Il ruolo di Paolo Esposito: “Ad Autuori e Bisogni fece stringere la mano”

Di Pina Ferro

Aldo Autori avrebbe dovuto fornire i suoi camion per l’attività di traffico di stupefacenti condotta da parte di Paolo Esposito (ex affiliato al clan Maiale). Traffico di cocaina, in particolare, che veniva posto in essere sull’asse Olanda-Spagna-Germania-Italia con destinazione finale Salerno. E’ ricco di particolari il racconto che il neo collaboratore di giustizia, Pompeo D’Auria fornisce al magistrato  della direzione distrettuale antimafia di Salerno. Il collaborato ha spiegato agli investigatori che i fratelli Bisogni non hanno nulla a che vedere con l’omicidio dell’imprenditore di Pontecagnano Aldo Autori. Omicidio per il quale è in corso il processo. Secondo il collaboratore di giustizia a trucidare, la sera del 25 agosto del 2015, Aldo Autori sarebbero stati “i calabresi” per punire l’imprenditore di un ammanco di stupefacente.

Ho conosciuto Aldo Autuori direttamente, all’inizio dell’anno 2015. A presentarmelo fu Paolo Esposito di Eboli. Con l’ Autuori, sempre alla presenza di Esposito, – spiega il collaboratore di giustizia –  vi furono svariati incontri tenutesi tutti a Pontecagnano, sia presso gli uffici della società Erra Service di Erra  Emilio ubicati sul piazzale dove sono i camion della società, sia presso altri uffici della medesima, società situati in una diversa collocazione ma sempre in Pontecagnano.

So che tra Erra e Autuori vi era un rapporto fraterno. Il primo era il titolare formale della società, mentre l‘Autuori ne era il gestore di fatto”. Pompeo D’Auria, agli inquirenti ha anche riferito di essere a conoscenza che tra Paolo Esposito e Aldo Autori vi era  era un rapporto di conoscenza almeno ventennale, risalente al periodo antecedente all’inizio della carcerazione di Aldo Autori.

“… in particolare, ricordo che, anche alla mia presenza, i due (ndr Autori e Esposito) discutevano in relazione all’apporto che l’Autuori avrebbe dovuto fornire con i suoi camion, cioè quelli della Erra Service, all’attività di traffico di stupefacenti condotta da parte di Paolo Esposito. In particolare, il traffico veniva condotto sull’asse Olanda-Spagna-Germania-Italia, con destinazione finale Salerno, della cocaina oggetto del traffico stesso”. Riguardo alla mia conoscenza con  Paolo Esposito, preciso che la stessa è cominciata a settembre-ottobre 2014, quando il predetto era in semilibertà, e si è rafforzata nel tempo soprattutto quando Paolo Esposito si è fidanzato con mia cugina, sua attuale compagna. Preciso che, di fatto, quando ho conosciuto Paolo Esposito , il fidanzamento tra i due era già in atto”. Pompeo D’Auria agli investigatori ha anche illustrati i motivi che lo hanno portato a conoscere Aldo Autori. Il motivo per il quale Esposito mi presentò Autuori fu legato all’intenzione di permettere a quest’ultimo di realizzare una serie di truffe in pratiche di leasing e finanziamento a beneficio della Erra Service, attività da me condotta per molti anni. Al riguardo, posso anche dire che avevo cominciato le pratiche fasulle per per la Erra Service che però non ho avuto il tempo di portare a compimento; in ogni caso, la documentazione relativa dovrebbe essere stata acquisita dalla Guardia di finanza nel procedimento in cui sono stato sottoposto a misura cautelare il 27.03.2018”.  Poi spiega come ha saputo dell’omicidio di Aldo Autori. “Sono venuto a conoscenza dell’omicidio di Aldo Autuori il giorno dopo il delitto, che ricordo essere avvenuto nel periodo estivo, credo del 2015. A riferirmelo fu direttamente Paolo Esposito, il quale mi disse “sann fatt a Aldo”. Quando mi fu data la notizia io pensai immediatamente ad un accadimento di 10/15 gironi prima, avvenuto presso il piazzale della Erra Service, a cui avevo direttamente assistito: si trattò di una discussione tra Aldo Autuori ed uno dei gemelli Bisogni di Bellizzi che io conosco di vista. In particolare, credo si trattasse di Enrico Bisogni, in quanto sentivo Aldo ed anche Paolo, chiamarlo per nome. Preciso che la discussione avvenne all’interno degli uffici della Erra Service ubicati sul piazzale della medesima società ed eravamo presenti, oltre a me, Paolo Esposito, col quale ero giunto a bordo della sua autovettura, nonché Aldo Autori  ed Enrico Bisogni.  Io ricordo che la causale della discussione tra i due era relativa a questioni di trasporti: a riguardo, ricordo che l’Autuori riferì a Bisogni “io nonfaccio l’insalataro” per dire che non si occupava di clienti che trattavano prodotti ortofrutticoli, tuttavia non ricordo ulteriori particolari a riguardo.

