Crescent, dieci anni di carte ed udienze per il «simbolo» dell’era deluchiana

Scritto da , 26 luglio 2018
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Andrea Pellegrino

Dieci anni di battaglie e un epilogo che arriverà prima dell’inizio dell’autunno. E non sarà un test su Vincenzo De Luca, bensì sulla questione se il Crescent sia stato costruito a regola d’arte oppure no. E poco importa se in quell’area prima c’era degrado o altro, la giustizia sarà semplicemente chiamata a stabilire se quella mezza luna (privata) poteva sorgere a pochi passi dal mare e meno. Certo è che le ripercussioni politiche non potranno essere chiuse in un cassetto. Nel caso di condanna per gli amministratori pubblici e per lo stesso governatore della Campania scatteranno le applicazioni previste dalla legge Severino, ossia la sospensione dalla carica per 18 mesi. Ma questo è un problema che sorgerà poi. Passiamo alla storia, alla lunga vicenda che ha tenuto caldo il dibattito ambientale e politico in città negli ultimi tempi. Al punto che, oltre la consolidata Italia Nostra, è nato un comitato No Crescent, che si è battuto – e si batte – a spese proprie, contro la realizzazione della mezza luna firmata da Bofill. Una battaglia iniziata nei tribunali amministrativi e sfociata poi nelle aule della giustizia penale e che portò inizialmente anche ad un sequestro dell’opera. Le Cronache ha raccontato tutto della vicenda. Fin quando entrammo nel cantiere, poco tempo dopo la posa della prima pietra, ospite dell’imprenditore Rainone. Da allora sono state le carte a parlare: dalla sentenza del Consiglio di Stato che annullò – dopo verificazioni – l’autorizzazione paesaggistica, fino agli atti di indagine e processuali che sono emersi nel corso del tempo. Un’opera che si intreccia con quella pubblica della piazza della Libertà, per la quale lo stesso De Luca è imputato insieme ad altri amministratori per il via libera ad un variante che aumentò sostanzialmente il valore dell’appalto. Oggi il Crescent, dopo il taglio delle torri pubbliche, di pubblico non ha nulla. È una costruzione privata che sorge a pochi passi dal mare di Santa Teresa. Chi ha acquistato casa, e chi vorrà farlo in futuro, si è rivolto direttamente ai costruttori, come accade nella compravendita di qualsiasi abitazione privata. Altro discorso sarà quello riguardante la piazza, che è completamente pubblica, una volta che sarà ultimata. Oreste Agosto, Enzo Strianese, Raffaella Di Leo, Pierluigi Morena ed il gruppo dei Figli delle chiancarelle, non hanno indietreggiato mai e da anni cercano di far sapere se quell’edificio potesse sorgere in quel luogo, soprattutto a quelle condizioni. Poi l’intreccio con l’imprenditoria e la vicenda del Jolly Hotel (con la demolizione e la costruzione del Grand Hotel) che è ancora avvolta da misteri da chiarire. Dalla massoneria fino al 75 per cento dei consensi, le difese non hanno mai risparmiato nulla. Il tutto giustificato dal degrado dell’area di Santa Teresa, un tempo “affollata da prostitute, drogati” e via dicendo. Come se per riqualificare la litoranea si costruissero decine e decine di Crescent sul mare. C’è chi ora lancia anche un altro allarme, appellandosi all’inutilità dell’abbattimento del Fuenti, il famoso mostro della Costiera, dimenticandosi che all’epoca alcuni esponenti del partito di Vincenzo De Luca si batterono per la demolizione. Ora la palla passa ai giudici: il 28 settembre è attesa la sentenza, ma fino ad allora cercheremo di ricostruire tutte le fasi di dieci anni di carte bollate, ricorsi ed atti amministrativi. (1.continua)

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