Edoardo Sanguineti 2010-2020: Sanguineti e il buco buio del suo silenzio

Scritto da , 10 Maggio 2020
image_pdfimage_print

Di MARIO FRESA
Quelle parentesi che sono inciampi asmatici, colossali passi indietro, vertiginosi tentennamenti. O meglio (o, se vuoi, peggio): lapsus; stordimenti da sonnambuli; atti mancati. Quel linguaggio del corpo, continuo, dove i cinque sensi sono sempre ossessivamente presenti, e amplificati, con un’ansia grottesca; e anche un po’ magnificati, con una specie di febbre delirante; e anche un po’ mortificati (perché figli, quei sensi, dello spreco delle forze, della vanitas: havel havalim, fumo dei fumi); una scrittura, dunque, biblicamente feroce, ma anche ferocemente antimetafisica. Il corpo è un corpo: nient’altro (e: “non ho creduto in niente:”). Edoardo Sanguineti ha sempre inseguito una scrittura corporale: ma di un corpo ciondolante, che si muove in un paesaggio disastrato e distrutto, in una stanza ingombra di macerie, ammassate come in una museale galleria, o come nella mischia di una centrifuga in cui tutto è mangiucchiato e risputato con una serie di tante lingue, di tante carni, di tanti corpi, di tante teste calde che s’illudono di dire qualcosa o di essere qualcosa o di pensare qualcosa (salvo prendere una storta continua, un azzoppamento che si mostra con l’aspetto di un suono inarticolato, di un tic, di un gesto inconsulto che dice tutta la comica irresolutezza del nostro poco divino e così tanto mondano esserci; o fingere di esserci). E la poesia, a proposito: che cos’è mai? Per Sanguineti, essa è il gioco beffardo e funebre (e sensuale, e sessuale) del rovesciamento parodistico; è una canzonetta perfidamente disperante, diciamo à la Kurt Weill; è il sorprendere con lo sberleffo la pallida signora che prima o poi ci piglierà tra le sue magre braccia, di sicuro, ricacciandoci nel buco del silenzio da dove, una volta, noi siamo stati, chissà perché, sputati fuori all’improvviso, per essere destinati ad una terra infida (davvero come Giona, mangiato e rigettato, intero, dalla bocca dell’enorme mostro marino). E dunque: «in principio è il silenzio: / (poi si è fatto saliva, muco, sangue, sudore, orina): / (si è fatto sperma, merda): (e gesto): e un gesto è la parola: è voce che, / tangibile, ti tasta: (si è fatto borborigmo, fischio, gemito): / ma, a me, / la poesia già non mi piace (quasi quasi) più: e veramente, poi, da sempre, / io ho cercato di affondarmi e affogarmi, zavorrandomi, morbido e muto, / qui, dentro la prosa pratica del mondo: / adesso, per finire, torno, /annaspando stanco, verso il mio primo principio: (gesticolando): (in silenzio):». Qui, come sempre, Sanguineti toglie ogni belletto dalla scrittura: ne corrode ogni edonismo letterario e l’avvicina alla cocente bruciatura di una “prosa pratica” (cioè una poesia, viva Zeus, antipoetica che scotta e non dà requie, né ti consola mai…). La poesia dice, infatti, lo scandalo ambiguo della verità; e poi ti urta e ti fastidia, bucando la pancia del reale, riconoscendone i guasti ed esprimendo, infine, una certa gioia luciferina nell’opporsi, sardonicamente, allo sbriciolamento di ogni essere, alla finitudine di ogni natura. La poesia è antimetafisica e antinaturale. Ed è pure, intanto, potentemente spirituale perché appunto consapevole di essere soltanto nulla e fumo; e patetica rimembranza, ridicola aspettazione, ottuso borborigmo, animalesca e felice inettitudine. Poi tutto, lo sappiamo, si conclude con un’afasia degna di Lord Chandos: parole sconnesse che si rincorrono in certe curiose paronomasie e assonanze (in virtù di una comica coincidenza sonora delle cose dell’universo), e aggrappandosi alla bella illusione di poter pronunciare la parola “io” (cosmica demenza del Tutto che è fumo ed illusione). Un fumo che si attacca, però, con insolenza, a quei due punti finali perenni: (ma che cosa sono mai, quei due punti sanguinetiani: un’attesa rimbambita? Una pausa dall’inutilità del pensare? Un fermo-immagine sull’abisso del nulla? Un’arma spuntata come un povero corpo nudo? Una domanda patafisica al lettore?). Ma se tutto questo che noi viviamo è un lapsus, o un indistinto gesticolare da opera buffa; se si parte da una domanda per finire con una nuova domanda inevasa, o non pervenuta, o forse smozzicata a metà; e se tutto è un buco buio che ci buca il pensiero, facendolo cascare nel labirinto del nostro essere uomini (cioè adamà, humus, sperma, merda, rumore); se tutto questo, insomma, è la realtà, allora la poesia non può che essere un instancabile controcanto, una blasfemia impenitente, un raccontino “narrato da un idiota, pieno di strepito e di niente”, come dice Macbetto: e noi tutti siamo un poco Macbetto, (omicidi e suicidi; deboli e violenti), ci vuole forse ricordare il sorridente e straziato mondo poetico sanguinetiano. La scrittura diventa, così, un’azione che contraddice sé stessa, meravigliata e sghemba, tutta piena di intoppi e di incagli; l’azione, insomma, di un ballerino astruso che sta a danzare lì, con grazia dispettosa, sulle corde perenni dell’indicibile e del mostruoso; e di un silenzio leggero e disperato.

Mario Fresa

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->