Non so se Enrico Bisogni sia stato mai titolare di società di autotrasporti

La discussione non degenerò, nonostante il Bisogni utilizzasse un tono di voce un poalterato, anche perché, non appena sembrava eccedere, Paolo Esposito lo richiamava all’ordine, facendogli presente che si trovavano in casa di Aldo ed in sua presenza e quindi bisognava rimanere tranquilli.

Ricordo che al termine della discussione, durata circa 20 minuti,  Paolo Esposito gli fece stringere la mano invitando entrambi a porre fine “a questo bordello”.

Ricordo che sulla via del ritorno ESPOSITO mi disse che il gemello “doveva fare il bravo con Aldo”, che di fatto era un suo ”partner” nell’attività illecita”.




“Le armi per l’omicidio Autuori fuse nei forni delle Fonderie Pisano”

Pina Ferro

 

Ad uccidere Aldo Autuori sono stati i calabresi. L’imprenditore di Pontecagnano sarebbe stati punito per una partita di droga andata persa. E’questo in sintesi quanto affermato dal neo collaboratore di giustizia Pompeo D’Auria, originario di Salerno ma residente a Montoro e già sottoposto al programma di protezione dedicato ai collaboratori di giustizia. D’Auria è stato sentito dal magistrato dell’antimafia nello scorso mese di maggio a Salerno. “Per quello che mi risulta i fratelli Bisogni non centrerebbero nulla con l’omicidio anche se 15 giorni prima del fatto effettivamente hanno avuto dei litigi con Autuori, tuttavia questi dissidi erano stati già appianati con Esposito Paolo che aveva preteso che il bordello finisse. In realtà invece l’omicidio di Autuori Aldo è da attribuire a soggetti della malavita calabrese che hanno goduto dell’appoggio di Esposito Paolo e questo perché in effetti, come già vi ho detto, Esposito Paolo veniva rifornito di cocaina dalla ndrangheta, anche attraverso i camion della ditta di trasporti di Autuori. In effetti ho capito che in una occasione il carico di cocaina si era perso o comunque vi erano stati degli ammanchi per cui i calabresi hanno addebitato la cosa ad Autuori Aldo. Costui a sua volta ha reagito bruscamente con i calabresi respingendo ogni accusa ma provocandone la reazione violenta”. Paolo Esposito è un ex affiliato al clan Maiale, oramai da tempo, apparentemente, lontano dalla malavita. Secondo quanto raccontato da Pompeo D’Auria l’atteggiamento di Aldo Autuori avrebbe scatenato la reazione dei calabresi i quali, poco dopo, avrebbero commesso l’omicidio con l’appoggio sul posto di Paolo Esposito. “In effetti Autuori voleva quasi picchiare quei calabresi che lo avevano accusato e si era rivolto in malo modo contro di loro facendogli un vero e proprio affronto, poichè questa reazione era avvenuta davanti ad altri autisti. Quindi Paolo Esposito non ha potuto far nulla per frenare questa reazione dei calabresi, riconoscendo egli stesso la reazione totalmente sbagliata avuta dall’ Autuori.” Stando a quanto raccontato dal collaboratore di giustizia fino al 2018 Paolo Esposito avrebbe continuato ad avere rapporti con Fabio, fratello di Aldo Autuori, ed Emilio Erra “e non saprei dire però se nel campo del trasporto di cocaina od altro. Dal 27 marzo 2018 allorché sono stato messo ai domiciliari per le indagini sulla falsa banca della procura di Salerno io non mi sono più recato ad Eboli da Paolo Esposito ma è lui che tuttora viene da me per parlare. Ed infatti vi sono immagini della telecamere di casa che lo ritraggono e vi potrò fare avere”. Pompeo D’auria con gli inquirenti fa anche alcune supposizioni al momento senza riscontro, sul modo in cui sarebbero state fatte sparire le armi utilizzate. Si tratta di supposizioni come egli stesso sottolinea. Riguardo alle armi adoperate per l’omicidio Autuori io mi sono fatto una mia idea del fatto che le due pistole siano state fuse presso la fonderia Pisano di Fratte poiché questo metodo era collaudato già da mio zio Forte Rosario e dal fratello Antonio, avendo un gancio all’interno che se ne occupava, e mi risulta che in quel periodo, poco dopo l’omicidio di Autuori, siano state fuse delle armi da parte di Paolo. In quel periodo ho sentito personalmente che Paolo Esposito aveva portato a mio zio le armi per farle fondere. Quando le pistole sono state consegnate a mio zio Rosario in un capannone di proprietà di mio zio, alle spalle della sua abitazione in Baronissi, io ero presente ed ho visto chiaramente un sacchetto con all’interno le armi. Ricordo che mio zio Rosario disse a Paolo Esposito più o meno queste parole: “va bene metti questo servizio qua che poi glielo spiego io all’amico”, fece ciò sistemando questo sacchetto tipo di stoffa laminato grigio con un laccio che chiude, in un posto del capannone all’interno di una trave vuota. Io penso che Paolo Esposito abbia fornito supporto logistico ai calabresi ma che non abbia partecipato materialmente all’omicidio. Ripeto che il collegamento delle armi date da Paolo Esposito a mio zio con l’omicidio Autuori è stato da me fatto e lo ribadisco oggi, per la poca distanza temporale dall’omicidio e perché da discorsi che io ho sentito sul litigio dell’ Autuori e dei calabresi a proposito della cocaina, ho capito che Paolo si era messo a disposizione, letteralmente Paolo mi disse: ” Aldo ha sbagliato con questi amici della Calabria e io non ho potuto fare niente”.




