Dormitorio di frontiera, crocevia di storie di emarginazione e di solidarietà

Scritto da , 16 Gennaio 2022
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di Clemente Ultimo

Tracciare un bilancio del primo mese di attività del dormitorio allestito nei locali della parrocchia della Madonna della Medaglia Miracolosa: questa idea, apparentemente semplice, si è trovata ben presto a fare i conti con una realtà decisamente più complessa – e drammatica – di quella che ognuno potrebbe immaginare limitandosi alla lettura di resoconti di inaugurazioni e di qualche polemica, corollario inevitabile di qualsiasi iniziativa di simile portata. Ebbene sì, sarebbe semplice snocciolare qualche numero sui posti letto disponibili, su quanti ospiti frequentano più o meno regolarmente la struttura – e lo si farà -, ma questo certamente non è sufficiente a descrivere efficacemente la complessa realtà di un dormitorio sorto per affrontare nel miglior modo possibile l’emergenza freddo, assicurando un ricovero notturno, un pasto e la possibilità di usufruire di una doccia calda a chi – per scelta o necessità, poco importa – trascorre la sua giornata in strada. Nato grazie alla stipula di una convenzione tra il Comune di Salerno e la Caritas diocesana, il dormitorio del rione Campione è, come detto, parte di quella risposta messa in campo ogni anno all’emergenza invernale, particolarmente acuta in queste settimane per chi vive in strada. In un solo mese di attività la struttura, che può ospitare dodici uomini e cinque donne contemporaneamente, è diventata punto di riferimento per una decina di persone, ospiti praticamente fissi del dormitorio. Italiani, provenienti anche da fuori città, e stranieri, prevalentemente nordafricani. Ciascuno con una storia diversa e problemi differenti, dalla perdita del lavoro ad una drammatica rottura con la famiglia di origine, dall’alcolismo ad una crescente emarginazione frutto dei più disparati motivi. A ciascuna di queste persone, volti anonimi che durante la giornata vagano per le strade della città, il dormitorio della parrocchia della Madonna della Medaglia Miracolosa offre la possibilità di un riposo notturno confortevole e, soprattutto, in condizioni di sicurezza. Ma il raggiungimento di questo obiettivo non è automatico, non bastano registrazione e tampone all’ingresso per garantire la serenità degli ospiti. Per ciascuno, infatti, è necessario trovare una chiave specifica per provare ad intavolare un dialogo, per vincere l’istintiva diffidenza di chi vive tagliato fuori da un contesto che non si accorge di lui, come sottolinea don Antonio Romano, insieme a don Flavio Manzo uno dei “motori” del dormitorio del rione Campione. E quanto sia difficile trovare questa chiave lo dimostrano anche episodi apparentemente banali, come la frammentarietà della conversazione tra chi scrive queste righe e don Antonio Romano in occasione di un incontro dedicato proprio alla realizzazione di questo articolo. Nel paio di ore – dalle 20 alle 22 più o meno – trascorse insieme ai volontari che si occupano dell’accoglienza degli ospiti, la nostra chiacchierata è stata interrotta così spesso da farla diventare quasi telegrafica: piccole e grandi “emergenze” hanno costretto il sacerdote ad intervenire per spegnere sul nascere possibili focolai di tensione. Un’opera di mediazione quasi estenuante, giocata su un filo sottile e tagliente. Le diffidenze reciproche – tra italiani e stranieri in primis, ma non solo-, vecchie ruggini personali, gli effetti perniciosi di una giornata trascorsa combattendo il freddo dell’inverno facendo ricorso all’alcol – giusto per citare gli elementi principali -, contribuiscono a creare una miscela potenzialmente esplosiva che è necessario disinnescare utilizzando sapientemente fermezza e comprensione. Uno sforzo costante che accomuna sacerdoti, operatori, volontari delle diverse associazioni che quotidianamente dedicano parte del proprio tempo ad accogliere gli ospiti della struttura e ad assicurare loro il pasto serale. Un impegno collettivo, cui partecipano anche piccole e grandi attività commerciali e privati con le loro donazioni, che rende possibile il funzionamento di questa struttura “di frontiera”, testimonianza concreta dell’importanza dell’esistenza di una rete di comunità costituita da tanti piccoli apporti che, insieme, riescono almeno a tamponare le situazioni più critiche. Emergenze che altro non sono che tante storie individuali, storie che raccontano di chi – per scelte sbagliate o imprevisti – si ritrova senza lavoro e senza casa, intenzionato però a salvaguardare la propria dignità, nascondendo così il proprio dramma ad amici e familiari, provando a vivere una vita “normale” durante il giorno per poi cercare riparo in dormitorio alla sera; o di chi è stato attratto da un miraggio di ricchezza che non esiste più – o forse non è mai esistito – ed oggi vive il doppio dramma dell’emarginazione e della lontananza dalla famiglia e dalla terra d’origine. Un mal di vivere che troppo spesso viene diluito nel vino e nei liquori. Storie che non possono ridursi a mero numero, a statistica dei posti letto occupati e dei pasti consumati. O, peggio ancora, a caso umano da raccontare ed osservare con morbosa curiosità. Storie che in realtà sono uomini e donne in carne ed ossa, cui deve andare non solo l’aiuto materiale, ma cui va riconosciuta la dignità propria di ogni essere umano.

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