Autunno caldo cinquant’anni dopo

Scritto da , 11 Novembre 2020
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Dai metalmeccanici al settore alimentare, fino ai lavoratori del legno, si accende lo scontro tra sindacati e industriali per ottenere un aumento salariale: due milioni di lavoratori in sciopero da domani a metà novembre

Di Giorgio Benvenuto

Talvolta, mi pare di assistere ad uno strano paradosso: nei momenti di maggiore tensione sindacale e sociale, torna l‘uso dell’espressione “autunno caldo”, certamente evocativa. Ma poi, raramente si scuote la polvere di questi cinquant’anni anni che separano dal 1969, per andare a rileggere cosa realmente avvenne nel “vero” autunno caldo. Anche per comprendere le differenze con la situazione di oggi, sarebbe utile compiere questo esercizio. Di certo, l’autunno caldo fu preparato sul piano politico, sociale e sindacale per un lungo tempo durante gli anni ’60. Pensiamo ai grandi avvenimenti che hanno segnato quel decennio: il primo centro sinistra con le riforme e, nel mondo cattolico, il concilio Vaticano II. Sul piano sindacale si usciva dalla dura contrapposizione degli anni ’50, che aveva convissuto con l’ esperienza sindacale delle tre confederazioni, Cgil, Cisl e Uil. Si voltò pagina e non solo nei rapporti fra le organizzazioni, con l’avvento della battaglia per l’unità, ma anche nella vita stessa degli organismi sindacali, con l’emersione di nuovi gruppi dirigenti più giovani e con la sperimentazione di nuove strategie organizzative e contrattuali. Non dimentichiamo il valore della contrattazione aziendale soprattutto nel nord del Paese e nei gruppi industriali pubblici da Nord a Sud. Ed ancora, sul piano sociale la grande ondata immigratoria dal Sud di giovani contadini meridionali, che tentavano di cambiar vita lavorando nelle grandi fabbriche del triangolo industriale, a Milano, a Torino, a Genova. Saranno costoro in particolare a portare la loro carica battagliera nella grande stagione dei rinnovi contrattuali del 1969. Il miracolo economico aveva cambiato le carte in tavola rendendo ancor più evidenti le contraddizioni e le diseguaglianze sociali. La risposta fu di massa sia nella direzione di affermare nuovi diritti nei luoghi di lavoro sia in quella, più politica, di ottenere riforme fondamentali come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, la riforma delle pensioni, della casa, della sanità. Non è un caso che le lotte per il contratto dei metalmeccanici si intrecciarono con queste rivendicazioni di carattere più generale a partire dalla “conquista” dello Statuto. Ricordiamo che le categorie dell’industria mentre si battevano per il rinnovo contrattuale incalzavano le confederazioni sul terreno delle riforme. Anche il terreno di confronto contrattuale era diverso: la Confindustria in prima persona sedette al tavolo delle trattive con Fiom, Fim e Uilm. La Federmeccanica non esisteva. Era l’Italia delle grandi famiglie industriali con gli Agnelli in testa. E la partecipazione a quelle lotte fu straordinaria, accompagnata dall’altro fenomeno esplosivo di quel tempo, ovvero la contestazione studentesca. I protagonisti politici ed i “tecnici” di quel periodo erano di grande spessore: pensiamo al temperamento di Ministri come Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin, a consiglieri del calibro di Gino Giugni e Federico Mancini, giuslavoristi appassionati e innovativi.  Le condizioni nelle quali si svolgevano le trattative dell’autunno caldo erano diventate ad un certo punto terribili: ma l’unità fra Fiom, Fim e Uilm e fra queste organizzazioni ed i lavoratori riuscì a battere lo stragismo che si affacciava con la strage di Piazza Fontana a Milano. Una prova durissima che mostrò all’Italia la forza democratica del sindacato che diventò fondamentale anche per sconfiggere il terrorismo nei decenni successivi. L’autunno caldo, infine, non fu un episodio isolato. I contratti dei metalmeccanici di quegli anni costituiscono una sorta di trilogia: nel 1969 si affermarono i diritti, la parità impiegati-operai, la rivalutazione dei salari e degli stipendi; il rinnovo successivo, nel 1973, condotto dalla Flm unitaria va ricordato per l’introduzione dell’inquadramento unico e le 150 ore che garantirono un diritto allo studio a tanti lavoratori fino ad allora negato di fatto; il rinnovo infine del 1976  affermò i diritti di informazione, primo passo per una strategia di partecipazione alla gestione  delle imprese.  