Omicidio Autuori, un pentito scagiona Bisogni

di Pina Ferro

“Bisogni non ha nulla a che fare con l’omicidio di Aldo Autori, il quale non sarebbe stato ucciso per ragioni legati al trasporto su gomma ma per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti”. E’ in sintesi quanto avrebbe dichiarato il collaboratore di giustizia Pompeo D’Auria, nato a Salerno ma residente a Montoro, arrestato nel 2018 per reati legati a delle truffe informatiche. In realtà Pompeo D’Auria a suo carico ha diversi capi d’imputazione. Dunque, si aprono nuovi scenari sull’omicidio di Aldo Autuori avvenuto a Pontecagnano la sera del 25 agosto del 2015. Pompeo D’auria sarebbe il secondo collaboratore di giustizia a parlare dell’esecuzione di Autori. Pompeo D’Auria, ora sottoposto al programma di protezione da parte del servizio centrale. Ovviamente, quanto affermato dallo stesso dovrà trovare riscontro da parte degli organi inquirenti. Quindi bisognerà stabilire l’attendibilità delle rivelazioni che ha fatto ai magistrati dell’anntimafia. Sembrerebbe che D’Auria, non legato a nessuna consorteria criminale, abbia appreso i dettagli rilevati durante la sua detenzione in carcere.

Per l’omicidio di Aldo Autuori, sono a processo: Francesco Mogavero di Pontecagnano ritenuto il mandante dell’esecuzione, Gennaro Trambarulo di Giuliano in Campania, ritenuto l’esecutore materiale; Luigi Di Martino alias o profeta, di Castellammare di Stabia,  che avrebbe avuto il ruolo di intermediario tra Francesco mallardo di Giuliano, Enrico Bisogni di Bellizzi e Stefano Cecere del clan Mallardo. Antonio Tesone alias l’uomo della masseria, anche egli a processo ma con altro rito.

La Procura dopo un’intensa attività investigativa aveva ricostruito l’intero scenario dell’omicidio, ora le rivelazioni del collaboratore di giustizia sembrerebbe che tutto si rimetta in discussione.

