Il Quartetto di Cremona: homage to Beethoven

Questa sera alle ore 20,30 la formazione proporrà al Ravello Festival il “Serioso” e il “Razumovsky

Di Olga Chieffi

L’ omaggio a Ludwig Van Beethoven inizia per la LXVIII edizione del Festival di Ravello, questa sera sul Belvedere di Villa Rufolo, alle ore 20,30 con il Quartetto di Cremona, composto da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli  al violino, Simone Gramaglia alla viola e Giovanni Scaglione  al cello. La prestigiosa formazione proporrà due dei quartetti più significativi dell’opera beethoveniana, il Quartetto in Fa minore op. 95, il “Serioso” e il primo, in Fa Maggiore dell’op.59, il celeberrimo “Razumovsky”.  Se si bada alla sola cronologia, il Quartetto in fa minore op. 95 appartiene di sicuro al periodo centrale della produzione beethoveniana. Fu composto nel 1810, pochi mesi dopo il completamento del Quartetto op. 74 immediatamente precedente. Un tempo maggiore (cinque anni) lo separano dalla terna op. 59 ma è di ben dodici anni la distanza dal quartetto successivo (op. 127) che apre la straordinaria ultima serie. Se si osserva lo stile, la situazione risulta meno definita. Il primo movimento è da iscrivere con sicurezza fra le opere più febbrili, se non proprio “eroiche” di Beethoven. Non ci sono gruppi tematici, ma segmenti appena sbozzati e subito giustapposti, senza passaggi intermedi, ponti, collegamenti. Il nevrotico e dissociato primo motivo si salda direttamente sull’inquieto secondo (esposto dalla viola e subito modificato dalle altre voci). Poi, più che sviluppo, si ha attrito di materiali differenti. Mai prima Beethoven aveva proposto modulazioni tanto dirette e brutali. L’ “Allegro con brio” è uno dei più brevi mai scritti da Beethoven, ma non dà l’impressione di essere una miniatura, e tanto meno un lavoro minore. L’“Allegretto ma non troppo” successivo è un poco più ampio e anche più sereno. Sono indimenticabili l’inciso iniziale del violoncello, tante volte ripetuto, quasi fosse un segno d’interpunzione, gli addensamenti dissonanti, in particolare il tema della viola, subito ripreso in polifonia, come nei quartetti dell’ultima “maniera”. L’“Allegro assai vivace”, che poi è uno “Scherzo”, attacca subito e ha un nerbo che viene dalla ritmica elementare e dalle aspre transizioni armoniche. Un “Larghetto espressivo” di otto battute introduce l’“Allegro agitato” conclusivo. L’appassionata, ma delicatissima, linea melodica trova sulla sua corsa brividi improvvisi e fremiti misteriosi che ne intaccano le certezze positive e il contagioso entusiasmo. Poi, quasi per non essere preso troppo sul serio, Beethoven aggiunge un folgorante “Allegro”, brusco, inaspettato, per fare punto. Ci accorgiamo così che il Quartetto si è sviluppato e concluso in un tempo brevissimo, che lo rende lavoro fra i più concisi, asciutti e antiretorici dell’intera produzione beethoveniana. Sebbene tutti e tre i quartetti dell’op. 59 rappresentino delle pietre miliari del repertorio quartettistico il primo di essi, che concluderà la serata,  è quello che forse desta maggior meraviglia ed ammirazione per la sua monumentalità e la sua complessità musicale. Nel primo tempo Allegro l’esposizione del primo tema avviene in medias res ed è affidata al violoncello. Il fluire sinusoidale della linea melodica viene ripreso dopo otto battute dal primo violino il tutto sorretto da un ostinato disegno di note ribattute da parte degli altri strumenti. Un ponte modulante conduce ad un secondo tema dal carattere dolce e morbido, in linea col lirismo che permea l’intero movimento. Vi è inoltre la presenza di un rigoroso spunto contrappuntistico che si riallaccia ad elementi del primo tema preparando così la strada per la ripresa. Segue un secondo movimento Allegretto vivace e sempre scherzando dove l’ambiguità della struttura che pare rimandarsi a quella di uno Scherzo ma senza un Trio, si pervade di un innocente umorismo ben reso dai rapporti dialettici tra i vari strumenti. Il nucleo dell’opera è sicuramente il terzo movimento Adagio molto e mesto. Qui l’invenzione melodico-armonica beethoveniana raggiunge il suo apice più commovente conducendo lo stato d’animo dell’ascoltatore nelle più alte zone dell’emozione estetica. Le sette misure conclusive di questo monumentale movimento si pervadono di un grande virtuosismo tecnico dato dalla funambolica cadenza del primo violino che conduce all’Allegro finale. Ancora una volta tocca al violoncello esporre il danzante tema di origine russa che, variato con grande magistero inventivo sì combina con ulteriori idee in un fitto discorso musicale il quale, dopo un fugace momento di sospensione, apre le porte alla coda conclusiva.




Daniel Oren Re a Caserta

Domani sera, nell’Aperia della Reggia il maestro dirigerà l’Orchestra Filarmonica Salernitana che ospita le voci di Vittorio Grigolo e Sonya Yoncheva

 

