Nocera Inferiore, Bomba in via Giovanni XXIII Attentore filmato mentre lancia l’ordigno

di Pina Ferro

Antimafia e polizia a lavoro per dare un volto e un nome all’autore, solitario, dell’attentato al ristorante giapponese Shibui di via Giovanni XXIII a Nocera Inferiore eseguito l’altra notte. L’uomo, incappucciato, è stato ripreso mentre scende da un’auto (rubata la sera prima) e getta nei pressi del locale il potente ordigno la cui deflagrazione ha mandato in frantumi le vetrine causando danni anche alla vicina Chiesa, Un’azione durata pochi minuti. Una manciata. Sono le immagini catturate dalle telecamere di videosorveglianza posizionate tra piazza del Corso e via Giovanni XXIII. L’indagine è passata all’Antimafia di Salerno perchè si ritiene che l’azione criminosa sia stata opera di criminalità organizzata. E mercoledì arriva a Nocera Inferiore la carovana del tour anti racket e usura, promosso dalla Regione Campania, che ha fatto tappa ieri a Salerno. Al lavoro gli agenti del locale commissariato guidata dal primo dirigente Aniello Ingenito che continuano a raccogliere una serie di indizi e testimonianze per individuare autori e possibili mandanti dell’attentato al ristorante di cibo giapponese. I poliziotti nell’immediatezza hanno analizzato fotogramma per fotogramma, le immagini che una telecamera di videosorveglianza ha ripreso. Nel filmato si vedrebbe un’automobile, rubata la sera prima, che arriva davanti al ristorante Shibui. Dalla vettura esce una persona con il volto coperto che lancia la bomba carta contro l’ingresso del locale, poi la fuga. Pochi secondi dopo la forte esplosione che ha danneggiato il ristorante, i negozi vicini, gli arredi urbani di via Papa Giovanni XXIII e perfino la vicina chiesa di san Matteo. Gli investigatori stanno cercando di capire se l’attentato allo Shibui possa essere legato agli altri, simili nella dinamica. I sospetti degli inquirenti è che sia in atto una guerra tra bande per gli equilibri criminali in città, legati anche al racket. In meno di 100 giorni sette episodii ma non si sa se siano collegati tutti tra loro o abbiano diverse motivazioni. La notte del 17 gennaio scorso, quando esplose la prima bomba carta in via Solimena, nei pressi di una boutique. Anche in quel caso i danni furono ingenti. La paura fu tanta Il sindaco decise di organizzare una marcia per la legalità a cui aderirono tutti i colleghi del territorio. L’altra notte un altro attentato, dalla stesse modalità.




SANT’EGIDIO, MORTE JOLANDA, NIENTE SCONTI A PADRE E MADRE

Infanticidio a Sant’Egidio de Monte Albino, padre e madre incassano la stessa condanna del primo grado: ergastolo per Giuseppe Passariello e 24 anni di carcere per Immacolata Monti. Lo ha deciso la Corte d’Assise d’Appello nella giornata di ieri dopo aver accolto la requisitoria della Procura generale. Per Passariello solo una revoca dell’isolamento diurno in carcere. Per il resto sentenza immutata.  Anche per la Corte d’Assise d’Appello è stato il padre aiutato dalla moglie a soffocare la bambina in una notte di giugno del 2019.  Nell’udienza della settimana scorsa era stato il consulente dei giudici Vittorio Fineschi, il perito del caso Cucchi, a puntare l’indice contro Passariello il quale- per il professionista- avrebbe ucciso con il soffocamento meccanico (a mani nude) senza cuscino la sua bambina.  Quanto riferito da Fineschi  non si discosta molto  perizia disposta dalla procura nocerina. Per la relazione sarebbe  stato il padre della bambina, Giuseppe Passariello, ad uccidere la figlioletta e l’avrebbe fatto soffocandola con le mani in quanto- a dire del professore-, sarebbero state trovate delle tracce biologiche dell’uomo nel naso della piccola. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici scrissero  che  il, delitto di Jolanda avvenne in due fasi, l’una successiva all’altra; prima un tentativo di soffocamento a mani nude (e questo avrebbe trovato conferma con le parole del consulente nominato dai giudici)  e poi “un’azione di soffocamento mortale, attuato con l’ausilio di un corpo soffice per ostruire completamente gli orifici respiratori”. Seconda ipotesi scartata da Fineschi anche se il risultato della sentenza non muta.  Il processo in via di conclusione in Assise Appello ha ricostruito ex novo l’iter culminato nella sentenza di condanna per i due genitori, puntando sul risultato dei due esami mirati (l’altro è stato effettuato dal professore Rapone) a superare la consulenza disposta dalla pubblica accusa (Roberto Lenza) nel corso del primo grado di giudizio, in assenza di accertamenti tecnici d’ufficio. La difesa degli imputati aveva chiesto accertamenti ulteriori, come quello sul cuscino, fino all’ultimo atto del dibattimento, per verificare la presenza di tracce o impronte del padre, ritenuto esecutore materiale. Ieri la condanna anche in Assise Appello: ergastolo per il padre e 24 anni di reclusione per la madre. A giugno le motivazioni, poi l’eventuale ricorso in Cassazione.