Secondo la ricostruzione operata dalla Dda i mandanti dell’omicidio Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni, due elementi di spicco del clan Pecoraro-Renna operante nella Piana a Sud diSalerno, avrebbero decretato la morte di Autuori perchè , questi, uscito dal carcere, avrebbe intrapreso una serie di attività “di intralcio al predominio, sul territorio, del clan”, creando una ditta concorrente. Mogavero e Bisogni, al vertice del clan Pecoraro-Renna, si sarebbero rivolti a Luigi Di Martino, detto ‘o profeta, affiliato al clan Cesarano di Castellammare di Stabia, nel Napoletano, chiedendogli una “collaborazione per l’esecuzione materiale dell’omicidio”. Di Martino, a sua volta, avrebbe fatto da intermediario tra i mandanti e gli esecutori materiali del delitto rivolgendosi a Francesco Mal- lardo, capo indiscusso dell’omonimo clan di Giugliano in Campania, il quale avrebbe, poi, dato incarico di uccidere Autuori ad Antonio Tesone, alias ‘uomo della masseria’, e a Gennaro Trambarulo. Le risultanze investigative hanno rivelato come Francesco Mallardo, che all’epoca dei fatti era sotto posto al regime della libertà vigilata a Sulmona, sarebbe stato, più volte, contattato e raggiunto in Abruzzo da Luigi Di Martino, al quale avrebbe fornito la disponibilità dei suoi uomini a compiere il delitto.

Dalle investigazioni, emerse “il forte legame tra Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni con Luigi Di Martino del clan Cesarano, tanto da consentire ai primi di chiedere l’aiuto al secondo per eseguire l’omicidio”.  I tre clan, i Mogavero di Pontecagnano, i Cesarano di Castellammare di Stabia e i Mallardo di Giugliano in Campania, “avevano allacciato strettissimi rapporti al fine di incrementare e consolidare il controllo sui rispettivi territori di competenza, scambiandosi reciproci favori, come nel caso dell’omicidio di Aldo Autori”




Anche i minori per spacciare a Scafati: 36 arresti

di Pina Ferro

Vi erano anche ragazzi al di sotto dei 14 anni tra i pusher che rifornivano gli abituali assuntori di Scafati. Un giro di spaccio che faceva registrare anche 100 cessioni in una sola giornata. In manette sono finite 36 persone: 23 in carcere e 13 ai domiciliari (tra questi diverse donne). Molti l’ordinanza l hanno ricevuta in carcere in quanto già detenuti. Due gli indagati ancora ricercati. L’operazione che ha sgominato la piazza di spaccio nella cittadina dell’Agro nocerino Sarnese, è stata effettuata all’alba di ieri dai carabinieri del comando provinciale di Salerno e coordinata dal sostituto procuratore della Direzione investigativa antimafia Giancarlo Russo. A firmare l’ordinanza di custodia cautelare è stato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno , Mariella Zambrano. Per tutti i destinatari delle misure le accuse sono di traffico di sostanze stupefacenti e associazione finalizzata; resti commessi tra gli anni 2016 e 2016. L’operazione si è svolta principalmente tra i comuni di Scafati e di Boscoreale. L’indagine “My Love” sfociata negli arresti di ieri mattina, ha preso il via da due episodi criminali verificatisi a Scafati: l’omicidio di Armando Faucitano, ucciso il 26 aprile del 2015 in piazza Genova; l’attentato dinamitardo ai danni del bar “My Love” in via Pasquale Vitiello. Bar che all’epoca dei fatti era gestito da Teresa Cannavacciolo nota per i suoi precedenti legati allo spaccio. Le in indagini della Direzione distrettuale antimafia hanno portato alla luce l’esistenza di due sodalizi che si occupavano della cessione di stupefacente sia a Scafati che in altre zone dle comprensorio. Il primo gruppo fceva capo a Giovanni Barbato Crocetta e Angelo Sorrentino; il secondo di tipo familiare era formato da Francesco Squillante, Teresa Cannavacciuolo, Andrea Carotenuto, Morena Carotenuto, Vincenzo Carotenuto, Raffaele Squillante. Il gruppo di Crocetta Barbato riforniva, all’occorrenza il secondo gruppo. Entrambi gestivano le piazze di spaccio e i propri circuiti di clientela ed erano accomunati dall’esistenza di rapporti familiari al proprio interno, che rafforzavano il vincolo associativo tra i solidali. Il gruppo di Giovanni BarbatoCrocetta e Angelo Sorrentino aveva anche stretto rapporti con soggetti appartenenti ai clan camorristici quale i Matrone di Scafati e Aquino – Annunziata di Boscoreale. Tra le fonti di approvvigionamento è stata anche accertata la capacità di attingere da fornitori in Olanda, come suffragato dal coinvolgimento di Carmine Alfano Vincenzo Alfano e Pasquale Rizzo nell’acquisto di una partita di droga successivamente sequestrata (26 giugno del 2015) dalla polizia tedesca con il contestuale arresto di Vincenzo Alfano e Rizzo Pasquale. I due furono trovati in possesso (provenieti dall’Olanda) di un chilo di cocaina e di 4 chilogrammi di marijuana. Per quanto concerne il secondo gruppo gli inquirenti hanno anche accertato il coinvolgimento di minori, anche meno di 14 anni,. Questi venivano impiegati in ausilio delle rispettive madri nello svolgimento delle attività illecite. Caso segnalato alla Procura presso il Tribunale dei minori. L’attività di spaccio aveva modelli operativi standardizzati: richieste telefoniche con linguaggio criptico e riferimenti convenzionali atti a dissimulare l’attività illecita. Non vi erano luoghi prestabiliti per le cessioni, questi erano occasionali: luoghi pubblici, adiacenze di abitazioni, scuole e luoghi pubblici. Lo stupefacente veniva invece custodito nelle adiacenze delle abitazioni al fine di agevolare il pronto prelievo. Ogni singolo gruppi effettuava circa 100 cessioni al giorno per un introito non inferiore a 2000 euro ciascun gruppo.