Di OLGA CHIEFFI

S’intitola “Summertime” l’atteso concerto che Daniel Oren, terrà domani sera alle ore 21 nell’Aperia della Reggia di Caserta, quale secondo appuntamento di “Un’Estate da Re”, ideata dal suo braccio destro Antonio Marzullo. Ci attendevamo dalle splendide voci del tenore Vittorio Grigolo e del soprano Sonya Yoncheva, che saranno sostenute nel loro viaggio tra le più amate arie dell’opera, dall’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, il duetto o la celebre Lullaby da Porgy & Bess di George Gershwin, ma non sarà così, il repertorio scelto dai cantanti, spazierà tra Verdi, Bizet, Donizetti e Puccini.  La serata verrà inaugurata da una suite dalla Carmen di Georges Bizet, musica che contiene nelle sue viscere il segreto di una fascinazione sghemba e di una carica eversiva dirompente. Entrata in scena di Vittorio Grigolo con la canzonetta sfacciata del Duca di Mantova, “La donna è Mobile” dal Rigoletto, e il primo acuto della serata. Domani, ancora una volta, nessuno potrà sottrarsi al sortilegio di Carmen e di Sonya Yoncheva: “Si avvicinerà leggera, morbida, con cortesia, con la sua serenità africana. La sua felicità è breve, improvvisa, senza remissione – scrive ancora Nietzesche – L’amore vissuto come fatum, come fatalità, cinico, innocente, crudele”. Un canto esotico, inedito, riferito con la disinvoltura di un resoconto di viaggio accompagnerà una tragedia che si consumerà sullo sfondo di una corrida, in pieno sole, dove la morte non ha dove nascondersi.  Ritorna il bel tenore sulle note di “Una furtiva lagrima”, il pezzo forte dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, appassionata, voluttuosa, affettuosa come una serenata, con un motivo dal pronunciato riferimento a Bellini (il suo grande rivale), che si snoda puro, logico, sviluppato in un arco che non sembra aver fine. Il soprano si trasformerà, quindi, in Leonora con “Tacea la Notte Placida”, la difficile aria di sortita dal Trovatore, una continua scoperta di finezze, di particolari nascosti, di accenti che rendono vivo e reale il personaggio. E’ il momento di Daniel Oren, con la sinfonia della Forza del Destino, una pagina evocante le ombre di questo periodo che ancora non ci siamo lasciati alle spalle coi suoi tre accordi iniziali, pesanti come immaginari macigni o leggeri come la bussata al convento di Leonora. Ed ecco Grigolo-Cavaradossi  in “Recondita armonia”, che, nell’introduzione, rispecchia i movimenti del pittore che passa leggeri tocchi di pennello sulla tela. L’aria è il primo momento di contrasto, e i colori evocati dai versi si trasferiscono sulla sua tavolozza al timbro dei due flauti. Muovendosi per quinte e quarte parallele con impressionistiche pennellate, i due strumenti introducono la lirica esaltazione della bellezza femminile, che nella breve sezione centrale trova accenti appassionati opposti al brontolio del sagrestano, mentre la Yoncheva sarà Butterfly,  con la sua via Crucis, percorsa in un’attesa spasmodica a denti stretti, il viso alzato al sorriso, tra ansie, languori dubbiosi e soffocanti, esaltazioni superbe, come il fin troppo conosciuto “Un bel dì vedremo”, ingenuo bamboleggiare e incrollabile speranza, fino all’annullamento. Altra ribalta per l’orchestra: nessuno come Daniel Oren nella sinfonia del Nabucco, con la pagina inizia con un tema simile ad un corale, presentato dagli ottoni, poi, di colpo l’orchestra si anima ed esplode con violenza. Udiamo, poi, il tema di “Maledetto”, il coro che verrà cantato dagli Ebrei per maledire Ismaele, e da questo motivo teso e vibrante sfocia la celeberrima melodia del “Va’ pensiero”. Il ritorno del tema della maledizione permette la citazione di altri tre temi dei quali uno, quello del duetto tra Nabucco e Abigaille, verrà sviluppato con un crescendo alla Rossini. Entra in scena Tosca. L’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia, la stessa creatura che, come una pia fanciulla, s’inginocchia devotamente dinanzi alla Vergine e le offre dei fiori, sarà Sonya Yoncheva per il duetto del primo atto. Quindi, l’esaltazione della poesia della vita e dell’amore è racchiusa nel primo quadro di Bohème, nella soffitta, con “Che gelida manina”, “Sì, mi chiamano Mimì” il ritratto che Puccini schizza con finezza e aperta emotività della ricamatrice innamorata di Rodolfo, sino all’innamoramento con “O soave fanciulla” del collaboratore del Castoro. I bis sono  tutti da indovinare: “Dopo una notte insonne, sorgerà sempre il sole, per alzare insieme i calici e brindare al ri-torno alla vita”.




Valery Gergiev tra fonìa e direzione

Lo Czar strega il pubblico e non poche rappresentanti del gentil sesso del Ravello Festival con il suo sguardo carismatico e il suo gesto personale. Tre chiamate al proscenio per la sua Orchestra del Mariinsky Theatre

Di Olga Chieffi

 