NOCERA INFERIORE, ANCORA BOMBE NELLA NOTTE, DANNI E TERRORE

Ancora terrore nella notte a Nocera Inferiore. Settimo attentato in 4 mesi. Un boato ha svegliato, intorno alle 2, i residenti di via Papa Giovanni XIII, a poca distanza da corso Vittorio Emanuele e piazza del Corso, in pieno centro a Nocera Inferiore: l’ordigno è stato lanciato da un’auto in transito ha mandato in frantumi le vetrate e le insegne del locale Maiko Sushi specializzato nella cucina giapponese. Danneggiata anche l’adiacente chiesa di San Matteo e le fioriere posizionate lungo i marciapiedi. Sul posto sono prontamente intervenuti gli agenti di polizia del commissariato di Nocera Inferiore, guidati dal vicequestore Aniello Ingenito, e gli uomini della Scientifica per i rilievi di rito. Acquisiti i filmati delle telecamere presenti nella zona, avrebbero ripreso l’automobile da cui sarebbe stato lanciato l’ordigno da una mano criminale appartenente a una persona seduta sul lato passeggero. Naturalmente le attenzioni degli inquirenti si sono concentrate sul mondo del racket, così come avvenuto nei precedenti attentati (sette negli ultimi 4 mesi inclusi quelli a colpi di spari di pistola) avvenuti in città. E’ accaduto intorno alle 2, quando da un’auto in corsa è stato lanciato un potente ordigno che è scoppiato davanti al pubblico esercizio nocerino. Una deflagrazione molto forte che ha svegliato i residenti del posto, i quali hanno subito provveduto ad allertare vigili del fuoco e forze dell’ordine. E subito si è pensato ad un attentato di natura malavitosa dietro al quale si nasconde la matrice del racket. Sarà il prosieguo delle indagini a stabilire se il sospetto degli inquirenti sia fondato. Del caso è stata informata  anche la locale procura che potrebbe consegnare l’indagine all’Antimafia di Salerno già nella giornata di oggi. Un’esplosione che riaccende l’allarme nella città dell’Agro. Dopo la bomba carta che ha danneggiato il locale in pieno centro, il sindaco ricorda di aver sollecitato, di recente, un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e di aver incontrato i vertici delle forze dell’ordine. Un mese fa anche una marcia contro la criminalità coinvolgendo istituzioni associazioni e cittadini. ”Bisogna colpire le organizzazioni o i singoli criminali che sono dietro questa ormai preoccupante sequenza e  di  farlo subito, senza possibilità di riemergere. Qui c’è tutta la nostra collaborazione di istituzione civica, in qualunque modo sarà necessario. Ma si faccia presto, Nocera non può né vuole più aspettare” dice Manlio Torquato. “E’ ora di dire basta a questa impressionante escalation criminale” Sull’ennesimo atto criminale sono intervenuti sia la deputata Villani che il questore alla Camera Edmondo Cirielli i quali chiedono un intervento immediato del prefetto e presentato ad horas una interrogazione parlamentare al ministro Lamorgese. “Attendo ancora una risposta sulla mia interrogazione per dei fatti analoghi accaduti sempre a Nocera”, dice il deputato di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli.



