Pillole per una Nuova Storia Letteraria 070 di Federico Sanguineti

                                            Tema. La prima poetessa. Svolgo.

 

Di Federico Sanguineti

Si deve a Vittorio Formentin e Antonio Ciaralli la scoperta, di cui si dà notizia su “Lingua e Stile” (LVII, 1, giugno 2022, pp. 3-37), di uno “tra i più antichi documenti delle origini romanze”, precisamente di “un’esile traccia poetica volgare, vergata tra il IX e il X secolo sul vivagno di un codice del secolo VIII”, entro un manoscritto conservato a Würzburg e contenente omelie di Origene: Un frammento di “canzone di donna” in volgare dell’alto medioevo. Per dire la cosa nella maniera più chiara possibile, si tratta del più antico verso della poesia italiana, per l’esattezza di un settenario trocaico ritmico (— x | — x | — x | — x || — x | — x | — ∪ ), in cui una ragazza si rivolge serenamente alla madre comunicandole le sue prime avventure erotiche (o, se si preferisce il romantico linguaggio del patriarcato borghese, i primi turbamenti amorosi): “Fui eo | madre in | civi- | tate || vidi | one- | sti io- | vene”. Vale la pena sottolineare che qui non si tratta del solito Dante a cui appare una più o meno stereotipata Beatrice “tanto gentile e tanto onesta” (come nel celeberrimo sonetto), ma viceversa di una Beatrice che invece di andare a spasso per l’aldilà, magari fin oltre le colonne d’Ercole del cielo di Venere o del Primo Mobile (Oltre la spera che più larga gira…), resta coi piedi ancorati per terra, pronta felicemente a scoprire l’esistenza di più di un onesto giovane (con plurale asintagmatico che rinvia, per la felicità di esperti di filologia e linguistica, all’area italoromanza). Non, a dirla tutta, la consueta infermiera salvifica scolasticamente destinata a sottrarre alle infernali tenebre della “selva oscura” l’anima smarrita di qualche sommo Poeta di mezza età, secondo la pedagogia borghese di matrice desanctisiana, cioè una di quelle ragazze che vanno in paradiso, bensì una di quelle che, come spiega Ute Erhardt, vanno dappertutto: Gute Mädchen kommen in den Himmel, böse überall hin (1994). Insomma: “Fui eo, madre in civitate, vidi onesti iovene”. Sorge spontanea a questo punto, più in generale, la seguente domanda: quando le donne hanno cominciato a scrivere poesie? Per quello che è dato sapere, le poetesse sono nate (e non solo nei cosiddetti secoli bui, ma da sempre) prima dei poeti. Come chiarito in data 15 gennaio 2012 dall’archeologo Paolo Matthiae, con un articolo apparso su “Il Sole 24 ore”, il primo poeta “il cui nome sia noto dalla tradizione successiva, ma soprattutto da fonti contemporanee è una donna” (Il primo poeta, una donna). Ne parla in tal senso, nel 2016, a p. 70 di una storia del Vicino Oriente pubblicata a Oxford ma (non ancora) tradotta in italiano, entro un paragrafo intitolato The Kings of Akkad, anche l’assirologo Marc Van de Mieroop (A History of the Anctien Near East ca. 3000-323 BC.). Benché sia ignorata dalla manualistica scolastica, dove al più si fa parola di Saffo, a questa scrittrice (XXIV secolo a. C.) è dedicata, grazie alla globalizzazione in rete, una voce su Wikipedia da cui si apprende che, vissuta poco meno di un paio di millenni prima di colei che renderà celebre l’isola di Lesbo (VI sec. a. C.), fu figlia del re accadico Sargon nonché sacerdotessa. La poesia si chiude con l’invocazione alla dea Inanna (in sumerico; in accadico: Iŝtar) e con il ritorno vittorioso della dea e della sacerdotessa nel santuario di Ur. Finalmente l’inno ebbe un riconoscimento nella letteratura sumerica, “considerata in quell’ambito come uno dei dieci componimenti religiosi più notevoli, l’unico di cui peraltro conosciamo l’autore”, anzi l’autrice: Enḫeduanna.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 068 di Federico Sanguineti

                                           Tema. Agamennone e Binasco. Svolgo.

