Pillole per una Nuova Storia Letteraria 076 di Federico Sanguineti

             Tema. Stampa e Bergalli. Svolgimento.

 

Di Federico Sanguineti

Nata nel 1703, Luisa Bergalli ha ventidue anni quando il suo melodramma Agide, re di Sparta, “consagrato a Sua Eccellenza Il Signor Antonio Rambaldo Conte di Collalto”, è rappresentato, musicato da Giovanni Porta, al teatro san Moisè di Venezia. Da lei definito “debole primo componimento”, questo dramma per musica nasce come omaggio a un discendente di Collaltino, il celebre conte amato da Gaspara Stampa; la poetessa del Cinquecento, giudicata “impareggiabile”, viene pertanto assunta a modello, dalla giovane scrittrice del Settecento, con questa promessa, rivolta ad Antonio Rambaldo: “in tempo più di questo opportuno, condurrommi in guisa, onde almeno conosca il Mondo quella brama, che di onorare il vostro merito mi accompagna”. Come suggerito da Lucia Del Giudice, iscritta al corso di Filologia italiana dell’Università di Salerno (a. a. 2021-2022), l’impegno è mantenuto l’anno successivo, 1726, quando Bergalli inserisce, nel secondo volume dei Componimenti poetici delle più illustri rimatrici di ogni secolo, questo sonetto ad Antonio Rambaldo da Collalto (da lei stessa composto): “Poiché altri più fra cieco oblio nascosti / miseramente non traesser gl’anni, / ma, ch’anzi a’ nomi lor fama tai vanni / desse, ond’alzarsi a’ glorïosi posti; // a chi l’altera culla in cui tu fosti, / a chi tuo cor gentil vuoto d’inganni, / a chi la mente, che non teme i danni / d’error, ma tiene i buon pensier disposti; // ed a chi basterebbe il dolce e adorno / tuo stil: pur questi, ed infiniti poi / altri fregi fan teco almo soggiorno. // Così, mentre di gloria i vivi tuoi / raggi ti fan corona e lume intorno, / non so come uom mortal ti crediam noi”. Importa notare almeno come l’omaggiato goda più titoli di chiunque altro (nascita, sincerità d’animo, intelligenza, bontà, eleganza ecc.) al punto da essere ritenuto, più che un mortale, un dio, in chiusa evocante Saffo (“Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν / ἔμμεν᾽ ὤνηρ…”) tradotta da Catullo (“Ille mi par esse Deo videtur…”). Sul piano formale, non meno di Gaspara (che apre la sua raccolta con l’emistichio “Voi ch’ascoltate…”), anche Luisa gioca su sonorità petrarchesche, ma in modo più raffinato. Basti pensare che le parole-rima anni : vanni : inganni : danni richiamano il Triumphus Temporis (vv. 23 e 25 vanni : anni), mentre danni : inganni sono presenti in dittologia, più avanti, nello stesso Trionfo, v. 87: “ond’io ho danni e inganni assai sofferto”. Innegabile è comunque l’omaggio di Luisa alla poesia dell’amante di Collaltino, giacché i rimanti anni : danni : vanni : affanni o, altrove, vanni : inganni : anni : affanni sono pur reperibili nelle Rime di quest’ultima (CCXXI e CCLXXII). La canonizzazione di Stampa è quindi opera di Bergalli che, nel 1738, a soli trentacinque anni, cura l’edizione delle Rime di Madonna Gaspara Stampa; con alcune altre di Collaltino e di Vinciguerra conti di Collalto: e di Baldassare Stampa. Giuntovj diversi componimenti di vari Autori in lode della medesima. Si noti, fra i componimenti, la corrispondenza in versi fra Luisa Bergalli e Antonio Rambaldo, pronti a rivestire i panni rispettivamente di Gaspara e di Collaltino. Ma, a celebrare la poetessa del Cinquecento è, in primo luogo, una sorellanza di intellettuali del tempo, come la pittrice Giulia Elisabetta Lama (1681-1747), scrittrice di sonetti e canzoni, nonché prima donna a disegnare e studiare il nudo maschile dal vivo; e, finalmente, l’autrice della tragedia Progne (1766), Veronica Cantelli Tagliazzucchi (1700-1770).




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 075

                               Tema. Fra Foscolo e Bergalli. Svolgo.