Rifornivano di droga Salerno e provincia: condannati

di Pina Ferro

Fornivano la droga a diversi quartieri di Salerno, inflitti 17 anni e 4 mesi di reclusione a Luca Franceschelli, 34 anni, residente a Salerno ritenuto il promotore dell’organizzazione dedita allo spaccio. Franceschelli si occupava di individuare i canali di rifornimento disponeva dell’assegnazione e controllo delle piazze di spaccio seguiva la contabilità dei crediti da incassare. Nella giornata di ieri, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno Giandomenico D’Agostino ha emesso la sentenza per i 42 imputati che hanno scelto di essere giudicati conil rito dell’Abbreviato. Oltre a Franceschelli sono stati inflitti: 4 anni e 2 mesi ad Agostino Abate, 28 anni, gestore della piazza di Matierno; 3 anni a Francesco Cafaro 33 anni, residente a Pellezzano; 2 anni e 10 mesi a Rocco Cafaro 33 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pellezzano; 6 anni e 10 mesi a Carmine Caputo 27 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di Fratte; 15 anni e 6 mesi a Emilio Ciaglia 44 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di spaccio di Pastena /Mercatello; 1 anno e 4 mesi a Raffaele Cocci; 6 anni e 10 mesi a Roberto Consiglio 41 anni, residente a Salerno; 6 annni e 10 mesi a Donato Bernardo Criscuoli 27 anni, alias “O Puorc” residente a Salerno, gestore della piazza di Ogliara; 2 anni e 10 mesi a Raffaele Crispino; 4 anni e 10 mesi a Giuseppe D’Auria 29 anni, residente a Pagani; 6 annni e 10 mesi a Luca Delfino 41 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pastena /Mercatello; 6 anni e 10 mesi a Moreno Di Martino 29 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Sapri; 7 anni e sei mesi a Antonio Esposito 30 anni, residente a Salerno; 7 anni e due mesi a Sabato Fasano 60 anni, residente a Salerno; 1 anno e 4 mesi a Gerardo Fiorillo 28 anni, alias “Notte”, residente a Pellezzano gestore della piazza di Acquamela di Baronissi; 6 anni e 10 mesi a Giuseppe Galdoporpora 22 anni, residente a Salerno, detentore e custode della sostanza; 6 anni e 10 mesi a Claudio Gibuti 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Matierno; 6 anni e 10 mesi a Giovanna Liguori, 50 anni, alias “Zia”, residente a Battipaglia; 10 mesi e 20 giorni a Alfonso Marano; 6 anni e 10 mesi a Francesco Mercadante 45 anni, residente a Salerno; 6 anni e 10 mesi Luigi Mercadante 37 anni, residente a Salerno alias “Giggetto”, gestore della piazza della Zona industriale di Salerno; 4 anni e 2 mesi a Marco Milo 32 anni, residente a Salerno; 1 anno e 44 mesi a Gaetano Molinaro 22 anni, alias “Nino”, residente a Salerno gestore della piazza di Fratte; 7 anni a Giuseppe Ottati 50 anni; 6 anni e 10 mesi a Teodora Pace 21 anni, residente a Salerno, detentrice e custode della sostanza;4 anni 6 mesi e 40 giorni a Silvia Pappalardo 45 anni, residente a Salerno; 6 anni e 10 mesi a Santo Pecoraro 39 anni, alias Carmine e alias “ma serio”, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di Parco Pinocchio; 4 anni e sei mesi a Alfonso Passamano, 30 anni, residente a Nocera Inferiore; 7 anni e 2 mesi a Giuseppe Pennasilico 37 anni, residente a Salerno;1 anno e 4 mesi a Pasquale Raucci; 18 anni e 4 mesi a Fabio Salzano 27 anni, residente a Salerno; 1 anno e 4 mesi a Fabio Saviello 32 anni, alias “Cumbarò”, residente a Salerno, gestore della piazza di Pastorano; 6 anni e 10 mesi a Raffaele Scotto Di Porto 26 anni, residente a Salerno detentore e custode della sostanza;  4 anni e sei mesi a Luciano Solferino Tiano 30 anni, residente a Nocera Inferiore; 6 anni e 10 mesi a Walter Stabile 26 anni, residente a Baronissi gestore della piazza di Baronissi; 6 anni e 10 mesi a Francesco Spero 21 anni, alias “Pisiell”, residente a Salerno gestore della piazza di Mariconda; 7 anni a Marco Tranzillo 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di hashish e marijuana di Pastena/ quartiere Q2; 7 anni e due mesi a Vincenzo Ventura 23 anni, residente a Salerno e domiciliato a San Mango Piemonte;  Il blitz scatto il 9 febbraio del 2021 da parte degli uomini della Squadra Mobile di Salerno. A coordinare l’indagine fu la Direzione distrettuale antimafia. Le indagini denominate Chef Crack – Ko, hanno permesso di far luce sull’attività dei gruppi criminali e sulle attività illecite connesse all’acquisto, trasporto, detenzione, lavorazione, confezionamento, vendita e cessione di cocaina, hashish, marijuana e crack. Linguaggi criptici per identificare il tipo di droga e la quantità e incontri con i “clienti” anche in fila al supermercato o alla banca durante il lockdown. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il giro d’affari del gruppo criminale individuato sfiorava i 100mila euro al mese . L’approvvigionamento avveniva nel Napoletano. Gli agenti, anche grazie a intercettazioni telefoniche e alla visione dei filmati di telecamere installate in punti strategici, hanno documentato i diversi passaggi della filiera del traffico di droga, partendo dai pusher, passando per i fornitori e finendo all’identificazione di quelli che sono ritenuti i capi che hanno creato nel territorio salernitano “uno dei più forti e stabili canali di approvvigionamento di sostanze stupefacenti di diverso tipo”.