 

Ordinanza di custodia cautelare in carcere per Carmine Alfano nato a Torre del Greco il 13/04/1984; Giovanni Barbato Crocetta nato a Scafati il 14/03/1993; Francesco Berritto nato a Scafati il 30/07/1993, Teresa Cannavacciuolo nata a Pompei il 05/02/1982, Andrea Carotenuto nato a Pompei il 20/06/1989, Gennaro Castaldo nato a Castellammare di Stabbia il 27/07/1981; Gabriele Desiderio nato a Scafati il 24/01/1991;Annabella Guarracino nata ad Acerra il 17/02/1993; Daniele Antonio Incannella nato a Nocera Inferiore il 09/10/1997; Giuseppina Inserra nata a Scafati il 26/10/1982; Alessandro Lanzieri nato a Scafati il 06/02/1967; Pasquale Longobardi nato a Torre Annunziata il 19/061996; Alfonso Mainenti nato a Scafati il 15/03/1991; Francesco Mainenti nato a Pompei il 27/02/1982; Veruska Muollo nata a Torre Annunziata 19/06/1976; Pietro Paoletti nato a Torre Annunziata il 16/02/1990; Raffaele Rispoli nato a Torre Annunziata il 16/06/1976; Angelo Sorrentino nato a Nocera Inferiore il 08/11/1986; Francesco Squillante nato a Cava de’Tirreni il 15/01/1983; Raffaele Squillante nato a Scafati il 17/10/1989; Salvatore Squillante nato a Nocera Inferiore il 06/07/1981; Giovanni Tufano nato a Castellammare di Stabia il 06/03/1979. Ai domiciliari sono finiti: Maria Grazia Acanfora nata a Boscoreale il 06/08/1960; Teresa Aquino nata a Pompei il 26/12/1968 Pasquale Ascione nato a Boscotrecase il 27/06/1971; Morena Carotenuto nata a Pompei il 13/10/1986; Teresa Fienga nata a Pompei il 13/11/1997; Nadia Karakhi nata a Scafati il 01/01/1995; Giuseppina Langella nata a Pompei il 28/03/1983; Carmela Maineneti nata a Scafati il 10/12/1992; Giovanna Paoletti nata a Castellammare di Stabia il 29/05/1996, Antonio Pedone nato a Nocera Inferiore il 06/10/1994, Maria Ruotolo nata a Pompei il 28/06/1995, Antonio Santonicola nato a Pompei il 30/01/1981, Anna Sicignano nata a Scafati il 15/01/1971.




