Convivenza forzata, in aumento le liti in famiglia

di Cinzia Ugatti

Convivenza forzata e liti in famiglia. Un binomio che in questo periodo di emergenza Coronavirus è esploso in tutta la sua devastante potenza. Decine e decine di telefonate al 112 per interventi finalizzati a riportare la pace familiare in abitazioni dove le urla hanno più di una volta messo in allarme i vicini. Perché se in tempo di pace i problemi si sopportano con amabile tolleranza, in guerra tutto diventa motivo di discussione. La prima settimana di reclusione ha fatto emergere lati positivi di tutti: mariti che si industriavano per mettere mano a quel progettino lasciato in sospeso da tanto, mogliettine con grembiulino e guida di masterchef alla mano intente a preparare ogni specie di manicaretto. Ma dopo un po’, la novità ha cominciato a lasciare il posto alla routine, e rimanere tutto il giorno l’uno davanti all’altra non ha fatto da concime per l’amore, anzi. Spariti i cuoricini nell’aria, i difetti sono divenuti montagne insormontabili con il litigio sempre pronto sulla soglia. E se prima al culmine della discussione si poteva aprire la porta ed uscire di casa per sbollire con una passeggiata o con un giro in auto, ora al massimo si può andare a chiudersi in una stanza, sapendo, però, che a pochi metri c’è la causa del malessere ancora in agguato e pronta a rinfocolare, magari con più vigore di prima, la lite. Questo quando va bene, quando parliamo di coppie civili portate all’esasperazione da 50 giorni di convivenza coatta. Ma ci sono molti casi in cui questa condizione è una vera e propria prigionia, dove la donna resta bloccata in casa con il proprio carnefice e con tanto di autorizzazione dello stato. Donne maltrattate, picchiate, violentate dal proprio compagno che ora devono fare buon viso a cattivo gioco, che non possono nemmeno più sperare che lui esca per godere di un po’ di tranquillità, che in questi 50 giorni sono state costrette a vivere gomito a gomito con il proprio aguzzino sorridendo sempre, facendo attenzione a qualsiasi cosa per non farlo arrabbiare, per non far scattare la molla della furia omicida. Donne che da 50 giorni vivono nella paura, nel terrore di sbagliare, di dire qualcosa che possa urtare la suscettibilità di chi ha mani pesanti, pugni che fanno lividi. “Partiamo dalle liti familiari di natura non violenta: la coabitazione coatta – spiega la dottoressa Sabina D’Amato, Dirigente Psicologo dell’AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno – non consente alle persone di rispettare quelli che sono gli spazi e diventa un limite alla libertà personale degli individui. Tutto questo, naturalmente, genera anche piccole forme di conflitto che in una condizione di coabitazione coatta possono arrivare anche a litigi gravi”. C’è però chi è riuscito grazie al web a crearsi una realtà diversa attraverso un mondo virtuale. “Vero, ma sono sempre condizioni frutto di un malessere psicologico determinato dal semplice fatto che uno non può uscire. Con questo utilizzo spasmodico del cellulare, dei social network e del web in generale con cui creano una realtà alternativa, molte persone riescono a superare i conflitti interfamiliari”. Si pensava che il 4 maggio ci sarebbe stata una specie di “liberi tutti”. Ed invece si continuerà a poter uscire solo con motivazioni precise, come lavoro, salute e,unica concessione, visite ai familiari. Il livello di sopportazione, quindi, è destinato ad abbassarsi ulteriormente? “Purtroppo si, perché la coabitazione coatta non aiuta ed è questo il motivo per cui c’è un pericolo sociale in netto aumento. Non dimentichiamo che chi già vive in condizioni di vulnerabilità psicologica è certamente più esposto allo stress dell’isolamento”.

Cosa si può fare per evitare di implodere?

“Bisognerebbe cercare di rispettare le nostre individualità, fare dei piccoli progetti quotidiani, fare una cosa che avremmo voluto fare e non abbiamo mai fatto per mancanza di tempo come leggere quel libro, mettere a posto l’armadio, insomma,

quelle cose che diciamo sempre “prima o poi lo devo fare” e poi finisce lì, nel dimenticatoio. Queste strategie sono fondamentali per far mantenere il ritmo e il tempo senza lasciarsi andare. C’è gente che da settimane non si veste più, resta in casa in pigiama, e questo è molto grave: sono azioni deleterie per la psicologia

personale”.

A fare paura, però, sono quelle situazioni in cui a rimanere bloccate in casa con il marito sono le donne già vittime di violenza.

“Purtroppo questo è un fenomeno che non si riesce ancora a valutare proprio perché sono poche le donne vittime di violenza familiare che ce la fanno a chiedere aiuto lasciando la casa dove abitano. In questo periodo, oltretutto, donne che già sopportavano i maltrattamenti del compagno prima dell’emergenza coronavirus,

certamente non avranno trovato la forza di reagire in un momento in cui psicologicamente sono ancora più vulnerabili perché si vedono isolate e totalmente dipendenti dall’uomo. E’ vero anche, però, che in questi giorni ci sono state alcune

donne che, non essendo mai state picchiate dal marito, al primo schiaffo hanno immediatamente lasciato la famiglia e si sono rivolte alle forze dell’ordine che le hanno accompagnate nelle case rifugio”.

Quindi cosa ci dobbiamo aspettare quando tutto finirà?

“Noi ci aspettiamo degli sconvolgimenti sociali che richiederanno interventi importanti anche per la ridefinizione dei ruoli nella società, sul posto di lavoro…. naturalmente anche all’interno delle famiglie. Ma non bisogna vedere i cambiamenti sempre come cose negative”.