Chiesti quasi 110 anni di carcere “I Guaglioni di Via Irno

di Pina Ferro

Poco meno di 110 anni di carcere, questa la richiesta del Pubblico ministero a carico dei ragazzi appartenenti ai “I Guaglioni di Via Irno” che hanno scelto di essere giudicati con il rito dell’abbreviato. Nel dettaglio,la pubblica accusa al termine della requisitoria ha chiestola condanna a: 16 anni di reclusione per Aniello Pietrofesa, 7 anni per Alessandro Leone, 9 anni per Alessandro Romanato e Fabio Romanato, 7 anni ciascuno per Ciro Casaburi e Renato Castagno, 8 anni e 6 mesi per Gabriele D’Amato, 6 anni per Guido Enrico, 6 anni e 8 mesi per Giovanni Enrico, 4 anni per Laura Leone e Alberto Villani, 3 anni e 9 mesi per Maria Chiara Capriglione, 8 anni e 9 mesi per Luigi Maresca, 8 anni e 6 mesi per Salvatore Forte, 3 anni e 3 mesi per Fabio Casaburi. Il blitz scatto nel settembre dello scorso anno. I “I Guaglioni di Via Irno” si occupavano principalmente dal traffico illecito di sostanze stupefacenti “pesanti” del tipo cocaina, eroina e crack. Un’organizzazione piramidale a tutti gli effetti, individuata sia dai sodali che dagli acquirenti di stupefacenti come “I Guaglioni di Via Irno” (vista la provenienza di diversi associati, nonché l’area delle basi operative utilizzate), retta da Aniello, Pietrofesa che, in occasione di più riscontri su attività tecniche, viene definito come “capo promotore” o “capo dei capi”. Le indagini hanno portato ad individuare un’organizzazione di drug delivery, con veri e propri centralinisti alternati in turni in possesso di utenze telefoniche “dedicate” (intestate fittiziamente) per ricevere le ordinazioni, disponendo di conseguenza l’appuntamento o anche la consegna a domicilio dello stupefacente. Da diverse escussioni di acquirenti è stato inoltre acclarato come “i Guaglioni di Via Irno” utilizzassero anche Sms “promozionali” per stimolare l’acquisto di droga, ovviamente con linguaggio convenzionale: un esempio su tutti, “Tutte e 3 le kose a 15 euro lento veloce per fumare”, dove “lento” sta per eroina, “veloce” per cocaina e “per fumare” fa riferimento al crack.Mezzi di comunicazione rapidi per una platea di compratori perlopiù fra i 18 ed i 30 anni, un traffico veloce fatto di dosi preparate e pronte al consumo immediato dei più giovani. Un sodalizio che vede anche una presenza femminile, con 3 arrestate impiegate, al pari degli uomini, in attività di confezionamento, spaccio e occultamento di stupefacente o denaro. Un asset criminoso che, per il precipuo modus operandi, non risulta abbia conosciuto battute d’arresto nemmeno con l’emergenza Covid. Elemento che ha, caratterizzato l’organizzazione dei “Guaglioni di Via Irno” è il sistema di mutua assistenza degli associati, evidenziatosi in occasione di arresti in flagranza e delle successive vicissitudini giudiziarie: il capo, Aniello Pietrofesa, si preoccupa di fornire il legale di fiducia, nonché il denaro per pagare gli onorari di competenza, elargendo, inoltre, consigli su come comportarsi dopo essere stati presi dalle forze dell’ordine e messi a disposizione della magistratura.Un giro d’affari tanto corposo da portare i membri dell’organizzazione a numerosi viaggi verso Secondigliano per l’approvvigionamento dello stupefacente da smerciare nel salernitano, con un ricavato stimato di oltre un milione di