Cerca di consegnare driga e cellulari a cliente detenuto, in manette avvocato

Dopo essere stato denunciato dalla Polizia Penitenziaria e ascoltato dagli inquirenti, la Procura di Salerno, nell’immediatezza dei fatti, ha disposto la misura cautelare del carcere nei confronti dell’avvocato Giuseppe Scandizzo, il 39/enne che nei giorni scorsi, nella sala colloqui riservata ai legali del carcere di Salerno, ha tentato di passare dieci cellulari (8 smartphone e 2 microcellulari) e droga (cocaina e hashish) a un detenuto suo cliente. Il professionista, sentito dal pubblico ministero Rinaldi, si è avvalso della facoltà di non risponedere. Al professionista la procura, coordinata dal capo Giuseppe Borrelli, contesta il reato di cessione di sostanze stupefacenti. Nessuna contestazione invece in merito al tentativo di introdurre i telefoni in carcere, per il quale non è contemplata alcuna fattispecie di reato. Nella giornata di ieri il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno di Salerno si è pronunciato in merito alla vicenda. “La gravità dell’accaduto e la frequenza con cui si riscontrano tali analoghi episodi nelle carceri italiane – sostengono Giuseppe del Sorbo e Ciro Auricchio, rispettivamente segretario nazionale e regionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp – pensiamo che non sia più differibile una specifica fattispecie di reato per l’introduzione di telefonini in carcere, prevedendo la reclusione fino a 4 anni, così come avviene negli altri paesi della Unione Europea. S periamo che l’arresto dell’avvocato sia da monito per la classe politica affinchè siano introdotte misure più rigorose per arginare tali illeciti”. Il consiglio dell’ordine degli avvocati, presieduto da Silverio Sica ha trasmesso gli atti alla commissione disciplinare chiedendo l’attuazioni di provvedimenti urgenti. Il legale, potrebbe essere sospeso dall’attività. pieffe




Scarcerato dal Riesame, Raffaele Iavarone da ieri è di niuovo in cella a Fuorni

Raffaele Iavarone torna dietro le sbarre. E’ durata pochi giorni la libertà per il 38enne salernitano. Nel pomeriggio di ieri, personale della Squadra Mobile della Questura di Salerno ha dato esecuzione all’Ordinanza di Applicazione della Misura Cautelare della custodia in carcere, emessa dal Tribunale di Salerno, nei confronti di Raffaele Iavarone, 38enne di Salerno. L’uomo era già stato sottoposto alla misura della custodia in carcere presso la Casa Circondariale di Salerno Fuorni, perché arrestato nell’ambito dell’operazione “Patriot” del 16 luglio scorso, per i reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L’11 agosto scorso, il Tribunale di Salerno – Sezione Riesame ha dichiarato l’inefficacia di quest’ultima misura custodiare applicata nei confronti de 38enne, per omessa notifica dell’avviso dell’udienza al codinfensore, scarcerandolo. Trattandosi di una decisione fondata su motivi formali, ritenendo ricorrenti le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, atteso che l’attività delittuosa accertata a carico di Iavarone è di particolare gravità per il suo ruolo di promotore, organizzatore e gestore di un’organizzazione dedita al narcotraffico, capace di smerciare grossi quantitativi di droga, di disporre di armi anche da guerra e di trovare canali di rifornimento dello stupefacente, la mancata adozione di una misura cautelare nei confronti dell’indagato costituisce un’esposizione a pericolo per la collettività, con il provvedimento odierno è stata disposta l’adozione della massima misura detentiva. L’indagato, terminate le formalità di rito, è stato nuovamente associato alla Casa Circondariale di Salerno.

pieffe

 




