Edoardo Sanguineti 2010-2020: Sanguineti,  Orlando e la luna

L’opera teatrale più famosa del poeta è la trasposizione teatrale del poema dell’Ariosto  messa inscena nell’estate del 1969  al Festival dei  due Mondi  di Spoleto

Di Olga Chieffi

Era l’estate del 1969. Mentre  l’umanità si attendeva molto dallo sbarco sulla luna, dal viaggio nell’universo sconosciuto, che avrebbe tentato di svelare il luogo dei sogni di uomini e poeti, lo stesso luogo dove si auspicava fosse consentito recuperare il senno dell’uomo, Astolfo si librava nella notte spoletina, senza far ritorno, senza prevedere alcun accadimento, poichè l’ “Uomo della fine” non può dare risposte, ma formulare solo domande. E’ l’Astolfo dell’ Orlando Furioso, quella che si ritiene l’opera teatrale più conosciuta di Sanguineti, nata dalla collaborazione con Luca Ronconi. Una riduzione, un  adattamento, una trascrizione, attraversata dall’ idea di simultaneità, attuata per mezzo della tecnica della centrifuga, cui il testo dell’Ariosto si presta, con quel suo interrompere improvvisamente la narrazione, in un momento topico, per riprendere a  raccontare un’altra vicenda. La struttura del testo dell’Ariosto infatti, viene frantumata e smembrata (utilizzata come pre-testo) e ricomposta non in base ad un movimento ascendente, che prevede al culmine una risoluzione o conclusione ma, piuttosto, attraverso una disposizione paritaria, non privilegiata, dei frammenti su una superficie. Queste parole indicano, forse per la prima volta, il primo dei due aspetti, essendo il secondo il fine della rappresentazione, della tecnica che Sanguineti stesso definirà del “travestimento” e che pare costituisca il nucleo centrale della sua poetica teatrale. La parola diventa, dunque, il vero attore, la materia base della rappresentazione. Era il 4 luglio quando, al festival dei Due Mondi, accade qualcosa che spiazzò non poco le aspettative del pubblico e della critica in un contesto, oltretutto, già in parte abituato e preparato ai superamenti delle convenzioni drammaturgiche e performative, che caratterizzavano molti degli spettacoli rappresentati in quegli anni. Ed ecco il binomio d’eccezione Luca Ronconi ed Edoardo Sanguineti, portare in scena il poema di Lodovico Ariosto per soddisfare un’esigenza comune all’uomo di lettere incline al teatro e all’uomo di teatro incline alle lettere. L’esigenza, che prese lo spunto anche dall’ultimo romanzo sanguinetiano “Il gioco dell’oca”, era quella di sperimentare una forma rappresentativa che mettesse alla prova e, di conseguenza rivelasse, i meccanismi cognitivi e di fruizione del pubblico davanti ad una performance teatrale. Se già nella riduzione del testo  Sanguineti  e  Ronconi  operano  la  frantumazione  dell’unità  in  una  costellazione  di  quadri  visivi  che  mirano  ad  una sostanziale  autonomia,  la  costruzione  dello  spazio  scenico persegue  l’idea  di  un  ambiente  complesso  nel  quale  operano simultaneamente diversi percorsi narrativi, costringendo lo spettatore ad una selezione e ad una visione quasi inevitabilmente parziale dell’opera. Lo  spettacolo  non  segue  perciò  la  dualità  convenzionale  platea-palco  e  si  sviluppa  in  uno  spazio  scenico originale:  non  vi  è platea, bensì uno spazio rettangolare delimitato da due palcoscenici speculari sui due lati corti, e da due americane con proiettori sui due lati lunghi; nel mezzo, carri mobili componibili in continuo movimento e perenne rimodulazione nello spazio, manovrati  a  vista  dai  tecnici  e  dagli  attori,  dove  si  susseguono tutte  le  vicende  che  non  si svolgono sui due  palcoscenici principali. Tra la selva dei carrelli attrezzati a forma di cavalli, di piramidi, di mostri marini, di labirinti, di ippogrifi, creati da Uberto Bertacca, si muovono spesso, direttamente a contatto con gli spettatori, i quali sono in piedi, trasformati in peripatetici, gli oltre 50 attori che attraversano  i  quadri  dello  spettacolo,  impegnati nella declamazione di personali e “a solo”. Essendo “uomini della fine”, dopo aver tentato numerose, troppe strade, ci affidammo, in quella notte, tra le antiche pietre di San Nicolò, alle redini di Astolfo, nella speranza di ritrovare quel raggio di luce che ci facesse rinascere, d’impossessarci di una scintilla per poter accendere, senza timore, i “luminari” con racchiuso dentro il fuoco della nostra mente, affinché potesse aprirsi un cammino immune da sensi prefissati e di qui, ogni slargo, ogni liberazione, ogni nascita, divenire possibile.