Omicidio D’Onofrio, inammissibile il ricorso di Eugenio Siniscalchi

di Pina Ferro

Omicidio di Ciro d’Onofrio: i giudici della Suprema Corte dichiarano inammissibile il ricorso presentato dai legali di Eugenio Siniscalchi il 29enne di San Mango Piemonte condannato a 30 anni di carcere. Siniscalchi si era rivolto agli ermellini a seguito della pronuncia della sentenza dei giudici della Corte di Appello del Tribunale di Salerno i quali avevano confermato la condanna a trenta anni di reclusione a carico dell’imputato ritenuto responsabile dell’omicidio di Ciro d’Onofrio Siniscalchi in primo grado aveva scelto di essere processato con il rito dell’abbreviato e per questo aveva beneficiato di uno sconti di un terzo della pena. I giudici della Suprema corte hanno anche stabilito che Siniscalchi dovrà farsi carico delle spese legali sostenute dalle parti civili: Immacolata D’Onofrio, sorella di Ciro, difesa dall’avvocato Antonio Cammarota, la moglie e i figli della vittima difesi dall’avvocato Antonietta Cennamò difende la moglie e figli del defunto, la madre di D’Onofrio, Lucia Caserta e la sorella Valentina difese da Domenico Fasano. Era il 30 luglio del 2019, circa 2 anni dopo l’omicidio, quando ad Eugenio Siniscalchi fu notificata l’ordinanza di custodia cautelare in quanto ritenuto l’autore del delitto avvenuto a Pastena. L’ordinanza gli fu notificata in carcere dove era recluso per altri fatti. A suo carico vi era l’accusa di omicidio volontario aggravato da premeditazione in concorso (anche il fratello minore di Siniscalchi sarebbe coinvolto nel fatto di sangue e per il quale procede il tribunale per i minori), detenzione e porto illegale di una pistola calibro 9. Ad uccidere Ciro D’Onofrio fu il proiettile che si conficcò tra polmoni e cuore determinando delle lesioni molto gravi, un secondo proiettile attraversò la scapola e il terzo la coscia Eugenio Siniscalchi e il fratello minore, sottolinearono gli investigatori all’epoca dell’arresto di Siniscalchi, giunsero sulla scena del crimine a bordo di un ciclomotore di grosse dimensioni e armati di pistola. Dopo aver sparato contro D’Onofrio esplosero i colpi di arma da fuoco e poi si diedero alla fuga. L’omicidio, secondo la Procura , viene commesso in quel luogo, perchè è un posto estremamente familiare a Siniscalchi e nel quale avrebbe goduto e potuto giovarsi di una serie di “tutele”, di garanzie, dell’omertà delle persone che lo frequentavano, qualora fosse stato individuato. Le indagini, sull’esecuzione di Ciro D’Onofrio, furono affidate alla Squadra mobile di Salerno. Grazie ad intercettazione acquisite da altre inchieste dei carabinieri, è stato possibile accertare accertare come il 28enne, all’ora del delitto, si trovasse proprio in via John Fitzgerald Kennedy, zona Est di Salerno. Attraverso un’accurata analisi della scena del crimine, rilievi tecnici, sequestri dei mezzi e comparazione di reperti, acquisizione di immagini delle telecamere di videosorveglianza, analisi dei tabulati telefonici e intercettazioni e dalle dichiarazioni di persone informate dei fatti, fu possibile per gli inquirenti ricostruire quanto avvenuto quella sera. La vittima fu “convocata” sul luogo del delitto, tre minuti prima dell’esecuzione dello stesso. L’ultimo contatto telefonico che D’Onofrio ha prima di essere ucciso è con una utenza che risulta nella disponibilità di Eugenio Siniscalchi: era il telefono che utilizzava per lo spaccio di stupefacenti. Quel telefono, poi, verrà buttato. Furono le indagini sull’omicidio D’Onofrio, a portare alla luce la fiorente attività di spaccio ed i metodi intimidatori posti in atto dalla famiglia Siniscalchi. A seguito della morte di D’Onofrio furono poste in essere una serie di attività nei confronti di alcuni soggetti sospettati di essere i killer di Pastena. Si trattava di soggetti collegati a D’Onofrio che era sia assuntore che spacciatore di droga. E, proprio per tale motivo le indagini si sono mosse nell’ambito della contrapposizione violenta tra soggetti coinvolti nell’attività di spaccio al fine di conquistare la gestione delle varie piazze di spaccio presenti a Salerno.