 

Di Federico Sanguineti

Nel 1802, sul “Nuovo Giornale dei letterati” di Pisa, Ugo Foscolo dà alla luce, oltre all’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo otto sonetti, intitolando il tutto Poesie. Ma i capolavori (Alla sera, A Zacinto, Alla Musa e In morte del fratello Giovanni) escono l’anno successivo: in essi, di norma, la prima quartina di ogni sonetto è costruita sul modello più arcaico, a suo tempo inventato dal Notaro e in auge appunto presso i siciliani. Solo eccezionalmente il venticinquenne poeta si affida alla forma canonizzata da Dante e da Petrarca, quella con quartine a rime incrociate, da lui ormai avvertita come poco praticabile. Così, su dodici, hanno nelle quartine lo schema ABBA ABBA solo tre sonetti: 1) Così gli interi giorni in luogo incerto; 2) E tu ne’ carmi avrai perenne vita (ispirato da Isabella Roncioni); 3) Che stai? Già il secol l’ultima orma lascia. Di particolare interesse, per la struttura inconsueta (schema: ABBA ABAB CDE CDE), è Alla Musa, caratterizzato fra l’altro da inaudita inarcatura fra prima e seconda quartina: “Pur tu copia versavi alma di canto / Su le mie labbra un tempo, Aonia Diva, / Quando de’ miei fiorenti anni fuggiva / La stagion prima, e dietro erale intanto // Questa, che meco per la via del pianto / Scende di Lete ver la muta riva: / Non udito or t’invoco; ohimè! Soltanto / Una favilla del tuo spirto è viva. // E tu fuggisti in compagnia dell’ore,/ O Dea! tu pur mi lasci alle pensose / Membranze, e del futuro al timor cieco. // Però mi accorgo, e mel ridice amore, / Che mal ponno sfogar rade, operose / Rime il dolor che deve albergar meco”. Una sofferenza inenarrabile, che neppure la poesia può sanare: il dileguarsi col tempo della Musa è tema talmente indicibile da richiedere una struttura metrica adeguata, con brusco passaggio (sottolineato da enjambement) da quartina a rima incrociata a quartina a rima alternata. Lasciando ad altri il compito di studiare a fondo la struttura dei sonetti foscoliani, sia qui sufficiente segnalare un precedente, generosamente suggerito da Filomena Costanzo durante un corso di Filologia italiana (Università degli Studi di Salerno, a. a. 2021-2022). Si tratta di un sonetto di Luisa Bergalli Gozzi, da lei stessa raccolto, alla giovane età di ventitré anni, nel secondo volume dei Componimenti delle più illustri rimatrici di ogni secolo (1726). In questo sonetto, intitolato Nel prender l’Abito Monacale la N. D. Contarina Zorzi, l’autrice usa il seguente schema metrico (ABBA ABAB CDC DCD): “Son miei, diceva Amor, quei lumi e quella / Neve del viso, e quelle chiome, e quanto / Di grazia, e di beltade altero vanto / Trasse un giorno costei dalla sua stella. // E i fregj di quel sangue illustre, ond’ella / sua gloria, e sua virtute alza cotanto, / Son miei, dicea, d’Adria felice, e bella, / L’eccelso Genio all’altro Amore accanto. // Ella in faccia ad entrambi il bel desio / Non piega ai fasti, e sotto umile, e abbietta / Spoglia sua beltà copre, e corre a Dio. // Spezzò sdegnato, Amore, ogni saetta, / E disse l’altro: Anima bella, addio: / Celesti fregj or il tuo sangue aspetta”. È singolare la presenza di Amore non solo al verso 12 del sonetto di Luisa Bergalli ma, sempre al verso 12, anche in quello foscoliano. Proprio come Foscolo, invecchiando, vede fuggire da sé il conforto della poesia, la nobildonna rinuncia, votandosi a Dio, a un duplice amore: per la propria bellezza e per l’elegante vita veneziana. Solo il dialogo fra l’operato delle scrittrici e quello degli scrittori può finalmente garantire, direbbe Luisa Ricaldone, “la conoscenza delle cose come si sono svolte”.




I sindaci portano le statue di santi e madonne. Chi sarà il prossimo?

di Arturo Calabrese

Adesso a chi tocca? È questa la domanda che i cilentani si pongono dopo le sfilate dei giorni scorsi ad opera dei sindaci del territorio. Oggetto del quesito è quale sarà la prossima statua che verrà trasportata dai primi cittadini cilentani. Tutto è cominciato domenica 24 luglio quando ad Agropoli si teneva la consueta processione in onore della Madonna di Costantinopoli, protettrice dei pescatori e degli uomini di mare. La funzione religiosa tornava dopo due anni, come quasi la totalità degli eventi, e quale occasione migliore per sindaci, vicesindaci, assessori, consiglieri comunali e provinciali di farsi vedere e mettersi in mostra? Tutti al seguito della statua, dunque, con tanto di fascia tricolore, o azzurra col simbolo della Provincia, e tanti sorrisi in favore di obiettivo al fine di consegnare l’istantanea alla rete social. Capita che i rappresentanti dei comuni cilentani, sempre fasciati, salgano sul peschereccio per partecipare alla processione via mare ma non prima di essersi messi in posa per la consueta foto ricordo. Capita che due sindaci, uno attuale e uno passato, si improvvisino portatori e portino la statua sacra per qualche metro e quindi per il tempo sufficiente a scattare una foto, il tutto tra le risate, i sorrisi e il placet di parroci e comitato festa.