 Di Federico Sanguineti

Il primo a fissare un canone letterario europeo è Dante, che non esita a considerare Omero “poeta sovrano” (If IV 88), per affiancarlo poi ad Euripide (Pg XXII 106), il più tragico dei tragici, con cui, dal 24 maggio al 12 giugno 2022, grazie ad attrici e attori d’eccezione, si misura Valerio Binasco (Fonderie Limone di Moncalieri). Dalle note del regista, che si riserva il ruolo, a prima vista impossibile, di ποιμήν λαών (“pastore di popoli” in Iliade II 243), cioè di Agamennone, si apprende che Ifigenia e Oreste sono “spettacoli severi, spogli di richiami visivi fini a sé stessi”. Con questo rigore interpretativo, le “due tragedie di Euripide attraverso il mito e la famiglia” si presentano nella loro autenticità al punto che, cancellato ogni deus ex machina, il pubblico si trova di fronte a una rappresentazione che evoca l’onestà intellettuale ed emotiva con cui il compianto Vittorio Sermonti legge alla radio le Metamorfosi di Ovidio o il poema di Dante. Unico in Italia, nasce così un teatro che è teatro tout court, senza la (duplice) retorica dell’accademia e dell’avanguardia. In un caso, Binasco non ignora né la mediazione di Racine (1674) né Iphigenia 2.0 di Charles L. Mee (2007), ma se le scrolla di dosso felicemente, come due scogli lasciati alle spalle. Nell’altro, non è più l’Oreste di monsignor Giovanni Rucellai rappresentato al Collegio Clementino nelle vacanze del Carnovale del 1726, ma neppure un riadattamento, come quello di Marco Bellocchio nel 2013. È teatro invece d’attore puro, dove ogni mitologia (compresa quella che Lukács definisce “ideologia della deideologizzazione”) si rivela e si scioglie materialisticamente e storicamente per quello che è: mera patologia. Sulla scena, composta da una sorta di passerella che crea per il pubblico uno spazio d’azione idealmente infinito, in un grumo metaforico ma al tempo stesso realistico, non ci sono che esseri umani: “Lo so, lo so che non c’è dolore imposto dagli dèi che la natura umana non sia in grado di sopportare, lo so, ma quello che è successo a noi è così atroce che non è umano riuscire a sostenerlo”. Così memorabilmente esordisce Giordana Faggiano nella parte di Elettra. E prosegue: “Devo raccontarvi cose di cui non ho voglia di parlare, ma lo faccio perché sappiate come tutta la storia della nostra famiglia sia da sempre intrisa di violenza e di sangue versato fra parenti: mi basta dirvi che l’uomo conosciuto nel mondo come Atreo, che noi avremmo chiamato nonno, uccise i figli di suo fratello Tieste e gliene fece mangiare le carni ad un banchetto; nostro nonno ebbe due figli, Menelao, che prese in moglie Elena (una donna maledetta dagli dèi) e Agamennone (nostro padre), che sposò Clitemnestra ed ebbero quattro figli: Ifigenia, Crisotemi, Elettra (che sono io) e Oreste (che è lui); e tutti noi quattro nascemmo in una scia di sangue da una madre assassina e sacrilega che, trascinata dalla voglia del suo amante (un miserabile di nome Egisto), uccise nostro padre, facendolo a pezzi senza pietà per vendicare l’assassinio di nostra sorella Ifigenia…”. Nella tragedia greca si fa insomma conscio l’inconscio collettivo e individuale di ognuna e di ognuno. Senza pornografia del dolore, in questo psicodramma si risale infatti alla radice stessa della gerarchia patriarcale che è alla base della cultura dominante occidentale oggi globalizzata con i suoi “valori” ipocritamente familiari, ipocritamente patriottici e ipocritamente militari. Finalmente fuori da ogni melodramma, sembra chiedersi Binasco (e il pubblico con lui), quando ne usciremo?




L’editoriale/ Stelle cadenti

di Arturo Calabrese

Solitamente quando si coglie con lo sguardo una stella cadente, si esprime un desiderio. Si “chiede” alla stella di far avverare quel recondito sogno dedicato ad una persona amata, ad un posto di lavoro o alla serenità nella propria esistenza. Le stelle che cadono oggetto del titolo non faranno realizzare alcun sogno, anzi lo distruggono. Il Movimento 5 Stelle è ufficialmente finito. Uno dei punti di riferimento dei pentastellati, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è in rotta di collisione con l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte e decide di abbandonare la nave. Non lascia la comoda poltrona della Farnesina, ma in modo figurato quella della Camera che cambia soltanto colore in quanto viene costituito un altro gruppo insieme ad altri cinquanta.

Perché questa scelta? Difficile a dirsi. Sicuramente incomprensioni come accade nelle migliori coppie, ma è da tenere in considerazione il fatto che l’anno prossimo si voterà per il rinnovo del parlamento e Luigino, rimanendo coi 5 Stelle, non potrebbe ricandidarsi perché nello statuto vige il vincolo del doppio mandato. Il fine giustifica i mezzi, bene ricordarlo, e dunque anche una scissione diventa legittima. Appurato ciò, il dato di fatto che emerge è un altro. I governanti italiani, coloro i quali dovrebbero lavorare per il bene e per il futuro di questo Paese, litigano e mettono il broncio. Di Maio sceglie il momento peggiore per litigare: il Covid non è ancora alle spalle, i prezzi aumentano, il carburante è ai massimi storici, le aziende faticano a pagare le bollette dell’energia, il salario minimo è un miraggio, la legge sul fine vita è utopia, in Europa c’è una guerra e Di Maio che fa? Non gioca più e porta via il pallone.