La lapide degli Invincibili

Di Olga Chieffi

“Sol due righe di  biglietto” virtuali naturalmente canterebbe Figaro, da parte mia al comunicato giuntoci dal consigliere comunale Rino Avella, presidente della IV Commissione Consiliare Permanente Sport , di annunzio del restyling del Donato Vestuti  “Mi raccomando, la lapide del Grande Torino, sulla destra sotto la tribuna centrale, che lega lo stadio alla piazza” e ieri l’annunzio del restauro di quella stele dedicata a Renato Casalbore, giornalista salernitano, fondatore di Tutto Sport e agli Invincibili, tutti insieme su quell’aereo che il 4 maggio del 1949 s’infranse sulla collina di Superga. Il monito a salvaguardare quella lapide (purtroppo a Salerno alcune idee di restauro hanno fatto danno, come quelle che hanno stravolto il Conservatorio G.Martucci e il complesso di San Nicola) è venuto d’impulso, poiché è una storia che si tinge di nostalgia, retaggio di un simbolo indiscusso di uno sport romantico (non solo il calcio), in cui io, che ho praticato i cosiddetti sport “minori” atletica, canoa, canottaggio, equitazione, come tanti altri, credono ancora e difendono e che oggi non esiste più, frantumato, oscurato “dalla turba al vil guadagno intesa” – per dirla col Petrarca dei Sonetti – per potere ancora raccontare ai giovani, cercando di consegnar loro, quel modo di vita e di pensare, patrimonio tutto italiano. La prima volta che ho varcato la porta centrale dello stadio Vestuti è stato nel 1976, frequentavo la seconda elementare. Mio padre mi iscrisse ai corsi di avviamento all’atletica leggera e si fermò dinanzi a quella lapide, raccontandomi di Guglielmo Gabetto, il centravanti che giocava perfettamente in ordine con la scrima centrale fissata dalla brillantina, l’insormontabile Valerio Bacigalupo, che a dispetto della sua statura volava leggero sui tiri alti e quel Salernitana-Torino del 17 aprile del 1948, cui assistette da “imbucato” aspirante corrispondente dell’ Unità, in cui dopo il vantaggio della Salernitana, e i fischi e sfottò del pubblico cittadino, il capitano Valentino Mazzola, con un “adesso basta” scatenò la squadra e finì 4 a 1 per il Toro. Da allora, che fu anche l’anno dello scudetto, scelsi di tifare Torino. E’ una maglia quella granata, che ti porta ad abbracciare una filosofia di vita, che sempre si rifugia nella “memoria” degli Invincibili, quasi intimandoti di credere che oggi si possa ancora giocare in loro nome, invocando ed evocando il quarto d’ora granata, quel momento in cui ciò che sembra impossibile si realizza, in cui un ostacolo che pareva insormontabile viene aggirato, scalzato e superato a colpi di tenacia e perseveranza, annunciato dal suono inconfondibile di un corno da caccia, che segna la discesa in campo di una schiera di divinità, di quel 11 che solo il fato vinse. Un’altra tifoseria sa guardare oltre la traversa, verso il cielo, anche per quel rapporto particolare che noi uomini del Sud abbiamo con l’al di là, ed è quella napoletana, che porterà per sempre allo stadio sciarpe e bandiere del loro Dio, Diego Armando Maradona, il quale campeggerà, fino alla fine dei tempi, nel suo San Paolo, quale nume tutelare della squadra e della città. Ecco rivelato il senso del restauro della lapide dedicata a quella squadra, che a suo modo fu simbolo dell’inizio della ricostruzione del secondo dopoguerra, facendo rialzare la testa ad un’Italia sconfitta e che è, purtroppo, lontano anni luce dal sistema calcio di oggi, nonostante si tenti d’immaginare Andrea Belotti, il Gallo, un ragazzo dalla faccia pulita, ispirato dagli Invincibili. Rivediamolo questo calcio, anche solo per i bambini, i quali, invece di sognare il bel gioco, il gesto, la vittoria conquistata senza imboccare vie traverse, pensano già agli introiti milionari, insieme ai loro genitori, casomai riuscissero a “sfondare” in questo sport.  Alt! riconquistiamo ai piedi di quella lapide  l’istante dello sport, che come quello dell’arte, è l’atto, la vita stessa nella sua pienezza, o, con linguaggio nietzschiano, il dionisiaco. Il punto di riferimento filosofico è pur sempre Bergson e la sua contrapposizione tra tempo-vissuto, tempo interiore e tempo-spazio, seguendo le cui tracce, sia tra le linee del rettangolo di gioco, sul quale ogni volta, sia esso il Comunale di Torino o il cortile del palazzo popolare o il vicolo di Napoli o l’Arechi, vi si gioca la partita della vita, dove  ci sono linee d’ombra, in particolare quella di porta, davanti alla quale si è attratti dall’incanto dell’esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale, un po’ di se stessi, finchè ci si scorge di fronte quel segno di gesso, sottile. Il tifoso, non supererà mai quella linea, nel suo sguardo, che sa guardare il cielo sopra la traversa, si leggerà per sempre la meraviglia, quell’infinito “oh!”, che è l’essenza del “puro folle”, incarnazione dell’innocenza e della purezza, lo stesso del nostro poeta Alfonso Gatto che scrisse “Il calcio è come la poesia, un gioco che vale la vita”.