Tante le polemiche del giorno dopo, con cittadini e associazioni che hanno condannato il gesto perché ritenuto poco rispettoso sia della sacralità del momento e sia dell’importanza e della simbologia della fascia tricolore. Il tutto peggiorato dalle risa e dai sorrisi dei protagonisti delle foto che quasi ostentavano la fede, se di fede si può parlare, e che avrebbero sfruttato il momento, secondo i detrattori, solo per mettersi in posa e farsi allegramente ritrarre. Ovviamente, sono dovuti scendere in campo anche i fieri scudieri a parteggiare per i propri cavalieri, o datori di lavoro, e quindi sono stati pubblicati sui social anche post che difendevano quanto fatto. Non sta a noi dire se è giusto o sbagliato, ma è compito di chi scrive il raccontare i fatti. Succede, quindi, che in occasione della processione di San Pantaleone a Vallo della Lucania, quanto consumato ad Agropoli si ripeta pedissequamente. I sindaci del territorio scendono nuovamente in piazza, fin qui nulla di nuovo, ma durante il sacro rito per le vie vallesi, i primi cittadini si sostituiscono nuovamente ai portatori e trasportano le statue. Ancora una volta, per il tempo utile per la solita foto.

A differenza di Agropoli, però, a Vallo della Lucania le statue da portare sono due e quindi, per non scontentare nessuno e in pieno rispetto della par condicio, l’attuale sindaco di Agropoli e l’ex, insieme a quello di Castellabate e di Vallo, si trasporta prima il protagonista San Pantaleone e poi San Costabile, quello che a Los Angeles verrebbe individuato come l’attore non protagonista. Tutto legittimo, nulla vieta ad un primo cittadino di portare una statua, ma a far storcere il naso sono l’ostentazione, le risate e i sorrisi mentre lo si fa e soprattutto le parole utilizzate sui social, quasi a voler rispondere, provocatoriamente, a chi dissente. «Oggi più che mai – scrive un sindaco come didascalia alle foto da portatore – abbiamo bisogno di unione e non di divisione. Dovremmo tenere a mente questo principio sempre, con l’unico obiettivo comune di fare il bene dei nostri territori». E dunque il bene del territorio lo si fa partecipando, uniti, alla processione. Pazienza se gli ospedali chiudono, le strade franano e i giovani cilentani vanno via. L’importante, adesso, è la prossima processione con annesse statue da portare e foto da pubblicare. E dunque, come per la Bocca di Rosa dell’indimenticato De André, persino il parroco che non disprezza, fra un miserere e un’estrema unzione, il bene effimero della politica vuole i sindaci accanto in processione. E con la Vergine in prima fila e le fasce poco lontano, si porta a spasso l’amore sacro e l’amor profano.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 073 di Federico Sanguineti

                                                                   Tema. Elsa Morante. Svolgimento.