La serata di Valery Gergiev al Ravello Festival è cominciata presto. L’orchestra del Teatro Mariinsky in formazione ridotta, solo una quarantina di elementi, con i leggii a debita distanza, per di più su di una ribalta all’aperto ove può accadere di tutto, ha dato da pensare al direttore, il quale in prova ha splendidamente calibrato, pezzo per pezzo, i “suoni” della sua creatura musicale ormai trentaduenne. Abbandonato il palco, si è trasferito sulla tribunetta, chiedendo al suo incantevole primo violino, Olga Volkova, andamenti anche più lenti, quasi una semplice lettura, che lo ha portato a spostare gli strumenti, circondando i celli con le viole, cercando di ravvicinare il più possibile gli ottoni al resto della formazione. In concerto, una vera magia, generata da un lavoro puntiglioso: un suono abbagliante o carezzevole, esile come un filo di seta o “gonfio” come un mare in tempesta, purissimo o soffocato, rivelatore dei più riposti meandri dell’anima, nato dalla capacità di dominare tutte le sezioni e tutti gli strumenti, finanche nel vibrato. Il pubblico del Ravello Festival, è stato stregato dall’incontro con l’anima europea sottesa dalla pasta raffinata dell’orchestra che ha sposato la petrosità immaginifica di Gergiev. Un’ora e venti circa, di musica di grandissima intensità, suonata in maniera tutt’altro che compiacente o compiaciuta, una direzione mai alla ricerca dell’eloquenza, ma impegnata nella resa del torbido avviluppo di scenari musicali, che raramente si sciolgono nella catarsi tragica o gioiosa del tema. Forse, mai ci è capitato di ascoltare così precisamente la differenza della musica russa da quella dell’Europa occidentale; la composizione, infatti, non sembra basarsi sullo sviluppo autonomo di un discorso musicale fine a se stesso, quando appare in filigrana come traduzione di paesaggi, di immagini. Vale la pena ricordare cosa rispondeva Nabokov, quando gli si chiedeva se, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti ed aver abbracciato la lingua inglese, pensava in russo o in inglese: rispondeva che la questione era mal posta, perché lui pensava “per immagini” e poi traduceva in lingua. Se con la quarta sinfonia di Felix Mendelssohn e la Classica di Sergej Prokofiev abbiamo toccato con mano le affinità elettive dello czar, il Debussy di Gergiev non è risultato certo semplice: il direttore vi ha scoperto l’incredibile sottobosco di parti interne che, combinandosi con quella che gli altri considerano “parte principale” generano intrighi ritmici ultra-stravinskiani e una selva altrettanto sorprendente di impasti timbrici “nuovi”. Un semplice compito ben svolto è risultata, invece, l’Ouverture della “Cenerentola” di Gioachino Rossini, che è mancata della debordante energia, della connaturata eleganza e dell’estroversa brillantezza, mentre riguardo la Classica di Prokofiev è merito di Gergiev essersi sottratto alla tentazione di farne una parodia del sinfonismo classico, esaltando al meglio il trattamento “moderno” del discorso musicale. La Gavotta del terzo movimento, marcato, Non troppo allegro – un piccolo capolavoro di arguzia accresciuta dalla Musetta del Trio – è stata condotta con la necessaria leggerezza, che è stata ritrovata anche nel finale, potendo anche contare su di un’ottima sezione degli archi. A completamento dell’eterogeneo programma, la IV sinfonia di Felix Mendelssohn, l’omaggio dell’autore e del nostro direttore in Italia, dove ha iniziato la sua tournée europea post pandemia, che traduce in suoni tutte le emozioni, i colori e le atmosfere del viaggio lungo la penisola e li ha restituiti attraverso un’interpretazione particolarmente suggestiva, con cura appassionata per i dettagli espressivi, con felice ricchezza di intenzioni e attenzioni, il cui interesse ha finito per lasciare sullo sfondo l’eccellenza tecnica dell’esecuzione. Applausi scroscianti e ben tre chiamate al proscenio per lo Czar che ha rubato l’occhio a non poche rappresentanti del pubblico femminile del Festival di Ravello, che ha ricambiato con lo Scherzo dal Sogno di una Notte di mezz’estate di Mendelssohn, l’ Intermezzo della Cavalleria Rusticana e, ancora, il finale Molto Vivace della Sinfonia Classica di Prokofiev.




Antonio Florio e l’emozione del barocco di Purcell

 

 I riflettori di Villa Rufolo si accenderanno sul capolavoro inglese “Dido and Aeneas” con protagonisti Véronique Gens e Mauro Borgioni

 

Di OLGA CHIEFFI

Il Ravello Festival dedicherà la serata di sabato completamente al Barocco Inglese di Henry Purcell, proponendo il suo capolavoro “Dido and Aeneas”. Utilizzata con sapiente equilibrio per comporre un’opera completamente cantata, la ricca tavolozza, di Purcell, nella quale la pomposità e la sonorità aulica della dramatic opera inglese si sposano con la cordialità melodica italiana, lusinga il palato moderno e piace al gusto attuale che sempre più esige unità e contaminazione tra le arti. Composta a partire dall’episodio della morte di Didone narrata da Virgilio nel quarto libro dell’Eneide, su un libretto di Nahum Tate, Dido and Æneas sarebbe stata rappresentata per la prima volta nel 1689 all’interno di un collegio femminile a Chelsea, come risulta da un libretto rinvenuto a metà Ottocento. Le notizie relative alla composizione di quest’opera, infatti, sono particolarmente scarse e pure le partiture che ci sono pervenute sono lacunose e non completamente corrispondenti al testo poetico. Un prologo di contenuto mitologico, presente nel libretto ma di cui non ci è pervenuta la musica sembrerebbe alludere all’incoronazione di William III e Mary, avvenuta nell’aprile 1689. Si tratta di un’opera di piccole dimensioni, della durata di poco più di un’ora, strettamente legata alla tradizione inglese del masque, che prevedeva importanti parti danzate. Dido and Aeneas, tuttavia è entrata nella storia della musica per essere una delle primissime opere nate sul suolo britannico, in lingua inglese, ad essere interamente musicate, secondo una prassi ormai comune in Italia, ma non altrettanto nella tradizione musicale inglese. Diretti stasera sul Palco di Villa Rufolo, alle ore 20,30, dal maestro Antonio Florio il soprano francese Véronique Gens, che interpreterà Didone, Maria Grazia Schiavo, nel ruolo di Belinda, Mauro Borgioni, che vestirà i panni di Enea e Raffaele Pe che darà voce ad una strega, unitmente al coro Mysterium vocis preparato dal Maestro Rosario Totaro. L’opera, , sarà preceduta dall’esecuzione di alcune danze tratte dall’opera King Arthur di Purcell: Passacaille hot pipe e La Grande danse. Con i solisti suoneranno Marco Piantoni, Paolo Cantamessa, Giuseppe Guida, violini primi, Patrizio Focardi, Nunzia Sorrentino, Massimo Percivaldi, violini secondi, Rosario Di Meglio, Vezio Jorio, viole, Alberto Guerrero, violoncello, Giorgio Sanvito, contrabbasso, Patrizia Varone, Angelo Trancone, cembali, Pierluigi Ciapparelli, tiorba, Gabriele Miracle, percussioni, Rei Ishizaka, Fabio D’Onofrio, oboi e Guido Mandaglio, fagotto.