Venti di guerra, quali risoluzioni?

Di Alessia Potecchi*

Continua, purtroppo. la guerra in Ucraina, ancora non si vedono spiragli concreti di pace, sono in corso negoziati e trattative, ma la risoluzione non appare ancora vicina. Per puntare a risolvere il conflitto in Ucraina occorre un ulteriore coinvolgimento dell’ONU. Le nazioni dell’Occidente devono rimanere risolute sulla propria posizione, ma devono confrontarsi in maniera diplomatica per cercare di arrivare ad una soluzione della drammatica situazione in atto. Il comportamento della Russia è stato già condannato, in maniera perentoria, dall’Assemblea delle Nazioni Unite, 141 nazioni si sono espresse contro le azioni di Mosca e solo cinque Paesi, di cui due sono la Russia e la Bielorussia, si sono opposti alla condanna del suo ingiustificato attacco. Non possiamo ragionevolmente ritenere che i colloqui in corso fra Russia e Ucraina possano risolvere questioni che vanno ben al di là del territorio di tutte le operazioni. Serve un’azione dell’ONU con forza e con l’obiettivo di  considerare tutti gli aspetti della crisi. Putin cerca di giustificare la sua azione contro una nazione che non può essere condizionata nelle sue scelte, ma deve essere libera di decidere nel contesto dei rapporti internazionali. Sanzioni, dialogo, colloqui e sinergia e strategia tra i paesi per risolvere la grave crisi e arrivare alla pace, questa la strada da percorrere. L’Europa sta portando avanti un’azione indispensabile e deve continuare in questa direzione, la sua unità è in questo momento fondamentale. I bombardamenti e gli attacchi di questi giorni hanno distrutto intere città colpendo anche ospedali, scuole, teatri, luoghi di accoglienza e di conseguenza si è registrato un altissimo numero di vittime civili che potrebbero ancora crescere, visti gli attacchi che sembrano dirigersi verso la parte occidentale del paese considerata fino ad ora una via di fuga per i profughi. Il nostro paese e il nostro Ministro della Difesa sono stati attaccati da Putin per l’azione che stanno svolgendo, azione che si è sempre ispirata ai valori di rispetto degli accordi e delle norme di diritto internazionale che sono stati del tutto calpestati proprio nella situazione e nella guerra in corso contro l’Ucraina. Zelensky ha tutta la nazione che lo segue, sta difendendo l’autonomia del suo Paese. L’Ucraina guarda all’Europa, vuole aprirsi alle altre nazioni, vuole essere libera. Non può accettare di vedersi reclusa ogni possibilità di appartenenza all’Ue, vuole poter scegliere e nello stesso tempo va scongiurato l’allargamento del conflitto che avrebbe conseguenze disastrose. La NATO e l’Europa  hanno dimostrato unità anche nelle sanzioni che sono difficili perché hanno e avranno ripercussioni anche sui paesi che le hanno inflitte ma in questo momento sono la strada giusta perché la Russia sa che più dura la guerra più avrà conseguenze negative importanti dal punto di vista economico e di immagine ma anche per la tenuta del regime oggetto di continue manifestazioni di protesta interne.