 Di Federico Sanguineti

Negli anni Settanta del secolo scorso, un uomo di spettacolo non ancora quarantenne, Carlo Cecchi, mette in scena, con filologica fedeltà, un testo di Antonio Petito. Accade in tal modo che, nell’assistere a una rappresentazione di questo capolavoro del teatro napoletano dell’Ottocento, un ventenne torinese, trovandosi a risiedere a Genova, decida di seguire una scuola di recitazione del Teatro Stabile del capoluogo ligure appunto perché fra i docenti è, in quel periodo, il regista di ’A morte dint’ ’o lietto ’e Don Felice, il quale nel frattempo è impegnato nell’allestimento di un altro lavoro: un Molière tradotto da Cesare Garboli. Quando, il 18 aprile 1977, Il borghese gentiluomo è rappresentato al Teatro dell’Archivolto, fra il pubblico è presente Elsa Morante (1912-1985) che, incontrando il suddetto aspirante attore, a lei additato da Cecchi, gli dona (con parole aggiunte di suo pugno) una copia del Mondo salvato dai ragazzini, opera definita giustamente da Claude Cazalé Bérard come “non catalogabile”, in quanto “metafora e paradigma di una necessaria e feconda migrazione di testi”. Perché l’appuntamento con Elsa non meno che la lettura dei suoi libri è, per chiunque, un’esperienza indimenticabile? Risposta: è l’incontro con chi, sempre e in ogni caso, pone (sono categorie presenti in Pro o contro la bomba atomica) “l’attenzione, l’onestà e il disinteresse” come “condizioni necessarie”. Si comprende così l’auspicio formulato dalla scrittrice nella sua dedica autografa: la speranza di conoscersi meglio. Al di là della morte, questa speranza di “conoscersi meglio” è ora realizzabile grazie a Rossana Dedola, che dà alla luce un volume di 562 pagine. Chi abbia presente L’idiot de la famille di Sartre, dove, dando per scontato che la domanda non possa che riguardare un essere di sesso maschile, ci si chiede che cosa si sa di un uomo oggi, nel leggere Elsa Morante l’incantatrice (Torino 2022) ha una sorpresa. La misoginia del filosofo francese è qui rovesciata, ponendosi a ogni pagina, non importa se consapevolmente o meno, il problema di che cosa si può sapere di una donna oggi. Ed ecco che, mentre il maschio esistenzialista non può che smarrirsi in cattive infinità e profondità nel tentativo di rispondere a che cosa sappiamo oggi di Gustave Flaubert, Dedola ‒ analista dell’International School of Analytical Psychology di Zurigo ‒ conduce invece a termine, liquidando ogni stereotipo di genere, un’impresa persino più impegnativa, consapevole che “dividere le scrittrici dagli scrittori” è “come dividere l’umanità in biondi e bruni”. E qui soccorre un’altra, ulteriore citazione di Elsa Morante: “Saba, che per me è il più importante poeta, dice che Marcel Proust è la più grande scrittrice del mondo”. Posto il problema in giusti termini, l’autrice della poesia Alibi (“Solo chi ama conosce. Guai a chi non ama!”) cessa a questo punto di essere un mito: non più astrattamente idealizzata, per un verso, da chi vorrebbe dividerla dalle “madri”, Virginia Woolf o Simone de Beauvoir, inventando la figura di una che “viene dal niente” e, in quanto priva di background, “viene da prima e da dopo la scuola”; ma neppure confinata, per altro verso, in un luogo comune sessista, secondo cui, per esempio, a lei un Pincherle, ossia Moravia, apparirebbe come “uomo della Provvidenza”. Morale: più che mai viva, la donna che si incontra nel libro di Dedola è finalmente la stessa la cui grandezza viene riconosciuta da Lukács nel saggio su ‘Rinascita’ (27 ottobre 1967): L’Ottobre e la letteratura.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 072 di Federico Sanguineti

                                                                      Tema. Francesca da Rimini. Svolgo.

 

Di Federico Sanguineti

A norma delle “parole” contenute in quell’opera di Aristotele che Virgilio nel Poema dantesco (If XI 79 e ss.) considera “Etica” per antonomasia (“la tua Etica…”), è possibile distinguere “le tre disposizion che ’l ciel non vole”, vale a dire “incontenenza”, “malizia” e “matta / bestialità”. Sorprende pertanto che un ipotesto tanto vistosamente esibito come l’Etica a Nicomaco sia eluso dai commentari del V canto dell’Inferno, con la sola eccezione di Daniele Mattalia, il quale si limita peraltro a sottolineare la differenza fra due tipi di incontinenza: quella di chi si abbandona ad essa per debolezza (debilitas) e quella di chi, come Paolo e Francesca, si lascia travolgere dalla passione (praevolatio). Ma non basta: nel VII libro dell’Etica nicomachea si chiarisce che, al pari di simulatori, gli incontinenti sono in grado di ripetere parole espresse in poesia da un filosofo, per esempio Empedocle, “quae erant difficilia ad intelligendum, quia metrice philosophiam scripsit”(che erano difficili da comprendere, trattandosi di filosofia versificata), come chiosa Tommaso d’Aquino; così, al modo di “ebrii et maniaci”, se sono forniti di nozioni elementari (“demonstrationes, puta geometricas”), le replicano come bambini che mettono insieme parole senza afferrarne il senso: “coniungunt sermones quos ore proferunt sed nondum eos sciunt, ita scilicet quod mente intelligant”. Ed è ciò che fa l’incontinente Francesca (“quella del primo banco”, dirà Venditti), vivendo di nozioni orecchiate, più o meno mal digerite, tratte, sembrerebbe, da un’antologia scolastica dove non mancano: 1) Guinizelli, collocato da Dante in Purgatorio XXVI (guarda caso nella cornice dei lussuriosi); 2) Cino, dimenticato nel Poema, essendo fra l’altro Dante autore del compromettente sonetto Io sono stato con Amore insieme; 3) Guido, evocato dal padre di lui, Cavalcante de’ Cavalcanti, fra gli epicurei di Inferno X. Ed ecco dunque, rispettivamente, in anafora, ai versi 100, 103 e 106: Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (eco di Al cor gentil rempaira sempre amore); Amor, ch’a nullo amato amar perdona, da porre in relazione al verso conclusivo di un sonetto attribuito a Cino: “a nullo amato amar perdona amore” (Pianta selvaggia, a me sommo diletto); Amor condusse noi ad una morte (che presuppone, se non altro, dalla canzone Donna me prega, il verso 35: “Di sua potenza segue spesso morte”). L’amante di Paolo, se parla d’amore, lo fa quindi senza “intelletto d’amore”: la sua voce è “sensuale”, non “rationale signum”; in breve: “sonus est” (Dve I iii 2). Vittima di mal digerite letture, le replica un po’ nozionistica, un po’ ubriaca, un po’ maniaca, un po’ bambina: nasce così, romantica ante litteram per De Sanctis, la “prima donna della nostra letteratura”, la quale, “un giorno” (If V 127), nel trovarsi di fronte ad “Arturi regis ambages pulcerrime” (Dve I x 2), fraintende radicalmente, appunto alla «radice» (If V 124), il “punto” (v. 132) decisivo del romanzo, illudendosi, “per diletto” (v. 127), che sia l’uomo a baciare la donna: “Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato […] / la bocca mi basciò tutto tremante” (vv. 133-34 e 136). Ma nel Lancelot, vista la timidezza del cavaliere al cospetto di lei, è viceversa la regina ad afferrare lui per il mento, con un bacio, è il caso di dire, alla francese: “Et la roine voit que li chevaliers n’ose plus faire, si le prent par le menton et le baise devant Galahot assés longuement si que la dame de Malahaut seit qu’ele le baise”. Finalmente: regina una, borghese l’altra.