Il Movimento 5 Stelle si rivela sempre più un grandissimo fallimento. L’inizio della fine è stata la vittoria alle elezioni del 2018, poi pian piano le stelle sono diventate stalle. Il Movimento ha tradito i propri elettori, mancando la quasi totalità delle promesse, a eccezion fatta del Reddito di Cittadinanza su cui tanto si potrebbe discutere. Luigi Di Maio, dunque, ha messo fine a un sogno e spiana la strada al centrodestra unito, prossima forza politica che governerà l’Italia. Quelli che volevano cambiare il sistema gettano la maschera e fanno capire le loro vere intenzioni, non molto diverse da quelle della politica che dicevano di voler combattere. Adesso, Di Maio può dialogare con chiunque.

Ma questa è un’altra storia…




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 067 di Federico Sanguineti

                                                    Unesco e Scuola Medica a Salerno

 

 Di Federico Sanguineti

Al fine di dare un contributo al riconoscimento della Scuola Medica Salernitana a patrimonio immateriale dell’umanità varrebbe la pena prendere in considerazione la presenza di questa istituzione nella storia letteraria europea, a cominciare da testimonianze come il serventese di Peire Bremon Ricas Novas contro Sordello (BdT 330.6 v. 8), la cosiddetta ‘metgia’ di Aimeric de Peguilhan (BdT 10.26 v.12), la ‘tenso’ fra Guillem Rainol d’Az e Guillem Magret (BdT 231.3 = 223.5 v. 48), per venire a quanto scrive Uc de Saint Circ a proposito di Cunizza da Romano (BdT 457.28), condannata con l’argomento secondo cui (nella versione di Bertoni) “[a]llorché una donna si svia o fa uno sbalzo [fuori dal retto sentiero], è inutile che si consulti neppure con un medico di Salerno” (meige de Salerna, v. 12). Quindi, nel Mare amoroso (v. 301), “li miglior” medici del mondo “sono di Salermo” [sic]. In un sonetto di Cecco Angiolieri, Per ogni oncia di carne che ho addosso, si ha la domanda “Ma quale vita è santa e benedetta / secondo i gran maestri [ms. medici] di Salerno?” con la risposta “stu vòi star san, fa’ ciò che ti diletta”. E, venendo al Quattrocento, Burchiello denuncia l’indigenza (“povertà di verno”) come malattia mortale: “Già non vi val, a quel cotal dolore, / nessuna medicina di Salerno”. Ma conviene puntare su Dante, ai cui occhi, anziché patologico caso, Cunizza sana e salva appare “lietamente” (Pd IX 34). Nel curare la voce ‘medicina’ nell’Enciclopedia Dantesca, Michele Rak evoca infatti non solo l’iscrizione del sommo Poeta all’Arte dei medici e degli speziali e la sua designazione come ‘maestro’ (titolo spettante alla categoria), nonché la rappresentazione con ‘lucco rosso’ (caratteristico dell’ordine), ma richiama l’attenzione sulle più eterogenee specializzazioni: la “psicologia fisiologica” i cui elementi sono “ben presenti presso la scuola medica salernitana” (l’“anima” in quanto “virtute attiva” in Pg XXV 52), la ginecologia di Trotula (l’apparato sessuale femminile “perfetto loco” in Pg XXV 48), la “dottrina delle febbri” (“la quartana” in If XVII 86 e la “febbre aguta” in If XXX 99), nonché “uno studio sistematico dell’anatomia attraverso la pratica delle dissezioni” (le “giunture” in Pg XXVI 57). Naturalmente non occorre poi ricordare i medici presenti, a più riprese, nel Novellino di Masuccio Salernitano. Più singolare, un secolo dopo, è la novella terza della penultima deca degli Ecatommiti del ferrarese Giovan Battista Giraldi Cinzio (1504-1573), dove, benché in grado di custodire la scienza delle “mulieres salernitanae” (a cui Federica Garofalo nel 2020 dedica il “racconto ad episodi” Storie di donne e di cura edito da Robin), scambiando farmaco con veleno, una “gentildonna Salernitana”, Placida, uccide involontariamente il figlio Perpetuo e, nell’impossibilità di darsi pace, tentato il suicidio, impazzisce. Si giunge così, nell’Ottocento, al secondo capitolo delle Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo (1831-1861), in cui il dottor Sperandio, pur avendo “percorso gli studi a Padova”, “nominava con maggior venerazione la scuola di Salerno” e “nelle ricette poi si teneva molto ai semplici”, memore insomma del Regimen Sanitatis. Nel Novecento letterario, l’ultimo medico di scuola salernitana è “il dottor Tafuri” ‒ Antonio Tafuri (1925-1998) ‒, ricordato finalmente dal genovese, ma cittadino onorario di Salerno, Edoardo Sanguineti (1930-2010), nella lirica 16 della raccolta Postkarten (1972-1977).




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 065 di Federico Sanguineti

                                               Tema. Clarice Tartufari. Svolgo.

