Antonio Grimaldi, Camus e l’Assurdo

Scritto da , 16 Novembre 2019
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Debutto, questa sera, alle ore 21, presso il Piccolo Teatro Portacatena della pièce “Invito al mio funerale” un omaggio a Camus e al suo Caligola. Si replica domani alle ore 19

Di OLGA CHIEFFI

Il teatro del Grimaldello, debutterà questa sera alle ore 21, sul palcoscenico del neonato Piccolo Teatro Portacatena, con “Invito al mio funerale”, un chiaro omaggio ad Albert Camus e al suo Caligola. Con Antonio Grimaldi, reduce dal premio della critica al Festival di Rimini Voci dell’anima con “Fiore Ammazzato”, in scena nel doppio ruolo di attore e regista, ci sarà Cristina Milito Pagliara, e saranno coadiuvati da  Elvira Buonocore, Annamaria Prisco e Anna Paola Montuoro. “Fantasmi. Fantasmi mi invitano sulla soglia, invisibili, fanno segno di entrare. Una folla scortese che allude alla morte. La mia, che la vita mi ha prescritto come medicina. La mia morte, strettamente connessa alla sua. Alla morte di Drusilla, dolcissima, piccola anima. Una donna dalle forme precise, morbida e dolente, che per scherzo io devo chiamare sorella. Siamo parenti malati noialtri, afflitti da un legame deforme. Un nodo che fa dell’amore una gogna. I fantasmi mi accettano, mi vogliono, mi pretendono. Fatto mostro dalle voglie del cuore, adesso devo andare. Con loro. Devo andare”. L’uomo assurdo è ben rappresentato da Caligola. E’ la “costante eccezione che è la morte” a porre fine all’Assurdo, quando però si tratta della propria morte; quando invece si tratta della morte degli Altri, noi non possiamo che esserne spettatori. La morte per Camus non è una “possibilità esistenziale” e non dà autenticità alla vita. Pur tuttavia, è di fronte all’automatismo di una vita e di un mondo che “perdono di familiarità” che, d’improvviso, si manifesta il senso dell’Assurdo. La coscienza dell’Assurdo in Caligola è destata proprio dalla morte dell’Altro. Dall’orrore che “viene dal lato matematico dell’avvenimento” si inaugura un nuovo “movimento della coscienza” attraverso il quale Caligola “fonda” quel conflitto perpetuo tra sé e la sua stessa vita. L’intera speranza del mondo, rappresentata dall’amore per Drusilla, si sfalda e la riconciliazione col mondo non può più esistere; l’uomo assurdo accetta la lotta fra sé e la propria vita, fra sé e il mondo, accetta “la rivolta della carne”; vivere l’Assurdo non è dare un nuovo significato alle cose del mondo ma badare solo alle conseguenze di ciò che accade; ciò che accade si “scioglie” dalle possibili qualificazioni per “immergersi” nell’equivalenza del tutto. Al punto in cui l’Assurdo “prende corpo”, Caligola non può più darsi delle ragioni: darsi delle ragioni significherebbe “comprendere il mondo” ma “comprendere il mondo, per un uomo, significa ridurre quello all’umano, imprimergli il proprio suggello”. Con la coscienza dell’Assurdo, il mondo non è più familiare, l’Assurdo non può risolversi e l’uomo non trova più conciliazione col mondo. Il mondo “è messo in dubbio” continuamente. La fedeltà di Caligola all’Assurdo è totale: si trova scampo alla infelicità solo accettandone i termini; “dare vita all’assurdo” allora significa accettare la propria situazione, consapevoli del proprio destino senza speranze. Vivere, dunque, non è ricerca di un senso profondo delle cose, almeno apparentemente, ma “un perpetuo confronto dell’uomo e della sua oscurità”. La brama di assoluto, di quella verità caduta in frantumi, è il desiderio di possedere la luna. Ma Caligola non è un dio, e “morrà in una notte pesante come il dolore umano”.

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