Tutti ai piedi dello Czar

E’ il primo dei grandissimi ospiti che il Ravello Festival ci presenta, “osando” in questo periodo fatto ancora d’incertezze. Stasera alle ore 20,30 sulla ribalta di Villa Rufolo ci saranno Valery Gergiev e l’Orchestra del Teatro Mariinsky per un programma che spazierà da Rossini a Prokofiev

Di OLGA CHIEFFI

Ritorna la musica a Ravello e ritorna anche Valery Gergiev con la sua orchestra, fatta dalla magnificenza degli archi e dei legni, che si rincorreranno proprio nel brano inaugurale di questo inatteso concerto, la cui notizia è ci è giunta, come un dono solo a fine giugno. Valery Gergiev, salirà stasera, alle ore 20,30, sul podio per dirigere, quasi unicamente con lo sguardo, l’orchestra del Mariinsky, che segue da ben 32 anni, e che torna ospite dopo due stagioni al Festival di Ravello, per un appuntamento ottenuto grazie alla sinergia del direttore artistico Alessio Vlad col Ravenna Festival. S’inizierà dal Gioachino Rossini della Cenerentola, esaltata dallo “spirito” della sinfonia del genio di Pesaro, che riesce a fondere le diverse anime, quella scherzosa e quella drammatica dell’opera: dopo un incipit lento e misterioso, la melodia esploderà in un allegro sinfonico vivace e colorato, cui segue un esteso crescendo che conduce a un finale trascinante, fra i temi che si accavallano, e quello del concertato finale del primo atto “Ma ho timor che sotto terra”, che li domina tutti. Lo Czar ci porterà, poi,  in quel luogo (o non-luogo) dell’inconscio e dell’immaginario fiabesco, un bosco abitato da creature misteriose e fatate, non tutte necessariamente benevole, che anche la musica ha provato, a suggerire attraverso i suoni, le melodie, i timbri. Ed è certamente lontano da occhi indiscreti che “nel boschetto bagnato d’accordi” (“au bosquet arrosé d’accords”) avverrà il risveglio del fauno secondo i versi di Stéphane Mallarmé messi in musica da Claude Debussy nel Prélude à l’après-midi d’un faune. Abbozzato nel 1890 su richiesta dello stesso Mallarmé come musica di scena per uno spettacolo che non venne mai realizzato, il Prélude si sviluppò successivamente in forma di poema sinfonico e come tale ha il suo posto tra i fondamenti della scrittura sinfonica moderna. A farne un capolavoro basta soltanto l’incipit in cui il flauto solista disegna il suo avvolgente e ondeggiante profilo cromatico: idea melodica potentissima che immette immediatamente in un clima sospeso tra sogno e realtà, non lontano da Syrinx in cui il flauto si farà espressione di malia incantatrice e sensuale, anelito erotico, malinconia ed estasi, nel 1913. Quindi, un omaggio all’Italia e al grand tour romantico di cui Ravello era tappa, con la Sinfonia n. 4 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, “Italiana”, opera definita dallo stesso autore come “il lavoro più gaio che io abbia mai composto”. Frutto delle impressioni avute da Mendelssohn nel corso del viaggio in Italia del 1831, la sinfonia è un “guizzo scintillante di luce mediterranea”, quanto mai desiderato e appropriato a descrivere in musica l’Italia più bella, di ieri e di oggi. Il piglio brillante e l’animata eccitazione del primo tempo non intaccano la raffinata costruzione di una forma-sonata specialmente ricca di proposte e di sfumature, e lavorata con profonda attenzione anche dal punto di vista contrappuntistico. Il secondo tempo è costruito su un canto di processione, passaggio quasi obbligato nelle escursioni musicali italiane dei romantici, col suo carattere vagamenente popolaresco, con certi suoi andamenti di danza, col suo sapore, talvolta, modale. Scorrevole e melodico risulta anche il terzo tempo Con moto moderato, che acquista vaghezza dall’indecisione intrinseca del modulo metrico utilizzato, ben definito e tuttavia oscillante fra il minuetto, lo scherzo e persine il valzer. Il Saltarello rende un omaggio conclusivo, fresco e scintillante, al mito di una latinità solare, orgiastica, impetuosa.  Finale di serata affidato alla Prima Sinfonia di Sergej Prokof’ev, detta la “Classica” caratterizzata da una tensione che si avverte nitidamente nella pagina del compositore russo, impegnato a cercare una sintesi tra il classicismo di Haydn e uno stile personale, fatto di humour e spunti ritmici tipicamente novecenteschi. I quattro tempi della Sinfonia seguono con rigore la successione del modello classico: così, al primo tempo in forma di sonata, segue un Larghetto intimamente espressivo e appena increspato di nostalgia, con, fra le righe, un timido accenno di ironia. Il terzo tempo, una Gavotta sull’esempio stilizzato delle danze di corte settecentesche, è una vera gemma, che ha poi nel Finale impetuoso e spumeggiante, il rituale lieto fine.




Il ritorno del Conte Danilo

Un Njegus dai capelli rossi e dal fine intuito femminile, un bulldoghino francese di nome Eros, un pianista rotto all’arte e tanta talentuosa gioventù, gli elementi con cui la Fortuna ha “speziato” la Vedova Allegra in scena questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico dell’Arena del Mare