Cilento e proskỳnesis, la genuflessione della politica locale

di Arturo Calabrese

Termine greco che indica l’atto e l’usanza di adorare mediante la prostrazione davanti alla sovranità e al sovrano. Era usanza diffusa nelle antiche corti orientali, dove il monarca si riteneva di origine divina. Recita così la Treccani per definire la “proskỳnesis” e cioè la genuflessione. L’antica e valida enciclopedia non può sapere che tale atto è a tutt’oggi molto presente nel Cilento e viene perpetrato in particolare dai piccoli amministratori locali nei confronti di un “capo” individuato come tale. Ciò avviene in particolare sui social network, dove l’amministratore si lancia in grandi elogi verso qualcuno di più grande, un presidente, un sindaco  o un governatore a caso (cariche che spesso vengono graficamente rese, con buona pace della grammatica, con una bella lettera maiuscola). Per dimostrare la propria fedeltà, si deve scrivere un post in cui si ringrazia “Lui” per l’attenzione, per la vicinanza, per lo sforzo, per l’abnegazione, per l’amore, per il lavoro e via discorrendo.

Capita, dunque, che quando la Provincia di Salerno finalmente stanzia i soldi per mettere in sicurezza una strada ci sia un consigliere provinciale che si lancia in ringraziamenti, dimenticando che quella strada attendeva i lavori da oltre sette anni e che i disagi che si sono creati sono stati enormi. Il consigliere provinciale si inginocchia e rende omaggio, ma dimentica che gli utenti rischiano la vita ogni giorno attraversando quel tratto, dimentica che c’è chi la vita l’ha persa. La più grande dimenticanza, però, è che lo stanziamento di fondi da parte di un ente è un atto dovuto, è il rispetto di un diritto sancito dalla Costituzione. La Provincia deve stanziare i fondi, deve mettere in sicurezza, deve rendere fruibile totalmente una strada e non lo fa perché, come scrive il solerte consigliere, il presidente “tiene al territorio” o ama “il nostro Cilento”. Il presidente lo fa perché deve, perché rappresenta un’istituzione pubblica super partes. E dunque, questo prostrarsi a terra in segno di riconoscenza comincia ad essere stucchevole e a divenire l’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini.

Determinate parole non possono più essere sopportate perché non si può ringraziare un ente per aver fatto il proprio dovere in netto ritardo. Ad Agropoli, ad esempio, la Sp 184 sarà messa in sicurezza dopo cinque anni solo nel mese di ottobre e dunque lasciando dei massi di contenimento su una via trafficata per un’altra estate. C’è da ringraziare? Non credo. C’è da prostrarsi? Nemmeno. Quando Alessandro Magno volle imporre ai suoi sottoposti la proskỳnesis le cose iniziarono ad andare molto male. E la storia, si sa, è maestra di vita. Ci sarebbe da riflettere, e anche tanto. Oppure, ben più importante, la classe politica locale dovrebbe fare in modo che gli enti si attivino entro poco tempo per risolvere una questione. Nemmeno in quel caso, giusto sottolinearlo, si dovrà ringraziare il presidente del momento perché ha fatto semplicemente metà del suo dovere.




