Delitto Falvella: il ricordo di Primo Carbone e Luisa Memoli

di Clemente Ultimo

Il senso di generale disorientamento ed il cordoglio per la morte di un giovanissimo studente universitario che, nell’immediatezza dell’uccisione di Carlo Falvella, caratterizzano la città di Salerno non sono destinati a durare a lungo. Così come l’unanime condanna – delle forze sociali e politiche del capoluogo – di una violenza che appare spropositata ed incomprensibile, anche a tener conto della passione con cui si vive la politica in quel periodo. La coesione, nata sotto la spinta del forte impatto emotivo prodotto dal delitto, mostra ben presto delle crepe, destinate a diventare sempre più profonde con il trascorrere del tempo. Tanto profonde da creare lacerazioni sempre più ampie ed insanabili non solo tra le diverse forze politiche, ma anche all’interno della comunità cittadina e delle stesse famiglie. È questa la cifra, insieme al crescente senso di insicurezza che avvertono i giovani che della politica fanno una pratica quotidiana, che caratterizza le settimane successive a quella drammatica sera del 7 luglio 1972. «Con l’inizio del processo a carico di Giovanni Marini – ricorda Luisa Memoli, all’epoca militante della destra giovanile – iniziò un periodo estremamente difficile, caratterizzato da duri scontri di piazza e da una violenza diffusa. Un clima che, inevitabilmente, iniziò presto a riflettersi in ogni ambito, anche all’interno delle famiglie, dividendole. Posso dire, ad esempio, che per mesi io e mio fratello, politicamente impegnato a sinistra, non abbiamo pranzato alla stessa tavola; così come non abbiamo mai parlato della morte di Carlo Falvella». Non basterà lo spostamento del processo Marini a Vallo della Lucania, trasferimento dettato da motivi di ordine pubblico, a rasserenare il clima nel capoluogo. Anzi, le tensioni nate nelle settimane successive al delitto Falvella si trascinarono per anni, caratterizzando la vita di una città in cui numerose linee di frattura si intersecavano a livello profondo. Del resto Salerno sarà una delle pochissime città del Mezzogiorno che, nel decennio successivo, vedrà in azione le Brigate Rosse, prima con l’uccisione del procuratore della Repubblica Nicola Giacumbi, poi con l’agguato alla colonna militare costata la vita a due poliziotti e ad un sottufficiale dell’Esercito. Anni in cui «era la norma non uscire mai da soli, o organizzare un sistema di “copertura” per un’affissione di manifesti in campagna elettorale», ricorda ancora Luisa Memoli. Ma come si arrivò alla rottura di questa sostanziale unità della comunità cittadina, incentrata sul rifiuto di una violenza ritenuta ingiustificabile? Fu davvero una diretta conseguenza della campagna innocentista condotta, con grande vigore ed impegno, da Soccorso Rosso Militante alla vigilia e durante il processo a carico di Giovanni Marini? O il superamento dell’unanime condanna espressa all’indomani del delitto Falvella rispondeva ad altre logiche? Di questa seconda ipotesi è fermo sostenitore Primo Carbone, figura storica della destra salernitana, che a quegli anni ed alle vicende che li caratterizzarono ha recentemente dedicato un corposo volume. «Nel giro di alcune settimane – sottolinea Carbone – si passò dal dire “è morto un ragazzo” a dire “è morto un fascista”. Un cambio di prospettiva radicale, non solo terminologico. Anzi, le parole erano indice di un’operazione politica ben più ampia e complessa». Il lasso di tempo in cui muta la prospettiva in cui inquadrare gli avvenimenti del 7 luglio ’72 è breve, concentrato nelle poche settimane di quella estate: «Tra la metà di agosto e la prima quindicina di settembre – prosegue Primo Carbone – in città si registra una vera e propria mobilitazione di tutte le forze di sinistra, politiche – parlamentari ed extraparlamentari, e sindacali. In buona sostanza prende corpo un’operazione tesa ad evitare che l’omicidio Falvella possa spostare più a destra gli equilibri politici cittadini. A comunisti e socialisti, infatti, non era sfuggito come una gran parte dell’opinione pubblica cittadina, probabilmente la maggioranza, avesse maturato una visione ostile nei confronti della sinistra, occorreva dunque reagire per non perdere la piazza di Salerno. Di qui la grande mobilitazione autunnale che vide picchettaggi davanti alle scuole, presidi nelle piazze, scioperi degli operai delle fabbriche cittadine, realtà che solo pochi anni dopo sarebbero scomparse». Gli anni di piombo bussano ormai con forza alle porte. Anche a Salerno. Anni che hanno lasciato ferite profonde e qualche rimpianto. «Se penso a quel periodo – dice Luisa Memoli – ed a quanti hanno pagato un prezzo doloroso, il mio pensiero va certamente a Carlo, ma anche a Giovanni Alfinito, che in quella maledetta sera di luglio era con lui. Ecco, Giovanni non solo rimase gravemente ferito dalle coltellate sferrate da Marini, ma ha dovuto farsi carico di un pesante fardello, vissuto sempre con grande discrezione. Ecco, io credo che Giovanni non abbia ricevuto tutto l’aiuto ed il sostegno che meritava»