Di Federico Sanguineti

Clarice Gouzy, meglio nota come Clarice Tartufari (nata a Roma nel 1868, morta a Bagnore di Santa Fiora, vicino a Grosseto, nel 1933), di tutte le scrittrici del Novecento è la più ingiustamente dimenticata: orfana, fin da giovanissima, di entrambi i genitori, fu precoce autrice di testi poetici, teatrali e narrativi. Non sembra tuttavia che le abbia giovato il giudizio, da sottoscrivere senza riserve, formulato da Benedetto Croce quando, confrontandola con il premio Nobel Grazia Deledda, le riconobbe “temperamento assai più robusto, sguardo più ampio e un sentire più vigoroso e compatto”. Fra le opere maggiormente riuscite, che la rendono superiore a Matilde Serao, Carolina Invernizio e Ada Negri, basterebbe ricordare, per il teatro, La testa di Medusa (1910), opera di tale eccellenza da superare l’intero teatro di Pirandello, e per la narrativa, al romanzo postumo, L’uomo senza volto, evocante, già dal titolo, il celebre Uno, nessuno e centomila: ma, mentre l’ultimo dei romanzi pirandelliani, pubblicato fra il 1925 e il 1926 su “La fiera letteraria”, è l’odissea di un individuo, Vitalangelo Moscarda, sorpreso dalla moglie che lo vede “insolitamente indugiare davanti allo specchio” (e lo “specchio” è onnipresente nelle ossessioni del protagonista), il personaggio al centro dell’attenzione di Tartufari non ha bisogno di guardarsi allo specchio per vivere la propria odissea: egli è, a causa delle vicende della guerra, un “uomo piegato sopra di sé quasi in due” che, dato per morto e dichiarato “disperso dal giugno 1916”, viene riconosciuto da un connazionale “nell’anticamera del consolato italiano a Varsavia”. Così Rodolfo Ircati, già professore di matematica all’Istituto tecnico Leonardo da Vinci a Roma, recuperata formalmente la propria identità anagrafica, si ritrova spedito nella capitale italiana, dove recupera la sua Penelope, Delia, con tre bambini ormai adolescenti, un maschio e due femmine, abitanti non più in via Salaria, ma in via Savoia: “L’uomo, sempre seduto nella poltrona, aveva sollevato il capo per ascoltare le vicende che avrebbero dovuto essere le vicende proprie ed erano la storia arbitraria di vicende insussistenti. Aggrottava la fronte; non si raccapezzava. Era vivo o era morto? E di quegli altri, moglie, figli, parenti, cosa ne era stato, cosa avevano fatto in tutti quegli anni?” (pp. 23-24). Egli è insomma un Ulisse che, non riuscendo più a riconoscersi, colpito dai traumi della guerra, non riesce a ricostruirsi, al punto che sembra sbarcare dall’arca di Noè: “Quante persone in una persona sola! Professore, marito, tenente combattente, prigioniero, boscaiolo, spaccalegna, operaio, contadino, servente fuochista, e sempre in aria, fra cielo e terra, da sonnambulo che cammina sopra una corda” (p. 45). Le conseguenze sono disastrose: la moglie, cessando di essere “vedova di guerra”, perduto ogni diritto alla pensione, si ritrova in miseria, con un consorte in più sulle spalle, al tempo stesso perduto e ritrovato, la cui personalità resta comunque “sepolta sotto la grave mole degli anni”. Insieme all’impossibilità di un futuro, è il passato a travolgerlo: “La moglie, la vedova bella, di una bellezza morbida, insidiosa, cogli occhi cerchiati di viola, languenti di voluttà. E i figli? Le bambine, il maschietto? Avrebbe potuto passargli accanto senza riconoscerli, né esserne riconosciuto” (pp. 49-50). Oltre che la demitizzazione del mito di Ulisse, è finalmente il rovescio realistico dell’allegorica odissea, dalle 8 del mattino alle due di notte del 16 giugno 1904, di James Joyce.