L’editoriale/ L’imbarazzante silenzio di Claudio Tringali

di Erika Noschese

Dalla magistratura a Palazzo di Città, dalla giustizia alle ingiustizie che ogni giorno vivono i cittadini, costretti a fare i conti con le mancate risposte delle istituzioni. Claudio Tringali, da ex magistrato, è entrato a far parte della squadra di governo cittadino. Una nomina inaspettata la sua – e incompatibile, da presidente della fondazione Menna – eppure è entrato a gamba tesa, nel bel mezzo di un’inchiesta sulle cooperative sociali. Una bufera che, da ex magistrato, dovrebbe voler toccare con mano, quantomeno per capire se è stato superato il confine tra legalità e illegalità: c’è in corso un’inchiesta (che vede indagato anche il sindaco Napoli ma questa è un’altra storia), non spetta a lui il ruolo di giudice supremo. È una questione di coscienza, forse, per chi – per anni – ha provato a mettere all’angolo le ingiustizie. Ma va bene così, dinanzi ad un ruolo di spicco non c’è ragione che tenga.
Tringali assume deleghe che sorprendono, nuove per la città di Salerno: così guida l’assessorato alla Sicurezza, alla Trasparenza (proprio mentre il Comune chiudeva le porte in faccia alla stampa lui si è avvalso della facoltà di tacere) e della protezione civile, ente fondamentale che merita – per l’amore e la passione che nutrono i volontari – di essere riconosciuto, premiato (ma non con trofei e medagliette ma mettendo a disposizione mezzi e strumenti
). Quello che è accaduto sabato mattina presso la caserma del comando i Vigili del Fuoco non può in alcun modo essere ridotto a mera fatalità. Quando ci sono in ballo vite umane, volontari, sacrifici, sangue, sudore e passione allora non c’è fatalità che tenga: parliamo di negligenza, di tragedia. Ebbene, l’assessore Claudio Tringali era lì, presente insieme alla moglie (che oggi guida la fondazione Menna, tutto in famiglia). Non una nota, non una parola. Anzi. Tringali oggi si concede il lusso di bloccare la stampa. E di offenderla. O quanto meno di offendere noi, una redazione con una storia alle spalle. Sia chiaro, caro assessore, forse sbaglia: lei sicuramente non avrà bisogno di noi ma, le assicuro (e qui parlo in generale, non solo per il nostro quotidiano), la stampa non ha bisogno di lei. Avevamo bisogno di risposte. Qualcuno dovrà spiegare alla famiglia come mai quel ragazzo oggi è in un letto d’ospedale, con la faccia distrutta e rischia di perdere un occhio, perché è esploso un estintore. Un’esplosione all’interno di una caserma. Com’è possibile? Paradossale. Chi dovrebbe assicurare il rispetto delle norme? Chi avrebbe dovuto verificare il corretto funzionamento dell’apparecchiatura di sicurezza? Come è possibile che si verifichi un’esplosione. Tringali, lei avrebbe dovuto dare delle spiegazioni: non a me. Non a noi, non alla stampa. Questa volta, forse, deve risposte alla sua coscienza. Forse, sarebbe il caso di dimettersi. Ma tant’è.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 070 di Federico Sanguineti

                                            Tema. La prima poetessa. Svolgo.

 