*Responsabile Dipartimento Banche,

Fisco e Finanza del Pd Metropolitano di Milano




Prescrizioni di farmaci sempre alle stesse farmacie

di Pina Ferro

Prescrizione dei farmaci inviate via mail dai medici di base sempre alle stesse farmacie. Un’abitudine che sta prendendo piede a Salerno città e che ha indotto le forze dell’ordine ad avviare dei controlli. Da diversi mesi i medici di famiglia possono inviare le ricette con le prescrizioni dei farmaci direttamente in farmacia. Un metodo questo che ha preso piede in maniera diffusa, soprattutto, durante l’emergenza sanitaria dovuta al Covid. per i pazienti si semplificano le procedure: si chiamava il medico si chiedevano le prescrizioni per i medicinali che abitualmente assume e dopo qualche ora la prescrizione era in farmacia dove bastava recarsi a ritirare i medicinali. Sicuramente un servizio molto utile ai cittadini – pazienti che in tal modo risparmiano anche il dover fare lunghe file presso gli studi medici solo per delle prescrizioni. Ed è sicuramente un servizio a cui va un grande plauso se non fosse per il fatto che la farmacia di riferimento, ovvero dove il paziente desidera andare a ritirare i farmaci, deve essere suggerita dallo stesso paziente e non deve essere il medico a comunicare al paziente in quale farmacia invia le ricette. Ed è proprio su questo punto che le forze dell’ordine hanno concentrato la propria attenzione. Infatti, stando ad alcune indiscrezioni trapelate sembrerebbe che alcuni medici di base, previo accordo, invierebbero le prescrizioni sempre alle stesse farmacie cittadine, a discapito di altri farmacisti. Al momento, non è dato sapere se i controlli delle forze dell’ordine siano stati avviati a seguito di qualche segnalazione effettuata da quei professionisti che si sono visti ledere dall’accordo sopra descritto. Dalle indiscrezioni trapelate sembrerebbe che gli investigatori contestualmente ai controlli presso le farmacie, abbiano anche sentito alcuni abituali “clienti” di determinate farmacia in modo da capire se la scelta di dove ritirare i farmaci sia del paziente o in qualche modo indotta dal medico di famiglia. Sicuramente nei prossimi giorni la vicenda è destinata ad arricchirsi di ulteriori particolari.




I salernitani molto litigiosi su urbanistica ed edilizia. Inaugurazione dell’anno giudiziario del Tar

di Pina Ferro

Urbanistica ed edilizia sono i motivi per cui i salernitani ricorrono maggiormente al Tribunale Amminiastrativo Regionale. Il dato è venuto fuori dalla relazione del presidente Leonardo Pasanisi nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario che si è svolta nella mattinata di ieri. Ad apertura della cerimonia il pensiero del presidente è stato rivolto al popolo ucraino per il quale è stato chiesto di osservare qualche istante di raccoglimento. Per quanto concerne l’urbanistica e l’edilizia sono stati 663 i ricorsi che sono stati presentati, seguiti dai ricorsi in materia di esecuzione del giudicato (587) e dai ricorsi in materia di appalti (113). Nella scomposizione percentuale delle macromaterie l’urbanistica e l’edilizia rappresenta il 32,11% del totale deii nuovi ricorsi depositati presso la sezione di Salerno del Tar, rispetto ad una media nazionale del 14,90%, l’esecuzione del giudicato del 29,63% (media nazionale 12,22%), appalti il 5,30% rispetto ad una media nazionale del 6,73 %. Il notevole numero dei ricorsi in matteria di appalti è probabilmente testimonianza della particolare vivacità economica ed imprenditoriale del territorio. “La giustizia amministrativa è andata avanti nel 2020 e anche nel 2021 con grande impegno ed efficacia. ha sottolineato il presidente nella sua lunga relazione – Il ruolo del giudice amministrativo è stato determinante e, attraverso il sistema amministrativo telematico puro, siamo andati avanti con grande efficacia ed efficienza, senza fermarci mai”. “Il contenzioso nel 2021 è aumentato rispetto al 2020, anno della crisi pandemica. Nell’ultimo anno c’e’ stata una forte ripresa, il numero dei ricorsi è aumentato del 15%, siamo arrivati quasi a 2000 nuovi. Ma la cosa importante è che siamo riusciti a far fronte non solo ai nuovi ricorsi ma anche alle pendenze esistenti a Salerno – ha sottolineato – Abbiamo ottenuto un abbattimento dell’arretrato del 22.3% presso il Tar Salerno. Questa riduzione pone la sezione staccata di Salerno ai vertici degli uffici giudiziari amministrativi d’Italia. La media nazionale di abbattimento si ferma all’8.5%, Salerno ha fatto tre volte di piu’ della media nazionale”. Un risultato ottenuto nonostante la scopertura del 40% in termini di personale: dei 16 magistrati previsti dalla pianta organica, Salerno ne ha a disposizione soltanto 10. Dal 1 gennaio, inoltre, è stata istituita la terza sezione che ha permesso di realizzare una divisione delle materie. “Abbiamo realizzato risultati straordinari”, ha aggiunto Pasanisi che ha rimarcato anche la “riduzione” ottenuta per i tempi di giudizio: “Le sospensive da noi vengono decise in 23 giorni e le decisioni definitive di merito vengono rese entro 69 giorni rispetto ad una media nazionale che e’ di 124 giorni”.