Daniel Oren e l’ America in bianco e nero

Scritto da , 15 Settembre 2019
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Bernstein, Gershwin e Ravel questa sera tra i templi paestani alle ore 20, con il direttore isreaeliano alla testa dell’Orchestra del Teatro di San Carlo, ospite di Camera in Tour

Di OLGA CHIEFFI

Penultimo appuntamento questa sera, alle ore 20, tra i templi di Paestum per la seconda edizione di Camera in Tour, un’idea di Andrea Prete per “premiare” i turisti che approdano nel salernitano “fuori stagione”. Il programma sarà inaugurato dall’Ouverture del Candide, concepita dal pirotecnico ingegno di Leonard Bernstein, musica questa che, sotto l’apparente leggerezza dell’ironia, è uno dei più amari commenti all’ipocrisia con cui la cattiva coscienza del mondo si rappresenta, cercando di nascondere l’autentica natura delle azioni dell’uomo. Wanda Landowska, la grande clavicembalista, amava affermare: “La musica di Gershwin è sempre una delizia. La sua ricchezza naturale, intrinseca, la sua sprizzante fantasia, capace di rinnovarsi senza posa, tutto mi dà gioia e incanto. Con lui non ho l’impressione del “nuovo ricco”, che si mette in mostra con arroganza e degnazione. Non ci sento né la fabbricazione in serie, né quell’ostentazione che mi disturba in tanti compositori d’oggi, e che mi rende nostalgica di una ciaccona di Purcell”. Nell’eterna disputa sulla collocazione di George Gershwin – jazz? Musica colta? Musica leggera? -, i contendenti appaiono spesso maneggiare categorie astratte. Per l’uomo della strada, la musica di Gershwin è “jazz”. I jazzisti, a sentirlo dire, sghignazzano: Gershwin scrisse molte canzoni su cui è stimolante improvvisare, ma non fu un jazzman, non ne aveva i titoli tecnico-formali. In ambiente colto, si preferisce dire che Gershwin operò la sintesi del jazz con la musica colta. In effetti, la sua opera fu una riflessione sulle contraddizioni di un’epoca in cui la cultura scritta cominciava a sentirsi assediata e accerchiata dalle culture orali di tutto il mondo. Ma pensare che esistano il problema e la soluzione è assurdo. Ed ecco An American in Paris, qui la formazione del massimo partenopeo potrà riscattarsi dell’esecuzione mediocre offerta al Ravello Festival, quella riuscita osmosi tra musica descrittiva – le reazioni e le emozioni del visitatore di fronte all’incantevole città della Senna – e musica pura, poiché la composizione rimane comunque principalmente determinata da fattori di ordine musicale e non letterario o drammatico. Un Americano a Parigi vuole soprattutto comunicare i sentimenti di ammirazione e stupore del visitatore d’oltreoceano che scopre le bellezze della città europea, l’incontro emotivo e intellettuale del musicista di fronte al ricco patrimonio culturale che Parigi sa offrire con i tre temi della promenade, giocata tra il frastuono del traffico, lo scattante e festoso tema charleston  e il possente e impetuoso tema blues, il tutto racchiuso da una visione dolce e bohémienne. Gran finale con il Bolero, costruito su un primo e potremmo dire unico tema che si ripresenta sempre uguale, alternato ad una sorta di secondo tema che non presenta, però, caratteristiche autonome, ma deriva dal primo. Un ritmo incessante e implacabile scandisce il progredire di questa meravigliosa composizione, che parte da un pianissimo, affidato al flauto, sino a gonfiarsi smisuratamente ed esplodere in un fortissimo travolgente. Sono i timbri orchestrali che variano di volta in volta la ricomparsa del tema creando effetti coloristici insospettati, in un mondo apparentemente immobile. Una modulazione geniale, dopo quasi venti minuti di crescendo su un tema sempre identico, in un clima ossessivo, fino al parossismo, allenta, passando al Mi maggiore, la tensione, facendo alla fine riapparire l’originaria salvifica tonalità del Do Maggiore.

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