Di Federico Sanguineti

Si deve a Vittorio Formentin e Antonio Ciaralli la scoperta, di cui si dà notizia su “Lingua e Stile” (LVII, 1, giugno 2022, pp. 3-37), di uno “tra i più antichi documenti delle origini romanze”, precisamente di “un’esile traccia poetica volgare, vergata tra il IX e il X secolo sul vivagno di un codice del secolo VIII”, entro un manoscritto conservato a Würzburg e contenente omelie di Origene: Un frammento di “canzone di donna” in volgare dell’alto medioevo. Per dire la cosa nella maniera più chiara possibile, si tratta del più antico verso della poesia italiana, per l’esattezza di un settenario trocaico ritmico (— x | — x | — x | — x || — x | — x | — ∪ ), in cui una ragazza si rivolge serenamente alla madre comunicandole le sue prime avventure erotiche (o, se si preferisce il romantico linguaggio del patriarcato borghese, i primi turbamenti amorosi): “Fui eo | madre in | civi- | tate || vidi | one- | sti io- | vene”. Vale la pena sottolineare che qui non si tratta del solito Dante a cui appare una più o meno stereotipata Beatrice “tanto gentile e tanto onesta” (come nel celeberrimo sonetto), ma viceversa di una Beatrice che invece di andare a spasso per l’aldilà, magari fin oltre le colonne d’Ercole del cielo di Venere o del Primo Mobile (Oltre la spera che più larga gira…), resta coi piedi ancorati per terra, pronta felicemente a scoprire l’esistenza di più di un onesto giovane (con plurale asintagmatico che rinvia, per la felicità di esperti di filologia e linguistica, all’area italoromanza). Non, a dirla tutta, la consueta infermiera salvifica scolasticamente destinata a sottrarre alle infernali tenebre della “selva oscura” l’anima smarrita di qualche sommo Poeta di mezza età, secondo la pedagogia borghese di matrice desanctisiana, cioè una di quelle ragazze che vanno in paradiso, bensì una di quelle che, come spiega Ute Erhardt, vanno dappertutto: Gute Mädchen kommen in den Himmel, böse überall hin (1994). Insomma: “Fui eo, madre in civitate, vidi onesti iovene”. Sorge spontanea a questo punto, più in generale, la seguente domanda: quando le donne hanno cominciato a scrivere poesie? Per quello che è dato sapere, le poetesse sono nate (e non solo nei cosiddetti secoli bui, ma da sempre) prima dei poeti. Come chiarito in data 15 gennaio 2012 dall’archeologo Paolo Matthiae, con un articolo apparso su “Il Sole 24 ore”, il primo poeta “il cui nome sia noto dalla tradizione successiva, ma soprattutto da fonti contemporanee è una donna” (Il primo poeta, una donna). Ne parla in tal senso, nel 2016, a p. 70 di una storia del Vicino Oriente pubblicata a Oxford ma (non ancora) tradotta in italiano, entro un paragrafo intitolato The Kings of Akkad, anche l’assirologo Marc Van de Mieroop (A History of the Anctien Near East ca. 3000-323 BC.). Benché sia ignorata dalla manualistica scolastica, dove al più si fa parola di Saffo, a questa scrittrice (XXIV secolo a. C.) è dedicata, grazie alla globalizzazione in rete, una voce su Wikipedia da cui si apprende che, vissuta poco meno di un paio di millenni prima di colei che renderà celebre l’isola di Lesbo (VI sec. a. C.), fu figlia del re accadico Sargon nonché sacerdotessa. La poesia si chiude con l’invocazione alla dea Inanna (in sumerico; in accadico: Iŝtar) e con il ritorno vittorioso della dea e della sacerdotessa nel santuario di Ur. Finalmente l’inno ebbe un riconoscimento nella letteratura sumerica, “considerata in quell’ambito come uno dei dieci componimenti religiosi più notevoli, l’unico di cui peraltro conosciamo l’autore”, anzi l’autrice: Enḫeduanna.




Pillole per una Nuova Storia Letteraria 068 di Federico Sanguineti

                                           Tema. Agamennone e Binasco. Svolgo.