Oggi lo scenario è molto diverso: siamo passati dalle catene di montaggio alle “reti”; le grandi fabbriche di un tempo sono ormai in buona parte archeologia industriale; non esistono più le grandi famiglie di imprenditori di quel tempo lontano. La finanziarizzazione dell’economia ha spostato i centri di potere e quelli decisionali. Il primo risultato è stato uno svuotamento dei diritti del lavoro ed un aumento della precarietà, che sono oggi i grandi problemi che abbiamo di fronte. I sindacati del resto lo sanno bene: ci si deve muovere per riorganizzare istituti e pratiche contrattuali che hanno bisogno di essere rinnovate, penso ad esempio agli ammortizzatori sociali, ma anche al confronto sulle scelte produttive, oggi decisive, per ritrovare una crescita economica e sociale stabile. Le spinte esterne al sindacato per ridimensionare la contrattazione ad una residuale politica distributiva, eliminando la voce dei lavoratori dalle grandi scelte che si devono compiere vanno respinte. Il sindacato ha dimostrato in più di una occasione di essere in grado di rivendicare la necessità di progetti per cambiare la situazione, consapevole del fatto che altrimenti resterà tagliato fuori da decisioni che riguarderanno il futuro del lavoro. I problemi restano molto difficili: la dignità del lavoro è sempre oggetto di contesa; la partecipazione dei lavoratori non va oltre la fidelizzazione alla azienda consentita dalle attuali relazioni industriali, malgrado gli sforzi lodevoli delle categorie sindacali di andare oltre. Si è insinuata una giungla dei contratti in diverse categorie che permette a imprenditori di lucrare su risparmi possibili, determinando precarietà e cattiva concorrenza. Ma soprattutto c’è il rischio che un Paese manifatturiero come il nostro perda pezzi importanti di attività produttive, anche strategiche. Per tale motivo ritengo che l’impegno di Fiom, Fim e Uilm profuso per difendere unitariamente il valore del contratto nazionale sia importante. Un contratto che non è un Moloch immobile, ma che può essere certamente adeguato ai tempi, ma non deve essere svuotato. Penso che gli imprenditori compiano un errore quando si trincerano dietro la crisi per limitare e a volte persino per escludere il campo del confronto. Impostare la risposta confindustriale su qualche elargizione salariale e la richiesta proprio in questo periodo di allargare la flessibilità, vuol dire arroccarsi su un passato che già allora mostrò i suoi pesanti limiti, contribuendo ad accumulare i ritardi nei confronti degli altri Paesi europei. Occorre, quindi, che ci sia un salto di qualità deciso nei rapporti fra Confindustria e movimento sindacale. La confederazione degli imprenditori privati del resto non può ignorare che una linea di condotta incentrata solo sulla difesa delle proprie prerogative la sta conducendo verso una perdita irreversibile di rappresentatività. Adesso più che mai servirebbe un segnale di apertura che avrebbe esiti rilevanti anche sull’andamento dell’economia. I “risparmi” non vanno chiesti al sindacato, semmai insieme al sindacato vanno esigiti dal Governo. In una fase di deflazione pericolosa è sbagliato perseguire ancora la strada di basse retribuzioni, semmai sarebbe importante incalzare la politica economica sul versante fiscale. Anche nel 1969 in una condizione economica diversa gli industriali privati piansero lacrime amare sugli aumenti retributivi come se il 1970 fosse diventato una sorta di fine del mondo, un anno mille della industria italiana. Non successe nulla, anzi le imprese accelerarono i processi di innovazione produttiva e l’Italia negli anni ottanta divenne la quinta potenza industriale del mondo. Imprese e sindacati possono svolgere, ma non nella contrapposizione, un forte ruolo di coesione sociale. La tenuta sociale in questa pandemia non deve venir meno, ma proprio per tale motivo occorre che l’autunno sia… caldo per la capacità di dialogare e trovare soluzioni utili, non per mettere in scena un inutile muro contro muro che Fim, Fiom e Uilm del resto dimostrano di non volere. E’ stata trovato con molta fatica un accordo per gestire in queste settimane la recrudescenza dell’epidemia del Covid (proroga del divieto di licenziamenti al 21 marzo; nessun onere alle confederazioni per la cassa integrazione; allungamento della cassa integrazione d’emergenza di dodici settimane). E’ora auspicabile che il contratto nazionale dei metalmeccanici venga rinnovato recuperando il tempo perduto. E’ auspicabile che la fase della ricostruzione del nostro paese dopo l’epidemia si sviluppi per rafforzare la sua coesione. Non è tempo di monologhi; occorre il dialogo.

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