quelle poetiche, leggendarie, quotidiane, così come le figure, i caratteri, la vita nel suo multiforme fluire è stata restituita nella sua “purezza” all’ascoltatore. La seconda parte della serata ha salutato l’esecuzione della Sonata di Claude Debussy, che ha regalato momenti di rara intensità musicale, con il primo movimento che ci ha introdotto in un mondo denso di una complicità interiore, in cui la semplicità tematica è apparsa ora chiara, vicina, palpabile, ora lontana e indecifrabile, in un gioco di rincorse, attese e rivelazioni timbriche, le quali hanno condotto segretamente l’uditorio alla conclusione in cui i due musicisti hanno restituito, come sospeso nel vuoto, per autentica magia, l’inizio del secondo movimento, quella Sérenade in qui avviene l’impensabile, come se il finale del primo movimento avesse aperto uno squarcio nell’ignoto: frammentaria e nervosa, si è trasformata in una “serenata interrotta”, ai limiti dell’aforisma e della brachilogia, con il gioco timbrico tra il pizzicato del violoncello e lo staccato pianistico, inframmezzato da slanci melodici spagnoleggianti e accenni ritmici soffocati. Finale di serata con il Frank Bridge della sonata in Re Minore frutto maturo di un compositore molto pratico, nato e cresciuto nella tradizione tedesca, ma che amava il romanticismo francese e sapeva far coesistere l’ideale sonoro di Brahms con felici spunti tratti da Fauré, pagina in cui il duo ha sottolineato l’immutabile fascino sonoro e il fluire delle melodie quanto il senso del dramma e le tensioni figlie dell’epoca. Applausi scroscianti e bis, con un dovuto omaggio a Gioacchino Rossini, nume tutelare del nostro massimo con “Une Larme”, motivo musicale che nasce appunto da una lacrima, ad evidenziare la malinconia della composizione: un turbinio di emozioni contrastanti che, dal pianto sfociano in una riconciliazione musicale virtuosistica che, asciuga le melanconie del tema iniziale.

 

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