Un bagno in piscina fa scattare di nuovo i sigilli a Villa Wenner

di Pina Ferro

Villa Wenner finisce nuovamente nel mirino della magistratura. Un tuffo in piscina, ripreso da alcuni obiettivi, alla base della nuova decisione del magistrato che ha disposto nuovi sigilli alla struttura. Era il 12 agosto, come si legge in una nota della proprietà della struttura, quando viene notificato alla famiglia Scarpa, proprietaria dell’antica dimora dei Wenner, un nuovo sequestro preventivo (area piano terra, piscina e giardino) dell’amministrazione giudiziaria. A disporre il provvedimento p stato il sostituto procuratore Claudia D’Alitto. I sigilli sono giunti a distanza di sette giorni dall’atto che stabiliva il dissequestro per un perdiodo pari a 30 giorni, (4 agosto). Il dissequestro disposto del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno, Maria Albarano, aveva lo scopo di consentire l’esecuzione di attività ordinarie e straordinarie di manutenzione, regolarmente avviate dalla famiglia Scarpa. “L’origine del provvedimento di sequestro risale al 2 marzo 2020, – si legge nella nota – quando la magistratura notifica alle sorelle Scarpa un sequestro giudiziario per presunti schiamazzi e presunte irregolarità amministrative (comunicazione al portale alloggiati.web della questura, da verificare, in quanto l’estensione all’obbligo di denuncia al portale per gli affitti anche inferiori alle 24h esiste solo per le strutture ricettive, e villa Wenner non lo è mai stata). In quella data fu effettuato un blitz di nove esponenti delle forze dell’ordine (tra carabinieri del Nas e guardia di Finanza) . In quell’occasione a Rosa Scarpa fu anche sequestrato il suo computer personale, poi restituito”. Dal 3 marzo al 4 agosto la villa storica del 1862, con tele affrescate, giardino e piante secolari di particolare pregio, non ha potuto avere regolare manutenzione. Sulla base delle ripetute richieste degli avvocati, si arriva al 4 agosto, giorno della notifica del dissequestro temporaneo per la manutenzione. Cominciano le attività e i lavori, ma il giorno 12 agosto viene notificata alle proprietarie un ennesimo sequestro perché, su segnalazione della vicina, che produceva materiale fotografico autonomamente procurato insieme alla polizia giudiziaria, le sorelle Scarpa risultavano in acqua in piscina in “atteggiamento ludico”. “Che bagnarsi nella propria piscina di casa fosse cosa proibita o che il dissequestro temporaneo fosse solo un permesso esclusivo per le attività di ripristino, non risulta agli atti”. Le proprietarie intendono unicamente sottolineare il carattere vessatorio e persecutorio di alcuni esponenti del vicinato e il rischio che i continui provvedimenti di sequestro rappresentano per villa Wenner, bene storico tutelato e patrimonio di tutto il territorio. “Si fa presente con l’occasione che tutti gli introiti dovuti alle locazioni del bene sono sempre stati per la totalità investiti nel mantenimento e nel decoro della struttura”.




Per Cosimo Melillo resta solo l’accusa di corruzione

di Pina Ferro

Dovrà rispondere solo di corrizione l’imprenditore battipagliese Cosimo Melillo, arrestato nello scorso mese di giugno per una vicenda relativa a presunte truffe poste in essere ai danni dei cittadini di Battipaglia che si rivolgevano ai servizi cimiteriali del Comune della Piana del Sele.
Il tribunale del riesame ha accolto parzialmente l’istanza di Costantino Cardiello, difensore dell’imputato.
I giudici del Riesame dopo aver esaminato gli atti hanno annullato in gran parte l’ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno, confermando solamente l’ipotesi di reato di corruzione.
Cosimo Melillo imprenditore edile 59enne era stato destinatario di una misura cautelare ai domiciliari con braccialetto elettronico, eseguita dai carabinieri della compagnia di Battipaglia. Insieme all’imprenditore finirono nei guai anche due dipendenti del Comune.
Per tutti le accuse erano di corruzione, truffa aggravata e abuso d’ufficio.
L’indagine, avviata l’estate scorsa dall’Arma, traeva origine dall’anomala presenza all’interno del cimitero di Battipaglia di Melillo, soggetto già gravato da una condanna per 416 bis del 2008, in quanto ritenuto sodale del clan camorristico “Giffoni – Noschese”, all’epoca egemone sul territorio. In particolare, aveva destato sospetto il fatto che quest’ultimo eseguisse la quasi totalità delle operazioni di polizia mortuaria, fuori dai formali circuiti amministrativi dell’ente locale.
Secondo la Procura vi sarebbe stati uno stabile patto corruttivo tra pubblici funzionari ed imprenditori in danno del Comune di Battipaglia e dei privati cittadini, indotti con l’inganno a versare somme di danaro dall’ammontare variabile per ottenere i servizi cimiteriali. L’operazione denominata “Ade” ha svelato come i due impiegati comunali sospesi, in combutta con l’uomo, violassero stabilmente tale regime, intascando direttamente i soldi da parte di privati cittadini.




