Andrea Chénier il poeta della Rivoluzione

Scritto da , 12 Maggio 2015
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Domani sera alle ore 21, il sipario del teatro Verdi si leverà sull’opera di Umberto Giordano, un titolo attesissimo dai melomani salernitani.

Di Olga Chieffi

Andrea Chénier, “dramma di ambiente storico” di Umberto Giordano, sarà finalmente rappresentato al teatro Verdi di Salerno, da domani sera, alle ore 21, sino a domenica con un allestimento originale firmato dal regista Riccardo Canessa. Un allestimento visivamente accurato e fedele al testo, tradizionale e intelligente, firmato da un maestro e un amico del teatro italiano, sostenuto dall’abituale squadra firmata da Alfredo Troisi e Jean-Baptiste Warluzel. Sul podio salirà Daniel Oren, alla testa di una rinnovata Orchestra Filarmonica Salernitana e del Coro preparato da Tiziana Carlini. L’opera è articolata in quattro quadri: il primo è una sorta di prologo che presenta le situazioni, sia di natura storica, sia sentimentali, che faranno scatenare la tragedia. Il primo quadro è ambientato nel 1789, durante la Rivoluzione francese, presso il castello dei conti di Coigny. Qui il valletto Gérard, che avrà la voce di Sergey Murzaev, sovrintende di malavoglia ai preparativi di una festa poiché la condizione di servo gli risulta ormai insostenibile; la sua amarezza scompare alla vista della figlia della contessa, Maddalena impersonata da Svetla Vassileva, di cui è innamorato. Presto arrivano gli ospiti: tra gli invitati c’è Andrea Chénier,, ruolo affidato al tenore Gustavo Porta, poeta libero e rivoluzionario. Stuzzicato da Maddalena, Chénier recita una lode alla patria che commuove profondamente la ragazza. Gérard, ispirato dal poeta, fa irrompere nella festa una folla di emarginati e poi getta la livrea. Gli altri quadri si svolgono nel 1794, durante il Terrore, a Parigi, dove si aggirano le spie di Robespierre. Una di queste insegue il controrivoluzionario Chénier per consegnarlo alla giustizia e parallelamente cerca Maddalena per portarla da Gérard, diventato un esponente della rivoluzione. Chénier dovrebbe fuggire, ma lo trattiene il desiderio di conoscere la donna misteriosa che gli scrive lettere disperate. Una notte la donna si svela: è Maddalena, da tempo innamorata del poeta e perseguitata perché nobile. Il loro incontro è interrotto dall’arrivo di Gérard, che costringe gli amanti alla fuga. Successivamente Chénier è catturato e Gérard scrive una pesante accusa per condurre alla ghigliottina il suo rivale in amore. Maddalena si presenta a Gérard e offre il suo corpo pur di salvare il poeta, l’uomo, commosso, vorrebbe aiutarla ma ormai è troppo tardi: Chénier è condannato a morte e ogni trattativa è vana. Nel finale, Maddalena e Chénier, grazie all’aiuto di Gérard, si rivedono e affrontano insieme la morte. Completano il cast: Natasha Verniol (Bersi), Miriam Artiaco che cederà il posto a Maria Carfora, nella seconda replica,  nel ruolo della Contessa di Coigny, Francesca Franci sarà, invece Madelon, Carlo Striuli darà voce a Roucher, Fabio Previati, Mathieu, Francesco Pittari Un Incredibile, Pierrick Boisseau, invece, Fléville, Angelo Nardinocchi, nel doppio ruolo  di Fouquier Tinville, e Schmidt, Patrizio Saudelli l’abate poeta, Bark Navot Dumas. Il libretto risultò lunghissimo perché ricco di dettagli concernenti la moda e la cultura francese del periodo rivoluzionario: il compositore stesso, dovette provvedere al suo snellimento per rendere l’azione più agile. Giordano colse gli spunti offerti dal testo per inserire effetti sonori tesi a creare uno sfondo storicamente attendibile alla vicenda amorosa dei protagonisti: canti rivoluzionari come il  Ça ira!, la Carmagnola e la Marsigliese risuonano in sottofondo per collegare le diverse scene e per mettere in prospettiva l’azione principale. Il segreto del successo è nella capacità di Giordano di tenere avvinto l’ascoltatore attraverso una tensione continua: a questo scopo, il canto non procede linearmente ma a ondate melodiche di grande intensità che creano un forte effetto drammatico. Anche l’orchestra ha un ruolo importantissimo perché amplifica i gesti dei personaggi e l’azione scenica e provvede a creare un senso di continuità tra gli episodi.  Il Giordano è conscio del passaggio storico di cui è protagonista e si adopra, a suo modo, per sottolineare la mutazione, anche in termini di linguaggio: il famoso “Improvviso” di Chénier nel primo atto, ne appare prova provata, visto che il suo irregolare andamento strofico rinuncia alla forma del vecchio pezzo chiuso in favore di un assai più frastagliato raccordo tra aria e declamato. Tuttavia, bisogna affermare con decisione che non è nel tono altisonante della declamazione amorosa o patriottica che vanno sottolineate le parti migliori dell’opera ma, proprio là dove vien meno l’ambizione dell’inno e subentra l’abbandono ad una sensuale, intima malinconia. Mentre le zone di declamato si svelano oggi come il comparto caduco dell’opera, l’elegia è la carta vincente di questa partitura, per la bellezza senza doppi fondi di alcuni squarci di Chénier e, in particolare,  del secondo quadro che conosce la vetta nell’umbratile duetto di Maddalena e del suo amato all’ombra dell’altare di Marat, senza trascurare la grazia desolata della celebre aria del terzo atto, “La Mamma morta” e l’incisività, rara fra i compositori d’area verista, di alcune parti comprimarie, come quella dell’Incredibile e della vecchia Madelon.

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