Di OLGA CHIEFFI

E’ innegabile che La Vedova Allegra vi può procurare due ore di buon divertimento senza pensieri, che la coreografa l’abbia danzata il giorno dopo il suo matrimonio, e il Njegus sia il regista assoluto, nell’opera e dell’opera, che è rossa di capelli ed è un FortuNjegus. Ma a svelare le trame della Vedova (molto) allegra che andrà in scena stasera sul palcoscenico dell’Arena del Mare, alle ore 21, sarà sempre la musica di Franz Lehàr, il Conte Danilo Danilowitsch, la cui marsina sarà indossata dal tenore Salvatore Minopoli, che l’ha già portata al Teatro Verdi di Salerno e Anna Glawari, la Vedova, che avrà il bel sembiante di Rosaria Armenante. Fortuna Capasso, la quale firma la regia di quest’ operetta ha dichiarato che il suo lavoro scorre veloce, abilmente concertato nei gruppi, disegnato nelle “silhouettes” del tempo, appena caratterizzato senza pedantesche sottolineature nei personaggi, a cominciare dall’ambasciatore, il Barone Zeta, Massimiliano Palumbo, Valencienne, Rosita Rendina, giovane e piacente moglie di Zeta, Camillo de Rossillon, Gaetano Immanuel Amore, e, ancora Antonio Palumbo, che sarà Cascadà, Giuseppe Toscano, s’immedesimerà in St. Brioche e Domenico Ventriglia, in Bogdanowitsch. Il valzer, col suo girare in tondo, con le sue ebbrezze veloci, con il suo magico distendersi nella felicità più immediata, rappresentava lo scintillio di un momento di magia, di abiti svolazzanti e di divise che non avevano più nulla di marziale. Nelle feste mascherate dell’Impero in decadenza, i violini evocavano i bei caffè di Vienna e Budapest, i saloni dei nobili, e, perfino, i sogni delle sartine. In mancanza di un turismo organizzato ecco le puntate nell’esotico, fra paesi fantastici di ipotetiche Balcanie e crociere mentali in Orienti da cartolina. In questa tanz-operetta, il balletto dovrà esprimersi in tutto il suo fulgore, nell’apertura del secondo atto, in occasione della festa patriottica nel giardino di Anna Glawari, intrisa di sonorità tzigane e nel Can Can che caratterizza il finale del terzo atto, affidato al corpo di ballo del Professional Ballet di Pina Testa, con le incursioni break dell’Associazione Dedalo, e un pianista speciale, eccellente musicista e anche un po’ attore, Maurizio Iaccarino, che farà da direttore musicale dei cantanti, tra cui Cosimo D’Ambrosio, Alessandro Tino, Rino Califano, Tommaso Casolaro, Gennaro Bracale, Lorenzo De Lucia, Giada Campione, Francesca Siani, Emma Rispoli, Mariachiara De Matteo, Lorenza Pontillo, Daniela Riccio e Sara Zito. La “vedova” suggerisce una delle ultime avventure mondane, in un mondo di ambasciatori, contesse, gigolò, viveurs squattrinati e alcove proibite. Un mondo dove la pochade si unisce alla commedia di sentimenti e dove, forse, ci si può ancora commuovere e sognare.




Andrea Morricone plays  “Papà” Ennio a Ravello

Il cartellone del LXVIII Festival, firmato da Alessio Vlad, inaugura stasera a Villa Rufolo con il primo omaggio della Orchestra Roma Sinfonietta al suo fondatore. I due Morricone uniti oltre che nella direzione nella composizione del tema di Nuovo Cinema Paradiso che chiuderà il concerto, firmato dal figlio

 

Di OLGA CHIEFFI

“Mission”, “C’ era una volta in America”, “La leggenda del pianista sull’ oceano”. Queste le colonne sonore più note, tratte dai film omonimi, che il violinista e direttore d’orchestra Andrea Morricone proporrà questa sera, alle ore 20,30 sul Belvedere di Villa Rufolo, che ospiterà il concerto d’apertura della LXVIII edizione del Ravello Festival, firmata da Alessio Vlad. E’ questo, il primo omaggio che l’Orchestra Roma Sinfonietta, dopo la scomparsa di Ennio Morricone, tributa al suo fondatore, e la scelta è caduta sul nostro Festival, uno dei più antichi e prestigiosi d’Italia. Conosciamo il forte legame che ha sempre unito il musicista romano e trombettista Ennio Morricone alla grande scuola di Fiati del magistero dell’ Orfanotrofio Umberto I di Salerno, dal quale ha sempre attinto i suoi strumentisti e il destino (noi crediamo a certe “coincidenze”) ha riportato il suo spirito a rompere per primo il silenzio che ci ha attanagliato fisicamente, per troppo tempo. La serata saluterà in apertura cinque meditazioni di pace attraverso “Vittime di guerra”, “Sostiene Pereira”, “Ninfa plebea”, “Omaggio a Giovanni Falcone”, “Nostromo”, cinque preziose miniature, poco conosciute a quanti dalla pronuncia del nome di Morricone attendono solo un fischio, una tromba e un’ocarina. Seguirà “Se questo è un uomo”, che riesce a cogliere la tragicità della miseria umana, disseminando lungo la composizione frammenti che saranno recitati da Mariano Rigillo, tratti da una poesia di Primo Levi, cui fanno da contorno una voce femminile di colore scuro  ( il soprano Antonella Marotta) la quale “vocalizzerà” con appropriati impasti timbrici e un violino solista, che sarà quello di Vincenzo Bolognese il quale farà da trait d’union tra le due voci e l’orchestra. Ed ecco il tema principe che ha accompagnato in questo periodo i diversi tributi ad Ennio Morricone, il Deborah’s Theme,  da C’era una volta in America, che rappresenta un sogno infranto, brutalmente estirpato, come un fiore, l’innocenza della ragazza, poi, la melodia di “Per le antiche scale”, arrampicata su quel flauto (lo strumento di Dioniso, del delirio, del venir meno) così bella che forse solo i pazzi di Mario Tobino e di quel  film di Bolognini possono permettersi il lusso di entrarci dentro, goderne fino in fondo e uscirne vivi, anzi più vivi di prima, e, forse, un po’ più vicini a quel paradiso abbandonando la nostra terra di sassi e di umanità distratta, grazie alla flautista Monica Berni e al pianista Michelangelo Carbonara. L’intenso monologo di Baricco Novecento, sposerà le note della colonna sonora “La leggenda del pianista sull’Oceano”, nata per dare un’identità alla musica di Novecento con il suo ruolo centrale, che avrebbe dovuto presentare gli elementi che ricaviamo dal testo, e che diventa una musica universale e assoluta, invalicabile nel tempo e nello spazio, con citazioni riconoscibili da Gershwin e Mozart  oltre che da Scott Joplin e Jelly Roll Morton , che compare nella storia, come “The Crave”. Ogni oboista ha avuto a che fare nella sua vita con due autori, Benedetto Marcello ed Ennio Morricone. Non poteva mancare il tema di Gabriel che sarà affidato all’oboista  Antonio Verdone, con cui il solista potrà esprimere la resurrezione di speranza e gioia e l’inversione del tempo che è alla base di questa pagina, prima di cedere la ribalta ad Addio Monti, col primo violino  che schizza quell’aura di nostalgia e pur di fiducia nel futuro, in quel viaggio.  Il penetrante flauto dolce è quindi protagonista della colonna sonora de’ “Il prato”, film insieme ad “Allonsanfan” in cui i fratelli Paolo e Vittorio Taviani hanno collaborato con Ennio Morricone, una melodia, questa, non lontana dagli struggenti adagi dei concerti per piccolo recorder di Vivaldi, che stregarono Pasolini. Sarà la colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso a concludere il concerto col suo effluvio di archi e flauti, musica marina fluttuante. Ma è nel tema d’amore, che commenta in una progressione di emozione e lacrime i baci tagliati, “rubati” alle pellicole, che si ritroveranno Ennio e Andrea e noi con loro, poiché l’ispirato tema d’amore, porta la firma di Andrea, oggi degno depositario dei “segreti” musicali della famiglia Morricone.




