Angellara, in un libro la verità di Pierro accuse al Pm e ai prelati

Scritto da , 15 Gennaio 2013
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“Una vicenda amara, lunga cinque anni per servire la Comunità”. E’ racchiuso già nel titolo del libro, il calvario giudiziario dell’ex arcivescovo di Salerno Monsignor Gerardo Pierro che
ricostruisce, di suo pugno, la triste ed amara vicenda legata alla ristrutturazione della Colonia San Giuseppe, che lo ha visto protagonista  e che si è chiusa, a suo carico, con una condanna, nonostante tutte le principali accuse dell’inchiesta della procura siano cadute come dimostrano l’assoluzione di tutti gli altri imputati finiti con lui nel mirino del sostituto procuratore Roberto Penna titolare del fascicolo.
 L’ex capo della diocesi salernitana ribadisce, ancora una volta, la sua innocenza e “colpevolizza”, più di una volta il regista dell’intera inchiesta, il sostituto procuratore Roberto Penna, che ha portato avanti le indagini sull’ex colonia marina «creando un castello accusatorio fondato sul nulla», nonostante un primo filone di indagini fosse stato archiviato dal suo collega Rocco Alfano. «Il pm di cui sembra difficile ipotizzare la buona fede – scrive Pierro – trascurò del tutto il rispetto che si deve, prima di ogni altra cosa, alla dignità dell’uomo» e «per un magistrato – si legge ancora nel libro – che si avventura in una vicenda che coinvolge il vescovo diocesano (che è un comune mortale, ma non esercita alcuna professione di carattere commerciale), occorre un supplemento di saggezza e prudenza, oltre alla competenza professionale». L’ex arcivescovo di Salerno riserva numerosi strali anche ai presbiteri. «Tre di essi noti in città – si legge nel libro – in vacanza con alcuni laici in un camping di Paestum, alla notizia del sequestro del Villaggio, brindarono felici. La maggioranza dei presbiteri brillò per sospetto ed indifferenza, come se il Villaggio fosse un fatto provato e non un’opera diocesana con finalità sociale e caritativa. Non mancarono, però, presbiteri attenti e responsabili che espressero vicinanza e solidarietà con la preghiera e la testimonianza». Nella parte conclusiva del libro, l’ex arcivescovo di Salerno si sofferma sulla sentenza che ha “demolito” il castello accusatorio.
“Dopo il dissequestro della struttura che ritorna nella piena disponibilità della chiesa salernitana è legittimo ritenere che l’iter che ha portato alla richiesta e all’assegnazione del contributo regionale per le opere progettate, approvate dalla Regione, si è svolto nel pieno rispetto della legge. Se non fosse stato così, la struttura non poteva né doveva essere dissequestrata. L’assoluzione con formula piena del progettista e degli altri tecnici dimostra, con estrema chiarezza, che quanto è stato fatto nel restauro del Villaggio, è stato fatto nel rispetto assoluto della legge».
«L’assoluzione non chiude la vicenda. Ci sono esigenze di giustizia che reclamano di essere soddisfatte . Di qui la richiesta di risarcimento avanzata dai legali che dovrebbe riparare, in qualche modo, i danni subiti dalla persona ingiustamente accusata e condannata. Danni inquantificabili poiché quando si tratta di danni economici finanziari, si può facilmente chiudere la partita , secondo criteri di equità e di giusta compensazione. Ma se i danni subiti sono fisici, morali e spirituali, c’è prezzo che basti quando è in gioco la sopraeminente dignità della persona umana, con la sua sensibilità, formazione e ruolo?».

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