La guerra e il repower dell’Unione Europea

Di Alessia Potecchi*

L’impatto della guerra si fa sentire sull’andamento della crescita economica europea. La Commissione Europea ha certificato che le stime per per la crescita per l’anno in corso sono in ribasso sia nell’UE che nell’euro zona. È prevista una crescita del PIL del 2,7% e del 2,3% nel 2023 mentre ad inizio anno era previsto un + 4% e il 2,8%, 2,7% nell’area dell’euro. Per l’Italia abbiamo una crescita del 2,4% rispetto al 4,1% che era il dato di febbraio e 1,9% nel 2023 rispetto a quanto previsto in precedenza che era il 2,3%. L’inflazione è attestata intorno al 6% in area euro così come per l’Italia. Il tutto e’ condizionato ovviamente dall’andamento e dal prolungarsi della guerra. Occorre utilizzare al meglio le risorse europee previste dal Next Generation EU e attuare il PNRR in tutti i suoi programmi oltre ad affrontare il discorso della transizione ecologica e a divenire indipendenti dalle fonti energetiche della Russia al più presto. La situazione va tenuta sotto controllo e va incrementata con ulteriori adeguati provvedimenti che vanno messi in campo a livello europeo per fare fronte alla crisi e puntare al rilancio economico. Va affrontato al più presto e a livello comunitario la transizione ecologica che deve essere giusta e prevedere il dialogo sociale, vanno utilizzati fondi pubblici e privati. Per gestire l’impatto sociale e regionale della transizione verde è necessario riconoscere la disparità tra le diverse regioni europee e la Commissione Europea sostiene il dialogo con le parti sociali a tutti i livelli.  I prezzi dell’energia e delle materie prime sono in aumento, si registra una profonda carenza nell’approvvigionamento delle materie prime, le disuguaglianze stanno aumentando e la transizione sta viaggiando ad una velocità diversa in tutta Europa. L’Europa deve diventare autosufficiente dal punto vista energetico. Tra gli strumenti messi in campo dalla Commissione Europea vi è il programma REPowerEU che mira a diversificare le forniture di gas, accelerare la diffusione dei gas rinnovabili e sostituire il gas nel riscaldamento e nella produzione di energia. Tali misure mirano alla riduzione della domanda di gas russo di due terzi entro la fine dell’anno in corso. Entrando nel dettaglio : cambiare fornitori per il gas, crescita più veloce delle rinnovabili con obiettivo alzato di 5 punti al 45% entro il 2030, più impegno sul fronte del risparmio energetico e una nuova strategia solare. L’obiettivo del Piano è quello di portare a zero la dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, abbattendo già di 2/3 le importazioni di gas da Mosca entro la fine di quest’anno. Per il gas e per la diversificazione delle forniture ci sarà la EU Energy Platform. Si tratta di un programma per mettere in comune la domanda, coordinare l’uso delle infrastrutture di importazione, stoccaggio e trasporto e negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, Gnl e idrogeno. Il tutto sarà affiancato da un meccanismo per facilitare gli acquisti comuni di gas e scongiurare una concorrenza interna che rallenterebbe il processo di diversificazione. Nel  Repower EU troviamo un capitolo importante dedicato allo sviluppo delle rinnovabili. La nuova EU Solar Strategy  punta a sfruttare l’altissimo potenziale dei tetti fotovoltaici . Entro il 2026 saranno interessati tutti i nuovi edifici commerciali e pubblici con un’area utile maggiore di 250 m2 e l’anno successivo scatterà l’obbligo anche per gli edifici già esistenti. Tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029. L’indipendenza energetica rafforzerà ancora di più l’Unione Europea. Quindi autonomia, indipendenza e sicurezza sono i tre obiettivi strategici del Piano, una sfida per cambiare in maniera strutturale il sistema energetico europeo. Tutto questo necessiterà di investimenti importanti e di riforme come ha detto la Presidente della Commissione europea Von Der Leyen che mobiliteranno 300 miliardi di euro, tutte risorse già esistenti, 225 miliardi sono prestiti non allocati del Recovery Fund, 20 miliardi del Fondo riserve del mercato ETS e poi abbiamo i trasferimenti che possono effettuare i paesi membri da progetti strutturali a progetti per il PNRR, i cosiddetti fondi di coesione e i fondi agricoli. Un Piano molto ambizioso ma partiamo sicuramente da fondamenta solide ed è alla portata dell’Unione europea che si è consolidata in questi ultimi anni e sa che oggi più che mai deve procedere in maniera sinergica e coesa per affrontare i cambiamenti che la attendono.

 

Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza

 del Pd Metropolitano di Milano

 




Pillole per una nuova storia letteraria 066 di Federico Sanguineti

                                      Tema. “Una cattedra ed è un ciuccio”. Svolgo.