Ravello Festival LXVIII: Lo “Czar” Gergiev vs il “Maestro” Riccardo Muti

Presentato nel pomeriggio il cartellone della LXVIII edizione del Festival di Ravello. “Era necessario assicurare la continuità – ha affermato Vincenzo De Luca – ad uno delle più antiche rassegne d’Italia” “Il festival è costato 900.000 euro – ha dichiarato il direttore artistico Alessio Vlad – gli artisti sono stati molto generosi”. Non solo re ma anche regine del calibro di Cecilia Bartoli, Marta Argerich e Beatrice Rana

Di OLGA CHIEFFI

Ci eravamo lasciati in giugno sul Belvedere di Villa Rufolo sulle note di Casta Diva, una promessa di ritrovarci lì, e un “Buona Estate” con il direttore artistico Alessio Vlad, che racchiudeva molti dubbi. Un lavoro frenetico di poco più di un mese, decisioni prese d’istinto, l’agone dello spettacolo che ha infiammato l’intero staff ed eccola la LXVIII edizione del Ravello Festival, abbagliante come lo scenario in cui si svolge. Ieri pomeriggio, la presentazione a palazzo Santa Lucia, con non poca emozione da parte di tutti. Alessio Vlad ha illustrato il programma che avrà quale nume tutelare Ennio Morricone. Infatti, il 25 luglio le luci di questa veramente special edition, si accenderanno sulla Roma Sinfonietta diretta da Andrea Morricone, depositario dei segreti musicali di famiglia, per offrire il giusto omaggio al compositore e trombettista amatissimo in tutto il mondo e legato a filo doppio alla storia musicale salernitana. Ritorna, il 29 luglio, il “bel tenebroso”  Valery Gergiev, lo czar con la sua Orchestra del Mariinsky. Tante le difficoltà per averlo, ma la sua lezione direttoriale non mancherà, su pagine quali l’Ouverture della Cenerentola di Gioachino Rossini, pagina che è la quintessenza del realismo psicologico che scaturisce poi nel corso dell’opera, con la funzione di elettrizzare l’ascolto, di predisporre alla gioia fisica del suono e di dichiarare, inoltre, le generalità inconfondibili del compositore, le Prélude a l’après-midi d’un faune di Claude Debussy in cui il suono gioca, danza, iridescente, inafferrabile, ibrido, instabile, in un istante infinito, ma carico di tensione con un’orchestra di vetro e al contempo lussureggiante, per passare all’ omaggio all’Italia, con la IV Sinfonia in La Maggiore op.90 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, dal piglio brillante, in un organismo perfettamente  scorrevole e funzionante, per chiudere con il Sergej Prokofiev della I Sinfonia op.25 in Re maggiore, “La classica”, una ricreazione musicale di forme antiche con spirito e mezzi moderni, dove l’umorismo di Prokofiev rifulge di continue, inaspettate soluzioni timbriche.  Il Barocco non manca al Ravello Festival: il I agosto il premio Abbiati 2020 Antonio Florio alla testa della Cappella Neapolitana eseguirà “Dido and Aeneas” di Henry Purcell, un percorso psicologico ricco di sfumature teso a valorizzare la figura e la personalità dell’infelice regina di Cartagine il cui fulcro della vicenda è la profondità del suo sentimento amoroso, mentre la scarna drammaturgia del testo coinvolge, in chiave simbolica, situazioni mitologiche e arcadiche tipiche del “masque” allora in voga. Il 2 agosto le celebrazioni beethoveniane affidate al Quartetto di Cremona, e il 7 agosto il concerto wagneriano che, per quest’anno sarà cameristico, affidato al mezzosoprano Stefanie Irànyi in duo col pianista Asher Fisch. L’ 8 agosto  sale in cattedra la prima delle regine del festival, la pianista Beatrice Rana, interprete del Terzo concerto di Beethoven che spalanca davvero le porte all’Ottocento, con l’entrata del solista che espone su ottave doppie il tema ascoltato in prima istanza dall’orchestra, che sarà quella del Teatro San Carlo, diretta da Juraj Valcuha, che eseguirà anche la IV sinfonia del genio tedesco, mentre il giorno successiva ascolteremo ancora Beatrice Rana con Massimo Spada nell’esecuzione del  “Sacre du printemps” di Igor Stravinskij, un’infuocata trascrizione e degli Scherzi di Chopin. L’11 agosto sarà l’Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi, diretta da Jordi Bernàcer che saluterà l’alba, ospitando il pianista Javier Perianes in programma la Sinfonia caratteristica spagnola tratta dall’ opera di Saverio Mercadante “I due Figaro”, “ Noches en los jardines de Espagna” di De Falla nella trscrizione per orchestra da camera e pianoforte di Eduardo Torres, per continuare con  El amor brujo,  e a completare il programma Asturias e Castilla dalla Suite Espanola di Albeniz e Les voisins e danse du molinero dal “Sombrero de tres picos” di De Falla. La seconda regina a scendere in campo sarà Cecilia Bartoli, una voce straordinaria riconoscibile alla prima nota e recitazione da animale di palcoscenico, che infiammerà la platea ravellese in una serata che prende il nome da un numero dell’Ode for St.Cecilia’s day di Haendel “What passion cannot music raise” e la vedrà proporre musiche di Haendel, Porpora, Hasse, insieme a Les Musiciens du Prince di Monaco, diretti da Gianluca Capuano. Il 21 agosto ritorna Ivàn Fischer con la Budapest Festival Orchestra e il soprano Anna Prohaska, con cui eseguirà l’Idillio di Sigfrido di Wagner, Les illuminations per soprano e archi op. 18, sui testi di Arthur Rimbaud, di Benjamin Britten e la  Sinfonia n. 104 in re maggiore “London” Hob. 104 di Haydn. Il 22 agosto ancora un pianista Filippo Gorino che proporrà musiche di Schubert e Beethoven, mentre il giorno successivo, il 23 arriverà la terza, carismatica regina Martha Argerich, la quale siederà al pianoforte insieme a Theodosia Ntokou, in un particolare progetto che vedrà a Ravello la voce recitante di Annie Dutoit e il Quartetto d’archi della Scala, proponendo musiche di Shostakovich, Ravel, Noskovski, Schumann e Liszt. Dopo lo Czar, il “Maestro” debutta a Ravello. Il 1 settembre in Auditorium ci sarà Riccardo Muti con l’Orchestra “L.Cherubini”, grazie agli accordi di buona amicizia avvenuti all’ombra dei templi. Con lui si esibirà il soprano Rosa Feola che con il Maestro ha da poco riletto l’Exultate Jubilate di Wolfgang Amadeus Mozart e che non disdegneremmo di ascoltare insieme alla sinfonia Jupiter. Il 4 settembre ci si sposterà nel duomo di Ravello per lo Stabat Mater di Nicola Bonifacio Logroscino esponente della Scuola Napoletana, del quale si renderanno eccellenti ambasciatori i giovani musicisti del gruppo Talenti Vulcanici, guidati dal clavicembalista Italiano Stefano Demicheli, con il soprano Silvia Frigato e il controtenore Carlo Vistoli. Il giorno successivo, Daniele Gatti debutterà con l’Orchestra Mozart: anche per lui omaggio a Wagner con l’Idillio di Sigfrido e continuando sulle note di Schubert e Mozart. L’11 settembre sarà Marco Armiliato a dirigere la formazione del massimo partenopeo rileggendo il segno di Schubert e Brahms, prima di chiudere con la sezione classica con Carlo Rizzari, nuovo direttore stabile dell’Orchestra filarmonica di Benevento e il suo omaggio a Beethoven.




