Elezioni, Il pedaggio dell’Antimafia

Scritto da , 18 Agosto 2022
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 Di Antonio Manzo

Costa, e costerà caro, l’oneroso pedaggio che paga la democrazia italiana ai magistrati antimafia candidati in Parlamento.

Il tema è affossato dalla polemica politica sul “mercato” delle candidature, quasi volutamente insabbiato dagli intellettuali timorosi che si dilettano a dispensare analisi sul fronte dell’antimafia ad eccezione dell’intervento di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera.

Il confine labile tra legittimità costituzionale a potersi candidare da liberi cittadini e l’opportunità politica è stato ampiamente demolito dalla “casta” oggi prima fra tutte anche quella del Movimento 5 Stelle.

Il pedaggio caro ha già fatto sfondare il muro dell’opportunità e del buonsenso visto che già tre ex procuratori nazionali antimafia sono nell’album politico del paese dell’ultimo ventennio, manco fossero calciatori svincolati alla ricerca sempre di ricchi ingaggi e nuove prestigiose casacche.

Stiamo parlando di Pietro Grasso, già candidato del Partito Democratico successivamente in LeU chiamato poi a ricoprire il ruolo di presidente del Senato, di Franco Roberti già procuratore di Salerno successivamente assessore regionale nella giunta De Luca e poi candidato capolista ed eletto nel Partito Democratico nella circoscrizione Mezzogiorno alle Europee. In ultimo, la candidatura in attesa dell’ufficialità tra le fila del Movimento 5 Stelle e del responso delle urne di Federico Cafiero De Raho (Procuratore Nazionale Antimafia dal 2017 al Febbraio 2022).

Immaginate gli ultimi magistrati candidati tra le fila dei cinque stelle nazionali antimafia con l’apriscatola del tonno per aprire le Istituzioni, uno degli slogan dei cinque stelle Grillo-Di Maio (A.C-Avanti Conte).

Il prezzo del pedaggio pagato oggi dalla “Casta” diventa ancora più oneroso a pensare ai fallimenti politici già maturati e sotto gli occhi degli analisti di magistrati che dismessa la toga hanno abbracciato le battaglie elettorali spappolando la realtà che divampa: processi scandalo con conseguenze sulla vita politica del paese, lo spettacolo immoralista del nostro tempo.

Basta ricordare nell’ordine: Antonio Di Pietro, l’uomo della “Provvidenza” nazionale che qualificò una delle sue inchieste “Ad un passo da Dio”, enfatizzando così il ruolo di uno dei maggiori indagati all’interno del processo; Pietro Grasso, che dopo aver ricoperto il ruolo di front-man candidato premier per il raggruppamento Liberi e Uguali è stato politicamente accantonato a distanza di un decennio dalla discesa in campo; Antonio Ingroia, che imperversa tuttora nell’universo della sinistra balcanizzata extra-parlamentare dopo che l’inchiesta Trattativa Stato-Mafia da lui avviata è stata praticamente demolita con sentenze della Cassazione di Palermo; infine ed a quanto pare non ultimo Luigi DeMagistris già sindaco “della bandana” successivamente rifugiatosi in Calabria per “Un Posto al Sole” come presidente della giunta regionale poi bocciato dagli elettori e che ora si appresta alla nuova avventura politica con Unione Popolare (i cittadini giudicheranno).

I precedenti insomma raccomanderebbero di tornare al confine dell’opportunità che nel caso dei magistrati prestati, in permanenza, alla politica diventa elemento di discernimento istituzionale.

Come possiamo pretendere di riportare alle urne ed appassionare gli elettori nuovamente alla vita democratica quando i cittadini assistono da decenni al perdurare di “navette” politica-magistratura che compromettono l’autorevolezza e l’immagine di chi deve giudicarli?

È comprensibile da parte degli elettori giudicare la magistratura come lotte tra lobby, sfide ed inimicizie, guerre tra carriere in attesa o preconizzate. Tutti elementi sullo sfondo di suggestive motivazioni della lotta dello stato alle mafie.

Magistrati chiamanti a pronunciare sentenze sotto la scritta delle aule di tribunale “La legge è uguale per tutti” che diventano successivamente ambasciatori delle idee di una sola parte, magari dopo aver avviato inchieste volte ad incidere sulla vita politica del paese e sulla vita di cittadini devastate da provvedimenti di restrizione della libertà personale (leggasi specificatamente Ingroia).

Il clima rispetto a queste circostanze diventa ancora più pesante se si pensa alle violente accuse politico-programmatiche sull’ipotesi di riforma in senso presidenzialista avanzata dalla coalizione di Centro-Destra guidata da Giorgia Meloni. Non è forse altrettanto grave il silenzio omertoso e devastante dell’Associazione Nazionale Magistrati già colpita e quasi affondata dallo scandalo Palamara?

Se vengono avanzate contestazioni su presunti pericoli ed attentati alla Carta Costituzionale della riforma presidenziale bisognerebbe altrettanto evidenziare che la permanente commistione tra magistrature e politica è una continua violazione di uno dei fondamentali capisaldi della Costituzione ossa l’autonomia tra poteri dello Stato che tutt’oggi pesa sulla permanente, incompiuta ed eterna Transizione italiana.

“Tutti i giornali e molti partiti sono stati invasi da una marea che può chiamarsi “magistrato-dipendenza”, ed invece è tra i doveri della politica anche quello di resistere a ondate emozionali e irrazionali di massa. La tendenza dilagante ad affidare al potere giudiziario il compito del risanamento del sistema politico è da contestare.”

Se possono essere utili restano ancora ferme nella storia le parole di Gerardo Chiaromonte illuminato comunista riformista e presidente della commissione antimafia nei primi anni novanta alla vigilia delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Prima che la commissione parlamentare divenisse incubazione politica del lavoro combinato magistratura-politica.

Fu quando la cosiddetta rivoluzione italiana conobbe una giurisdizione politico- parallela fondata prevalentemente sul fanatismo dell’emergenza antimafia anziché sulle armi del diritto.

 

 

 

 

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