Di Federico Sanguineti

Secondo i gran m[a]e[str]i di Salerno: fortuna letteraria di Salerno con un inedito di Guacci Nobile: è questo il titolo di un contributo apparso in una miscellanea di studi in onore di Paolo Peduto, curato nel 2012 da Rosa Fiorillo e Chiara Lambert (Medioevo letto, rivalutato, scavato, All’insegna del Giglio, Borgo S. Lorenzo [Fi]), dove si dà un minimo abbozzo di ricerca sulla città campana quale “oggetto letterario, vale a dire come luogo di ambientazione narrativa e di memoria storica”, lungo un arco temporale che va dal provenzale Uc de Saint Circ fino ad Alfonso Gatto e oltre. Ma qualcosa resta ancora da aggiungere, se solo si pensa alla tragedia barocca (Il conte Ugolino) dell’urbinate Leon Battista Sempronio (1603-1646), dove protagonista è Angioina “principessa di Salerno”, mentre “principe di Salerno” risulta poi il personaggio-chiave della Cenerentola di Jacopo Ferretti e Gioacchino Rossini (1817). Nell’allestimento del 27 e 29 maggio 2022 per il Teatro Verdi di Salerno, sia pur “in modo velato, allusivo, non naturalistico” e non senza porgere “un tributo alla radice colta napoletana della fiaba risalente al Basile”, il regista Riccardo Canessa rende omaggio alla città del “casino di delizie” di don Ramiro, offrendo per l’occasione una lettura allegorica del dramma giocoso in due atti resa possibile soprattutto dall’ergersi sulla scena di Teresa Iervolino che, in ogni sfaccettatura, esibisce la centralità della protagonista, Angelina, fra l’altro “portatrice del lato tenero, ingenuo, dell’opera”. La Cenerentola, la cui prima rappresentazione al Teatro Valle (25 gennaio 1817) non è cronologicamente distante dalla Rivoluzione francese, rispecchia infatti la conclusione dell’Ancien Régime. Si tratta di un capolavoro dove, come meglio non si potrebbe, l’aristocrazia, cioè l’antico regime, esce realisticamente sconfitto. Per dirla con la filosofia di Alidoro (scena ultima) “l’orgoglio è oppresso”. Ma, incarnando “la bontà in trionfo”, nel ripensare al tempo in cui l’oppressa era lei, la terza figlia (quasi a dire il terzo stato) conclude, ormai emancipata: “Ah fu un lampo, un sogno, un gioco / il mio lungo palpitar”. Emerge proprio qui la complessità (il “nodo avviluppato”) di Cenerentola, espressione di una borghesia, come quella italiana, che, anziché chiudere con la miseria del proprio passato, in fretta e furia la rimuove, condannandosi col perdono a ritrovarsi in casa le meschinità del precedente regime che, uscite dalla finestra, si riaffacciano dalla porta. Certo, non riuscendo a sistemare né la prima né la seconda figlia (né Clorinda né Tisbe), il “duca e barone” don Magnifico ne vien fuori comicamente, sbattuto in cantina con ogni appellativo nobiliare: “grande intendente, / gran presidente, / con gli altri titoli, / con venti etcetera”. Ma il sogno di aristocratico in rovina, l’ambizione di “magnifico papà”, quella appunto di trovare qualcuno che, “cavandosi il cappello”, a lui consegni un “memoriale” da recare a “qualunque delle figlie”, anzi alla “figlia sua reale”, rimane, per quanto in modo implicito, del tutto realizzabile. È ben facile riconoscere nel programma di questo parassita sociale il prototipo della burocrazia italiana, oggi come ieri sistema di corruttori e corrotti basato su raccomandazioni in libero scambio: “questo cerca protezione; / quello ha torto e vuol ragione; / chi vorrebbe un impieguccio; / chi una cattedra ed è un ciuccio…”. E Cenerentola col suo marito salernitano? “Non più mesta”, se non proprio “accanto al fuoco”, resta finalmente relegata al ruolo di regina sì, ma del focolare domestico.




Pillole per una nuova storia letteraria 064 di Federico Sanguineti

                                       Su varianti d’autore dantesche

 Di Federico Sanguineti

Fino ad oggi, negli studi di filologia dantesca, sembra esser rimasto quasi del tutto in ombra un unico problema: quello delle varianti d’autore. Ma queste non possono non essersi insinuate nella tradizione di Inferno, Purgatorio e Paradiso: trattandosi, nel complesso, di un’opera che ha visto la luce a puntate, sarà pur stata oggetto nel corso del tempo (per non parlare dell’atto stesso della composizione) di qualche sia pur minimo ripensamento. C’è poi da aggiungere il fatto, forse veramente mai preso in seria considerazione, che la variantistica (cioè il confronto, l’esame e lo studio delle varianti) è uno dei fenomeni di cui proprio Dante, prima di ogni altro, si mostra consapevole. Filologo, per così dire, di sé stesso, già nella Vita nova non esita a esibire (almeno in nuce) una critica dei propri scartafacci. Nel raccogliere le rime in vita e in morte di Beatrice, egli chiarisce infatti che il sonetto Era venuta ne la mente mia ha due “cominciamenti”, ragion per cui il componimento viene allegato, per la prima quartina, in duplice versione. Nel Convivio (II XIV 6), riconosce inoltre la difficoltà di definire il pensiero di Aristotele su determinate questioni (per esempio a proposito della Galassia o Via Lattea), giacché la tradizione del testo (usufruito in “translazione”) offre difformità. L’essere “trasmutabile… per tutte guise” (Pd V 99) non esclude quindi, anzi implica, la trasmutabilità del testo, in particolar modo se quest’ultimo è scritto in volgare e non in latino. Per quanto concerne il Poema, il problema è stato affrontato finora episodicamente, quando nell’Ottocento Scarabelli azzarda che il manoscritto Cortonese 88 possa esser “pieno di Frammenti danteschi dall’autore rigettati”; o quando nel Novecento, in imbarazzo sulla lezione da promuovere a Pg XII 5, Petrocchi (su suggerimento di Contini?) afferma: “Siamo qui al limite ‒ ma purtroppo senza possibilità concreta di valicarlo ‒ d’una supposizione di variante d’autore, quasi che il poeta, dapprima innamorato della letteraria immagine delle ali, avesse poi facilitato la lettura sostituendo loro vela”. Le cose cambiano (per dirla ora in gergo tecnico) in caso di diffrazione o se si ha alternativa stemmatica fra i due rami principali della tradizione: certamente non si può parlare di varianti d’autore se uno dei due rami, poniamo α, presenta un errore correggibile con la lezione alternativa del ramo β (come a If I 4 dove, se α reca “E”, in β si ha la lezione “Ahi”; o, all’inverso, a Pg V 74 dove, se β reca “ch’in me fuor fatti sul”, in α si ha “onde uscì ’l sangue in sul”). Sarà invece il caso di parlare di varianti d’autore a If I 28: qui può risalire a Dante sia la lezione presente per diffrazione in una sezione di α (“Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso”), in quanto difficilior (“èi” per “ebbi” è solo nelle rime, ma non altrove nel Poema), mentre la lezione di β (“Poi ch’ebbi riposato il corpo lasso”) è conforme all’usus scribendi: “e l’occhio RIPOSATO intORno moSSi” (If IV 4). Saltando dal primo canto al verso conclusivo dell’ultimo, si potrà ipotizzare un’estrema variante d’autore, sicché la prima stesura di Pd XXXIII 145 si troverà in α (“l’amor che move il sole e l’altre stelle”), in conformità all’usus scribendi di If I 38 (“e ’l solmontava ’n su con quelle stelle”), mentre in β si ha finalmente lectio difficilior: “l’amor che move ’l cielo e l’altre stelle”, cioè l’amore che muove il cielo visibile dal nostro emisfero e il cielo visto dall’altro emisfero, quello con le stelle “non viste mai” (Pg I 24) se non da Adamo, Eva e Dante.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 062 di Federico Sanguineti