Bird  “in” Paradise

Il Ravello Festival dedicherà il 29 agosto a Charlie Parker una serata per celebrare il centenario della sua nascita con Stefano Di Battista, la tromba di Flavio Boltro, Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Dario Deidda al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, sostenuti dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana diretta da John Axelrod

Di OLGA CHIEFFI

“Le cose che ascoltate provengono dallo strumento di un uomo, sono esperienze: il bel tempo, la vista di una montagna, un bel respiro d’aria fresca. La musica è questo: la tua esperienza, i tuoi pensieri, la tua saggezza. Se non la vivi, non verrà fuori dal tuo strumento”. Charlie Parker. Il credo di Charlie Parker potrebbe diventare l’assunto di una Ravello Festival Experience, un’esperienza che libera l’uomo dai suoi stessi vincoli, attraverso la musica, permettendogli di volare. Così è stato per Charlie Parker del quale il 29 agosto festeggeremo il centenario della nascita. Parker è il nome che con maggior insistenza ricorre nelle testimonianze di poeti, intellettuali delle nuove generazioni afroamericane, che si riconoscono nei versi di Leroi Jones, come nel credo di Malcom X. Al tempo della storica svolta, quando il nero comincia a reagire su un diverso registro, in cui convergono rabbia e dolore, aggressività e rivalsa, allora la tragica figura di Parker assume contorni e configurazioni struggenti, diventa un vero e proprio simbolo liberatorio. Nella stessa comunità nera, che pure ha subito l’universo stravolto dalla segregazione razziale, è difficile trovare una più compiuta simbiosi fra vita e poesia, l’una e l’altra vissute e consumate attraverso una lucida sequenza di allucinazioni, che la metallica, stridente sonorità del sax alto, sembra quasi tradurre in termini di voce umana “Bird è davvero il musicista che si presta all’incontro tra poesia  e vita, poiché i due segni si avvicinano sul filo di una sonorità frantumate, ritrovando, così un comune terreno di realizzazione artistica. La forza di Bird sta nell’improvvisazione, non nella composizione. Il suo sassofono contralto sviluppa un tono molto penetrante con un vibrato lento e ravvicinato. L’effetto è un suono aggressivo, molto legato e pieno di ritmo. Poi, talvolta, nel pieno delle improvvisazioni, Parker si lascia catturare nuovamente dalla melodia di base e se ne riappropria, dopo averla ignorata a lungo. Lo stesso concetto di swing, subì via via una diversa configurazione, poiché sia Parker che i Boppers dimostrarono come fosse vero che il Be-Bop utilizzasse le strutture del blues, il nucleo della musica afroamericana pur attraverso moduli di totale frantumazione. Sorretto dal supporto di una sonorità senza eguali, del tutto diversa da quella di Willie Smith, Benny Carter, del sound di “Ellingtonia” Johnny Hodges, dal quale pure tanto ha ereditato, Bird riuscì a recuperare i congegni ardui e complessi della tecnica di Lester Young, fornendoli di un nuovo rigenerato sostegno creativo, con una più sottesa varietà di intervalli, che rendono ancor più tragicamente frantumato l’intero fraseggio sullo strumento, dominato dall’imprevedibilità e dalla sorpresa nella sequenza stessa degli accordi, che lasciava stupiti gli stessi musicisti che suonavano con lui. Improvvise e folgoranti, quali nessun jazzman prima di Bird aveva avuto, le accensioni di un subconscio marcatamente deciso che lo spingeva ad improvvisare nell’improvvisazione, in obbedienza ad una libertà creativa totale, assoluta: tutto questo gli accadeva nei momenti più drammatici della sua vita di musicista, quando le allucinazioni del mix letale di droga e alcool, aprivano squarci improvvisi di lucidità mentale. Intervalli della follia, tali da produrre un segreto imprevedibile legame fra accensione lirica e la sua conversione nella realtà di una musica irripetibile. Il Ravello Festival per il Tribute to Charlie Parker ha deciso di affidarsi al sax alto di Stefano Di Battista, che avrà al suo fianco la tromba di Flavio Boltro, Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Dario Deidda al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, per evocare lo stellare quintetto di Parker, che vedeva protagonisti accanto al leader, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Charles Mingus e Max Roach. Il concerto del 29 agosto sarà incentrato sul lavoro discografico “Charlie Parker with Strings” e su alcuni dei brani della registrazione del concerto del 15 maggio del 1953 alla Massey Hall di Toronto, che vedrà i solisti sostenuti dall’Orchestra Filarmonica Salernitana G. Verdi diretta da John Axelrod. La scaletta prevede appunto un mix tra pagine con l’orchestra e brani con il solo quintetto con un finale in cui saranno eseguiti dei classici del percorso parkeriano, in cui l’organico orchestrale si amplia alle sezioni di trombe, tromboni e saxofoni. In scaletta compaiono splendide ballades tra cui “Summertime”, “Laura” e ancora,  “They Can’t Take That Away from me” di George Gershwin, “Easy to Love”, di Porter, pezzo  quest’ultimo che avrebbe dovuto essere ripreso in un progetto incompiuto che avrebbe visto Parker rileggere il song-book del grande compositore, ma la cosa migliore di “Charlie Parker With strings” é probabilmente l’unico pezzo eseguito in tempo piuttosto veloce, “Just Friends”, un capolavoro di improvvisazione collettiva, che inaugurerà il tributo ravellese. Il secondo set, con protagonista il quintetto, al quale si aggiungeranno gli ottoni, vedrà l’esecuzione di “Perdido”, la celebre terzina in cui la prima e la terza nota erano di un’ottava inferiore rispetto alla seconda di “Salt Peanuts! Salt Peanuts!” da cui derivò il verbo Be-Bop, e ancora “Cherokee”, “A Night in Tunisia”, “Temptation”, “Autumn in New York” e “Stella by Starlight”. Charlie Parker rappresenta senza dubbio una pietra miliare nella storia del jazz. Si ricorda al riguardo una celebre frase che Mingus pronunciò all’indomani della morte di Bird, del quale la stampa dette notizia solo dopo due giorni: “La maggior parte dei solisti al Birdland dovevano aspettare il prossimo disco di Parker per sapere che cosa avrebbero dovuto suonare. E adesso cosa faranno?”.




