Daniel Oren meets Kian Soltani

Scritto da , 25 Agosto 2020
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Nel quadriportico del duomo di Salerno, questa sera, alle ore 21, l’orchestra filarmonica Giuseppe Verdi eseguirà con il solista iraniano il Concerto n° 1 in Do Maggiore di Joseph Haydn

Di OLGA CHIEFFI

Daniel Oren direttore d’orchestra, ma anche violoncellista e baritono, si ritroverà stasera, sotto le stelle, alle ore 21, nel quadriportico del Duomo di Salerno, alla testa dell’Orchestra Filarmonica “G.Verdi”, ad ospitare il violoncellista iraniano Kian Soltani. Oren e Soltani, si incontreranno sulle note del Concerto n.1 Hob. VIIb, in Do maggiore per violoncello e orchestra di Joseph Haydn. I concerti solistici di Franz Joseph Haydn vengono in genere considerati lavori minori, vuoi per il carattere disimpegnato, vuoi per le strutture meccanicistiche che, legate ancora alla logica del concerto barocco, condizionano il rapporto tra solista e «tutti». Nondimeno, pur non toccando i livelli vertiginosi raggiunti da Mozart, anche in questo campo Haydn realizza pagine di indubbia qualità e degne di attenzione. È il caso di questo concerto del quale non si conosce la data precisa di composizione, collocabile comunque tra il 1761 e il 1765, nei primi anni in cui il musicista è al servizio degli Esterházy. Scritto per Joseph Weigl, il concerto si contraddistingue per l’abilità della scrittura riservata al violoncello. Il virtuosismo è acceso, non ostentato; i contrasti drammatici tra solista e orchestra sono equilibrati. Per quanto non manchino momenti di tensione, prevalgono le sonorità brillanti e l’atmosfera è nell’insieme serena. Nel primo tempo, Moderato, l’orchestra presenta senza introduzioni un tema principale che, con il suo andamento maestoso su ritmi puntati, sembra quasi una fanfara di vittoria. A questo si contrappone un motivo più pacato che conferisce al brano dinamica emozionale. L’Adagio successivo costituisce una parentesi di intimo lirismo e pacatezza che, malgrado qualche lieve increspatura drammatica, non arriva a intaccare la dimensione serena e ottimistica complessiva del concerto. Il solista, accompagnato dai soli archi, ha modo di esibire tutte le sue doti di cantabilità ed espressività. L’Allegro molto finale è un movimento di grande brillantezza e vitalità che fa pensare a una specie di moto perpetuo di note veloci e staccate, e vede il violoncello cimentarsi in passaggi di agilità molto impegnativi. L’arguzia e l’inventiva più tipiche di Haydn emergono a tutto tondo, conferendo al discorso musicale un carattere estroverso e privo di ombre. Fra le sinfonie composte anch’esse per editori e società francesi nel 1787/89, sicuramente la Sinfonia n°88 in Sol Maggiore che andrà a concludere questo concerto monografico dedicato al genio di Rohrau, vede succedersi nel corso dei diversi movimenti le varie tappe di un’organica vicenda espressiva, che lascia intuire che siamo ormai nell’ambito di quello stupendo equilibrio orchestrale tipico delle «londinesi» e della piena maturità artistica ed espressiva di Haydn. Ecco perché è stato giustamente detto che Haydn arriva qui a toccare il culmine della sua creazione sinfonica in una sorta di esuberante gioia di vivere; un’opera scritta di getto con l’ardore dell’ispirazione — come lo stesso musicista annotò nella partitura autografa. L’opera esordisce con brio all’insegna della gioia, per confermare questa pienezza di sentimento in un Largo di toccante lirismo consolatorio; ma tale positiva crescita dell’animo viene all’improvviso smentita dal clima sardonico e straniante del Minuetto, lacerato da insolite modulazioni e ardite dissonanze che solo nel Trio si arrestano di fronte ad una splendida evocazione del mondo popolare, intrisa di futura mahleriana poesia. La crisi aperta da questa pagina ottiene una risposta dall’ultimo tempo, attraverso il gioco lucido, vivo ed essenziale di una danza burattinesca la cui effervescente ironia corre sui binari di un’abile sapienza compositiva.

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