   Tema. Dante attraverso lo specchio. Svolgo.

 

Di Federico Sanguineti

Proprio come in Through the Looking-Glass, and What Alice Found There di Lewis Carroll, la Commedia di Dante è un viaggio iniziatico nel quale c’è da scommettere che il Poeta, sdoppiato in narratore e personaggio, non sarebbe in grado di dire se la sua visione avviene enigmaticamente attraverso uno specchio, “per speculum in aenigmate”, per usare le parole di san Paolo nella lettera ai Corinzi (13, 12), o faccia a faccia, “facie ad faciem”. Il trovatore dell’universo, nel suo gioco di specchi, non si ‘trova’, si ‘ri-trova’: “mi ritrovai per una selva oscura” (If I 2). Entra “nell’etterno dal tempo” (Pd XXXI 39) anticipando la domanda di Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”. Si potrebbe pertanto rispondere: nella misura in cui Kronos, misurabile con l’orologio del Coniglio Bianco, si muta in Aion, misurabile con l’orologio del Cappellaio Matto. Ma l’ora del tè dantesca è puntualmente l’ora di Beatrice. Al paradiso (terrestre prima e poi celeste) si giunge attraverso il rispecchiamento di una società corrotta (Inferno maschilista borghese-patriarcale), quindi attraverso il rispecchiamento di una società in transizione (Purgatorio) e, infine, attraverso il rispecchiamento di una società ideale (Paradiso femminista in cui non vige più la proprietà privata). Ma che cosa accade abolendo la proprietà privata? È questa la domanda cruciale, squisitamente economica, che l’autore pone al centro del Poema: “Com’esser puote ch’un ben distributo / in più posseditor faccia più ricchi / di sé, che se da pochi è posseduto?” (Pg XV 61-63). La risposta è nell’amore corrisposto che si traduce ludicamente in gioco di specchi, per cui, in una società giusta, nella misura in cui ci si ama in modo reciproco condividendo ogni bene, “più v’è da bene amare, e più vi s’ama, / e come specchio l’uno all’altro rende” (Pg XV 74-75). Qui non solo Beatrice corregge Dante fin dal primo cielo, riguardo per esempio alla natura delle macchie lunari, invitandolo a prendere “tre specchi” (Pd II 97 e 101), ma i beati stessi si presentano come “specchiati sembianti” (Pd III 20). Il Paradiso è l’album fotografico ante litteram in cui si raccolgono le immagini delle invitate e degli invitati al matrimonio di Dante e Beatrice, da quest’ultima evocato in empireo: “queste nozze” (Pd XXX 135). Come si spezza il pane nell’eucarestia, così Beatrice invita Dante ad osservare che il bene supremo, pur dividendosi in infinite parti (cioè altrettanti “speculi” o specchi) conserva intatta la sua integrità: “uno manendo in sé come davanti” (Pd XXIX 145). Estranea al Paradiso è in effetti l’idea neoplatonica secondo cui occorrerebbe resistere all’avvenenza femminile per fuggire in Patria riparando in Dio padre. Nelle Enneadi (I 6, 8, 6-22), Plotino individua in Narciso l’allegoria dell’anima che, contemplandosi come immagine riflessa nell’acqua, si innamora di sé e, rimasta prigioniera, soccombe; in Ulisse chi, vinte le seduzioni della bellezza, fa ritorno, seguendo virtù e conoscenza, nel mondo intellegibile al Padre.Senonché nel Poema ad annegare non è la coppia eterosessuale di Dante e Beatrice che, come Narciso nell’acqua, si rispecchiano reciprocamente l’uno nell’altra, ma la coppia frodolenta di Ulisse e Diomede mirante all’Uno. Condannato il misogino viaggio neoplatonico come frode, nell’ultimo capitolo (Pd XXXIII 127 e ss.) finalmente il Poeta scorge, nella sua integrità, in quanto rispecchiamento di Sé, la propria sembianza umana: “Quella circulazion che sì concetta / pareva in te come lume reflesso…”.