Cilento, false fatture per incassare fondi pubblici nel settore edile: 21 denunce

Su disposizione della Procura della Repubblica di Vallo della Lucania, i Finanzieri dei Comando Provinciale di Salerno hanno eseguito un sequestro preventivo nei confronti di sette soggetti, indagati per i reati di truffa aggravata, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e subappalto illecito. II provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale cilentano a conclusione delle attività di verifica fiscale, condotte dalle Fiamme Gialle di Vallo della Lucania, sul conto di alcune imprese edili operanti nel settore dei pubblici appalti.

Gli sviluppi investigativi hanno, infatti, permesso di riscontrare che le società verificate, anche con la connivenza di alcune ‘cartiere’ e di soggetti prestanome, emettevano ed utilizzavano fatture per operazioni inesistenti al fine di contabilizzare costi relativi ad opere mai realizzate, incassando indebitamente fondi pubblici, europei e regionali. A partire dall’analisi della documentazione acquisita, i militari hanno poi ricostruito l’intero sistema di gestione delle gare, appurando che la realizzazione dei lavori veniva illecitamente concessa in subappalto, senza alcuna autorizzazione da parte delle stazioni appaltanti. All’esito delle indagini, sono stati così denunciati 21 responsabili ed è stata data esecuzione al decreto di sequestro preventivo per equivalente, finalizzato alla confisca, di beni e disponibilità finanziarie fino alla concorrenza di 735mila euro.




Truffe ai servizi cimiteriali comunali In manette l’imprenditore Melillo

di Pina Ferro

Truffa ai danni dei cittadini che usufruivano dei servizi cimiteriali del comune. A portare alla luce quanto accadeva all’interno del cimitero di Battipaglia sono stati i carabinieri della compagnia di Battipaglia agli ordini del maggiore Vitoantonio Sisto che, nella mattinata di ieri, hanno eseguito un’ordinanza I militari hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno nei confronti di Cosimo Melillo, imprenditore edile 59enne, Teodoro Loffredo, 61enne dirigente del servizio cimiteriale del Comune di Battipaglia, e Ranieri Vitale, 58enne dipendente comunale addetto proprio servizio cimiteriale. Nei confronti dell’imprenditore sono stati disposti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, mentre per gli altri due soggetti è stata disposta la sospensione dall’esercizio dei pubblici uffici. I tre sono accusati di corruzione, truffa aggravata e abuso d’ufficio. L’indagine, avviata l’estate scorsa dall’Arma, trae origine dall’anomala presenza all’interno del cimitero di Battipaglia di Melillo, soggetto già gravato da una condanna per 416 bis del 2008, in quanto ritenuto sodale del clan camorristico “Giffoni – Noschese”, all’epoca egemone sul territorio. In particolare, ha destato sospetto il fatto che quest’ultimo eseguisse la quasi totalità delle operazioni di polizia mortuaria, fuori dai formali circuiti amministrativi dell’ente locale. Le indagini, dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica di Salerno, hanno portato alla luce uno stabile patto corruttivo tra pubblici funzionari ed imprenditori in danno del Comune di Battipaglia e dei privati cittadini, indotti con l’inganno a versare somme di danaro dall’ammontare variabile per ottenere i servizi cimiteriali. Al Cimitero di Battipaglia, oltre ai due dipendenti coinvolti, erano assegnati diversi operai specializzati abilitati a svolgere le operazioni di polizia mortuaria, che di fatto erano inutilizzati. L’operazione denominata “Ade” ha svelato come i due impiegati comunali sospesi, in combutta con l’uomo, violassero stabilmente tale regime, intascando direttamente i soldi da parte di privati cittadini. Tra le misure irrogate, vi e’ anche il sequestro preventivo “per equivalente” di somme di denaro, ovvero di beni mobili ed immobili appartenenti agli indagati fino a concorrenza degli importi costituenti il documentato profitto dei reati, ammontante a circa 25mila euro.