Ritorna il grande jazz a Ravello nel segno del pianoforte

 

Oltre la celebrazione del centenario della nascita di Charlie Parker, ben sei appuntamenti tra cui brillano i nomi di Brad Mehldau, Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani, e il personaggio Geoff Westley

 

Di OLGA CHIEFFI

Non solo il concerto del centenario in onore di Charlie Parker alla LXVIII edizione del Ravello Festival, ma sei appuntamenti di buon livello in piazza, con il gran finale il 13 settembre, che saluterà sulla ribalta di Villa Rufolo il pianista Brad Mehldau. S’inizierà il 5 agosto con il Deidda Quartet, una delle formazioni più consolidate e di talento a livello internazionale che riescono a legare tutti gli stili e i generi di questo tipo di musica. Il 19 agosto toccherà al tenor sassofonista Daniele Scannapieco, proporre la sua recherche, buon mediatore di certo hard-bop, con il suo quartetto. Il pianoforte di Enrico Pieranunzi incontrerà il sax alto di Rosario Giuliani per andare a comporre il Duke’s dream. La loro riflessione sarà incentrata sull’Ellington dei piccoli gruppi dei grandi duo, tra la sinuosa “Isfahan”, “Satin Doll”, “Take the Coltrane” “I Got It Bad”, uno dei tre eccezionali cavalli di battaglia di Jonny Hodges con i suoi glissando da vertigine, e “Come Sunday”, in una dimensione che si fa intimista, ascolteremo anche “Duke’s Dream”, una mini-suite che si sviluppa per quadri. Il 6 settembre ci ritroveremo nei “Giardini del Monsignore” con Geoff Westley, direttore musicale dei Bee Gees, tastierista ed arrangiatore ha collaborato con molti artisti internazionali tra i quali Carpenters, Peter Gabriel, Phil Collins, Leo Sayer, Andrew Lloyd-Webber, Everly Bros, Vangelis, Gerry Goldsmith, Hans Zimmer, Marvin Hamlish, Henry Mancini.,produttore e arrangiatore di album come Una donna per amico e Una giornata uggiosa di Lucio Battisti, Strada facendo di Claudio Baglioni, La grande avventura di Riccardo Cocciante, Sirtaki di Mango, Voyeur e Cattura di Renato Zero, direttore musicale dei Festival di Sanremo 2018 e 2019 condotti da Claudio Baglioni. A Ravello verrà a presentare il suo progetto  Piano Solo – Does what is says on the tin, un rècital in cui proporrà le sue composizioni, che schizzano un’atmosfera molto classica. Il 9 settembre in piazza ci sarà l’Armanda Desidery Quartet, una delle tastiere più latine che esistano alla ricerca di quel “sueno”, che da sempre insegue la pianista napoletana. Gran finale, annunciavamo, con Brad Mehldau uno dei pochi che a buon diritto può essere inserito in una programmazione di musica “seria”, soprattutto se in piano, non solo perché Mehldau ha più volte affrontato composizioni di autori classici sia su disco che dal vivo, ma soprattutto per il fatto che è l’artefice di un pianismo a tutto campo, che possiede cioè un’ampiezza di sensibilità, di tocco e di riferimenti culturali, tesa a trascendere pienamente il tipico e limitato approccio del pianismo jazzistico mainstream, in un tendere a sfuma sempre di più i confini tra i generi.