 Di Federico Sanguineti

Il primo a fissare un canone letterario europeo è Dante, che non esita a considerare Omero “poeta sovrano” (If IV 88), per affiancarlo poi ad Euripide (Pg XXII 106), il più tragico dei tragici, con cui, dal 24 maggio al 12 giugno 2022, grazie ad attrici e attori d’eccezione, si misura Valerio Binasco (Fonderie Limone di Moncalieri). Dalle note del regista, che si riserva il ruolo, a prima vista impossibile, di ποιμήν λαών (“pastore di popoli” in Iliade II 243), cioè di Agamennone, si apprende che Ifigenia e Oreste sono “spettacoli severi, spogli di richiami visivi fini a sé stessi”. Con questo rigore interpretativo, le “due tragedie di Euripide attraverso il mito e la famiglia” si presentano nella loro autenticità al punto che, cancellato ogni deus ex machina, il pubblico si trova di fronte a una rappresentazione che evoca l’onestà intellettuale ed emotiva con cui il compianto Vittorio Sermonti legge alla radio le Metamorfosi di Ovidio o il poema di Dante. Unico in Italia, nasce così un teatro che è teatro tout court, senza la (duplice) retorica dell’accademia e dell’avanguardia. In un caso, Binasco non ignora né la mediazione di Racine (1674) né Iphigenia 2.0 di Charles L. Mee (2007), ma se le scrolla di dosso felicemente, come due scogli lasciati alle spalle. Nell’altro, non è più l’Oreste di monsignor Giovanni Rucellai rappresentato al Collegio Clementino nelle vacanze del Carnovale del 1726, ma neppure un riadattamento, come quello di Marco Bellocchio nel 2013. È teatro invece d’attore puro, dove ogni mitologia (compresa quella che Lukács definisce “ideologia della deideologizzazione”) si rivela e si scioglie materialisticamente e storicamente per quello che è: mera patologia. Sulla scena, composta da una sorta di passerella che crea per il pubblico uno spazio d’azione idealmente infinito, in un grumo metaforico ma al tempo stesso realistico, non ci sono che esseri umani: “Lo so, lo so che non c’è dolore imposto dagli dèi che la natura umana non sia in grado di sopportare, lo so, ma quello che è successo a noi è così atroce che non è umano riuscire a sostenerlo”. Così memorabilmente esordisce Giordana Faggiano nella parte di Elettra. E prosegue: “Devo raccontarvi cose di cui non ho voglia di parlare, ma lo faccio perché sappiate come tutta la storia della nostra famiglia sia da sempre intrisa di violenza e di sangue versato fra parenti: mi basta dirvi che l’uomo conosciuto nel mondo come Atreo, che noi avremmo chiamato nonno, uccise i figli di suo fratello Tieste e gliene fece mangiare le carni ad un banchetto; nostro nonno ebbe due figli, Menelao, che prese in moglie Elena (una donna maledetta dagli dèi) e Agamennone (nostro padre), che sposò Clitemnestra ed ebbero quattro figli: Ifigenia, Crisotemi, Elettra (che sono io) e Oreste (che è lui); e tutti noi quattro nascemmo in una scia di sangue da una madre assassina e sacrilega che, trascinata dalla voglia del suo amante (un miserabile di nome Egisto), uccise nostro padre, facendolo a pezzi senza pietà per vendicare l’assassinio di nostra sorella Ifigenia…”. Nella tragedia greca si fa insomma conscio l’inconscio collettivo e individuale di ognuna e di ognuno. Senza pornografia del dolore, in questo psicodramma si risale infatti alla radice stessa della gerarchia patriarcale che è alla base della cultura dominante occidentale oggi globalizzata con i suoi “valori” ipocritamente familiari, ipocritamente patriottici e ipocritamente militari. Finalmente fuori da ogni melodramma, sembra chiedersi Binasco (e il pubblico con lui), quando ne usciremo?




L’editoriale/ Stelle cadenti

di Arturo Calabrese

Solitamente quando si coglie con lo sguardo una stella cadente, si esprime un desiderio. Si “chiede” alla stella di far avverare quel recondito sogno dedicato ad una persona amata, ad un posto di lavoro o alla serenità nella propria esistenza. Le stelle che cadono oggetto del titolo non faranno realizzare alcun sogno, anzi lo distruggono. Il Movimento 5 Stelle è ufficialmente finito. Uno dei punti di riferimento dei pentastellati, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è in rotta di collisione con l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte e decide di abbandonare la nave. Non lascia la comoda poltrona della Farnesina, ma in modo figurato quella della Camera che cambia soltanto colore in quanto viene costituito un altro gruppo insieme ad altri cinquanta.

Perché questa scelta? Difficile a dirsi. Sicuramente incomprensioni come accade nelle migliori coppie, ma è da tenere in considerazione il fatto che l’anno prossimo si voterà per il rinnovo del parlamento e Luigino, rimanendo coi 5 Stelle, non potrebbe ricandidarsi perché nello statuto vige il vincolo del doppio mandato. Il fine giustifica i mezzi, bene ricordarlo, e dunque anche una scissione diventa legittima. Appurato ciò, il dato di fatto che emerge è un altro. I governanti italiani, coloro i quali dovrebbero lavorare per il bene e per il futuro di questo Paese, litigano e mettono il broncio. Di Maio sceglie il momento peggiore per litigare: il Covid non è ancora alle spalle, i prezzi aumentano, il carburante è ai massimi storici, le aziende faticano a pagare le bollette dell’energia, il salario minimo è un miraggio, la legge sul fine vita è utopia, in Europa c’è una guerra e Di Maio che fa? Non gioca più e porta via il pallone.

Il Movimento 5 Stelle si rivela sempre più un grandissimo fallimento. L’inizio della fine è stata la vittoria alle elezioni del 2018, poi pian piano le stelle sono diventate stalle. Il Movimento ha tradito i propri elettori, mancando la quasi totalità delle promesse, a eccezion fatta del Reddito di Cittadinanza su cui tanto si potrebbe discutere. Luigi Di Maio, dunque, ha messo fine a un sogno e spiana la strada al centrodestra unito, prossima forza politica che governerà l’Italia. Quelli che volevano cambiare il sistema gettano la maschera e fanno capire le loro vere intenzioni, non molto diverse da quelle della politica che dicevano di voler combattere. Adesso, Di Maio può dialogare con chiunque.

Ma questa è un’altra storia…