I Maggio: la nostra Storia, la nostra Rinascita

Di Alessia Potecchi*

Il primo maggio ci ha portato alle nostre riflessioni, ci ha portato indietro nel tempo alla storia del movimento operaio, dei lavoratori, alle tante battaglie, alle tante conquiste, alle stagioni delle lotte sindacali e ancora al protagonismo dei lavoratori in momenti complessi e decisivi della storia del nostro paese. Abbiamo celebrato il primo maggio con il Covid che non è ancora sconfitto del tutto, ma con una guerra devastante, che ci ha ripiombati in una situazione drammatica dove siamo impegnati con l’Europa e le istituzioni internazionali per fermare le atrocità e restituire la pace al popolo ucraino. L’Europa sta portando avanti un’azione indispensabile e deve continuare in questa direzione, la sua unità è in questo momento fondamentale. L’Europa è il nostro baluardo, rappresenta il futuro a cui guardare e su cui puntare, l’Europa oggi va resa all’altezza della sua missione, va resa adulta e matura  nel campo dell’energia, della sicurezza e della politica estera per completare il percorso che abbiamo iniziato molti anni fa. Occorre una Riforma del Patto di Stabilità e su questo l’Italia deve essere protagonista perché le nuove regole di rientro del debito dovranno essere proporzionate alla realtà di ogni singolo paese così da non fermare la crescita e il progresso economico. Occorre agire con coraggio e determinazione per ridurre gli squilibri, accorciare i divari, mettere in campo tutte le risorse disponibili per aiutare chi sta soffrendo la crisi. C’è necessità di dialogo e confronto fra i partiti, le parti sociali, i sindacati, è’ indispensabile che le istituzioni riescano a governare i processi ed evitino conseguenze in termini di riduzione del lavoro, di compressione dei salari e, dunque, di ulteriori diseguaglianze. Siamo dinnanzi a cambiamenti che non possono più attendere. La  transizione ecologica è un processo non più eludibile né rinviabile ma vanno messe in campo prospettive di lavoro ed iniziative politiche condivise per affrontare un momento storico nel quale le opportunità di sviluppo si affiancano a gravi rischi. Bisogna scongiurare il pericolo della deindustrializzazione di un settore chiave dell’economia italiana, bisogna puntare su interventi che regolino i settori interessati nell’ambito della transizione green, studiare gli impatti e le conseguenze specifiche sul nostro territorio, gestire tutte le crisi industriali già aperte. Dobbiamo puntare ad investimenti per sostenere la domanda verso le tecnologie che sono compatibili con il Green Deal, promuovere investimenti a sostegno dell’occupazione e della ricerca per valorizzare le eccellenze e le competenze italiane, creare ammortizzatori sociali per gestire la transizione e incrementare il programma di formazione e di accompagnamento in questa nuova fase. Al centro di questo quadro c’è il lavoro, che oggi più che mai significa ripartenza, speranza, fiducia nel futuro, lotta per preservare la qualità della vita di ciascuno di noi perché il lavoro rappresenta non solo l’uscita dal bisogno ma  la più alta espressione della personalità e della realizzazione di ciascuno di noi all’interno della nostra società. Dobbiamo guardare con attenzione a chi non ha lavoro, a chi lo ha perso, ai tanti giovani che non lo cercano nemmeno piu’, alle donne che sono ancora molto penalizzate dal punto di vista professionale, nei percorsi di carriera, nelle disparità di trattamento e di salario, alle tante donne che hanno pagato il prezzo più alto durante la pandemia perché hanno dovuto provvedere alle necessità famigliari in un periodo lungo e complesso. l’essenza di questa festa è il nostro difficile presente, ma è anche la nostra storia, il ricordo del passato che ha il volto di grandi sindacalisti, Di Vittorio, Bruno Buozzi, Achille Grandi e venendo più vicino a noi Lama, Carniti e Benvenuto che hanno fatto la storia delle organizzazioni sindacali e hanno combattuto e vinto battaglie di progresso, di diritti e di speranza per il mondo del lavoro interpretando passaggi straordinari. Il nostro compito oggi è quello di non rassegnarci ma di credere come allora che anche oggi l’unità, la sinergia, la solidarietà saranno i valori guida per uscire da questo tempo difficile e la strada per puntare al rilancio economico del nostro paese.

Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza

 del Pd Metropolitano di Milano