E’ già lirica d’estate con La Traviata

Scritto da , 9 Luglio 2016
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Questa sera, alle ore 21, la Golden Benten Music di Irma Tortora presenta l’amato titolo verdiano, con la regia di Riccardo Canessa

 

Di ANTONIO SANSONE

Questa sera, alle ore 21, il progetto firmato dall’Associazione Golden Benten Music, “Opera Lab Io… debutto” con la messa in scena de “La Traviata” di Giuseppe Verdi, sfiderà il giudizio del pubblico nell’Area Archeologica di Fratte. Undici giovani cantanti debutteranno sul accompagnati dall’Orchestra Sinfonica di Salerno Claudio Abbado, diretta da Elio Orciuolo. A firmare la regia un nome illustre del teatro lirico, Riccardo Canessa, un habitué del teatro Verdi di Salerno, che gode in città dei favori dei melomani e della critica, che nel taglio scelto ha voluto rispettare lo spirito del progetto, seguendo il tracciato filologico e della tradizione. “Sarà una Traviata d’ispirazione wilderiana – ci ha rivelato al telefono – la storia di un gruppo di persone, che non possiedono nessun legame tra di loro, che si trovano nella stessa barca insieme e soli allo stesso momento, vittime del caso, del male, e di eventi sfortunati a persone che sembrano “innocenti” o “immeritevoli”, o di due giovani innamorati come in “Our Town” di cui vengono punteggiati nel romanzo i piccoli gesti, la semplice quotidianità, come nel II atto di Traviata”. A debuttare questa sera saranno Annalisa D’Agosto (Violetta Valéry), Maria Rosaria Catalano (Flora Bervoix, sua amica), Maria Cenname (Annina, serva di Violetta), Jiangmin Kong (Alfredo Germont), Wentao Ou (Giorgio Germont, suo padre), Salvatore Minopoli (Gastone), Luciano Matarazzo (il Barone Douphol), Massimo Rizzi (il Marchese d’Obigny), Giovanni Augelli (il dottor Grenvil), Giuseppe Di Lorenzo (Giuseppe, servo di Violetta), Giovanni Germano (un domestico, un commissario). Direttrice del coro dell’associazione sarà Katia Moscato, mentre per i balletti del I e del III atto, in scena, la compagnia del balletto Etmotion, guidata da Fabrizio Esposito. Nella Trilogia popolare verdiana, si assiste a un curioso fenomeno: Rigoletto, Azucena e Violetta, ossia i tre motori drammatici dell’azione, sono tutti degli emarginati sociali. Il primo per le funzioni svolte, la seconda per l’estrazione gitana, la terza per il discredito dei perbenisti. Dunque, Violetta nasce come simbolo di una esclusione e si attesta quel vessillo di rivolta; ma una cosa dev’esser subito chiara, cioè che l’unica trasmutazione di stato che questo personaggio può rivendicare è quello che le offre la musica, al di là di ogni compiaciuto engagement. La Traviata è l’ultima opera di Verdi in cui resiste ancora il concetto di belcantismo, che egli abbondonerà per un modello di conversazione in cui gli sarà più facile far apprezzare la nuova dimensione dialogica o, se si vuole, realistica del suo canto; ma il canto d’agilità si ferma al primo atto dell’opera, dopo di che, sarà un costante volversi del vecchio apparato aria-cabaletta a grado a grado verso le diafane emissioni del III atto. La Traviata è il Verdi “moderno”, per l’attualità del soggetto e della psicologia. L’amore attraversa fremente la disuguaglianza dei ranghi sociali (non è questione di ricchezza, ma di gap fra buona società e demimonde) pretende di associare stabilmente il giovane di buona famiglia e la cortigiana, che dovrebbero avere per unico legame legittimo il piacere mercenario e temporaneo. Lo scoppio della passione compromette l’accasamento delle vergini (Germont si preoccupa di sistemare la sorellina di Alfredo e intona soave “Pura siccome un angelo”) e turba la pubblica opinione. Germont rappresenta la figura e la Legge del Padre nei confronti di una Violetta chiaramente dedita al libertinaggio per mancanza di una sana educazione paterna. Il sacrificio della passione e il saper tenere la bocca chiusa – secondo le buone tradizioni borghesi – è il contributo dell’onesta puttana all’equilibrio sociale. L’innamorato Alfredo, finge di non capire, rinfaccia alla donna che l’ha abbandonato i soldi spesi per lui, eccedendo in villania per gli stessi canoni mondani. Sul prezzo che paga si inteneriscono i carnefici, Alfredo stesso e l’odioso genitore. L’inizio dell’ultimo atto, contribuisce decisamente allo sfaldamento della struttura tradizionale a numeri chiusi, dissolti in un tessuto continuo di recitativi, slanci lirici e ricadute nel pianissimo, in piena corrispondenza alla tempesta sentimentale che investe l’affranta Violetta e alla sua illusione, proprio in punto di morte, di un ritorno delle forze vitali. Violetta morirà ricordando ancora una volta la prima frase d’amore di Alfredo.

 

 

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